Vi sono studiosi la cui voce ci è indispensabile perché la loro ricerca oltrepassa consapevolmente i ristretti ambiti disciplinari in cui, per ragioni editoriali o accademiche, viene collocata. Riconosciamo un pensatore in un critico quando la sua riflessione riesce a mettere in comunicazione oggetti apparentemente distanti, per esempio un'opera d'arte con un comportamento culturale, riuscendo a illuminare secondo prospettive prima impensate l'uno e l'altro e ponendosi come contributo alla comprensione della nostra umanità.
Jean Starobinski è uno di questi studiosi. Per intima necessità, collocandosi sempre in una zona intermedia fra diversi campi del sapere (storia della letteratura, critica, storia della scienza), la sua figura non corre il rischio di essere avvicinata ad altre ugualmente attratte dalla contaminazione dei generi e dei campi, ma irrimediabilmente compromesse dal dilettantismo.
La sua indubbia qualità di studioso, la sua originale personalità di pensatore non gli provengono semplicemente dagli studi accademici, peraltro lunghi e approfonditi, e generosi di
riconoscimenti. Il valore della sua ricerca risiede precisamente nella capacità inesausta di lasciarsi guidare da una tensione morale nel tentativo di mettere a fuoco e di comprendere problemi che sono i nostri e che riguardano, semplicemente, la nostra vita.
In questa breve raccolta di saggi, di recente edita per i tipi della Bruno Mondadori, è possibile vedere la sua intelligenza critica applicata a una serie di temi che, come apprendiamo dalla penetrante postfazione di Carmelo Colangelo, sono presenti in tutto il suo percorso intellettuale. In tal senso questo libro è certamente un'ottima introduzione al suo pensiero e alla sua opera.
"Non c'è nulla che mi piaccia di più del senso di una buona partenza, di un primo passo". Nella rapida fulminea riflessione su Persona, maschera, volto vediamo forse come la forma saggistica breve contemporanea possa proporsi come adeguata articolazione della conoscenza, e non a caso, per un autore che ha sempre considerato il saggio come il luogo in cui l'inquietudine cui il critico si tiene fedele trova "il momento di un inizio" e prosegue successivamente nel senso di un'etica che "coniuga la parola personale alla necessità di una scoperta".
Questo breve saggio ha tutte le qualità che chiediamo: rapidità, trasversalità del metodo, apertura sull'attualità. Ma soprattutto, in questo breve scritto, Starobinsnki mostra con straordinaria efficacia in che senso debba essere intesa e praticata la trasversalità metodologica. Nel tentativo di comprendere il significato dei termini di persona e maschera, il critico si accorge che l'etimologia non può essere di aiuto. Infatti, essa si presenta incerta, relativa, e rovescia i significati dei termini l'uno nell'altro, palesando una
mobilità semantica che dura intatta dall'antichità fino a noi. Qui c'è lo scatto di metodo, l'apertura a una possibilità diversa e più efficace di interpretazione. Ma ascoltiamo le sue parole: "La questione, lo si intuisce, non diventerà più chiara restando al livello delle parole, delle definizioni, delle classificazioni di concetti; va spostata sul piano di un'analisi delle relazioni vissute: è necessario tener conto del tempo, ma anche degli individui nei loro legami reciproci, nell'intenzione che li muove, nell'uso che fanno delle parole e dei concetti… (…) Prenderò come esempio la relazione tra medico e paziente" (corsivo ns.).
Quella che viene presentata come una deviazione necessaria nel percorso sulla via dell'analisi, diventa il fulcro di tutto il discorso che verrà sviluppato, la cui pertinenza e ricchezza lasciamo al lettore il piacere di scoprire.
Dal nostro punto di vista, non possiamo evitare di riconoscere, quasi sconcertati, il salto interpretativo che Starobinski propone: dalle parole alle relazioni vissute. Operazione necessaria per comprendere le parole nei loro significati viventi tra gli uomini, operazione assolutamente inusuale nella comunità dei critici letterari e artistici, ma anche in altri paludati ambiti disciplinari, nei confronti dei quali e del loro discorso critico Starobinski scrive che "idolatrando il rigore scientifico, esso si imprigiona tra i soli "fatti" correlativi al metodo adottato, vi ristagna e vi si invischia", condannadosi a una pericolosa solitudine.
Il salto interpretativo che abbiamo visto è poi significativo anche in un altro senso. Nello scegliere la relazione tra medico e paziente, Starobinski propone una situazione di vita in cui il lettore può identificarsi dalla parte del paziente. Ma Starobinski, oltre a essere un critico straordinario, è anche un medico, che ha esercito la professione per molti anni, due dei quali in un ospedale psichiatrico. E anche se questo riferimento biografico non viene mai citato nel testo, né d'altronde il discorso lo rende necessario, il lettore avvertito sa che Starobinski con questa scelta mette in gioco se stesso, una delle sue maschere e realizza sottilmente un'autocritica come generale critica del mestiere di medico e del ruolo di paziente, del loro rapporto e del potere tecnico cui inevitabilmente esso si espone.
Raramente è dato di incontrare pensatori la cui forza esplicativa si volge egualmente verso se stessi quanto verso un oggetto esterno, individuando le rifrazioni dell'uno nell'altro, il loro reciproco determinarsi, e il loro significato nel più ampio contesto della vita.
Starobinski è uno di questi pochi la cui opera ci è di prezioso aiuto nella comprensione del mondo.
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Dario Altobelli
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