A distanza di qualche anno dall'importante raccolta di scritti lombrosiani, curata insieme a Luisa Mangoni e Ferruccio Giacanelli, Delia Frigessi ritorna sull'opera di Cesare Lombroso e sul significato che questa ha rivestito per il dibattito scientifico e culturale nell'Italia della seconda metà dell'Ottocento.
L'opera si segnala intanto perché è la seconda monografia completa dedicata allo studioso veronese, dopo quella ancora importante di Luigi Bulferetti del 1975 e oggi introvabile. E secondariamente, perché in questa lo studio del più ampio contesto scientifico e culturale in cui l'opera di Lombroso trovò origine e diffusione, trova una considerazione attenta e problematica divenendo protagonista della lunga e attenta trattazione.
Da questo punto di vista la monografia appare quindi volutamente decentrata rispetto a quanto il titolo lascerebbe supporre, per il fatto che nel mentre si ripercorre il tragitto teorico e scientifico di Lombroso e della sua scuola, non si tralascia di rilevare con puntualità gli assunti e i concetti delle contemporanee correnti di pensiero e delle altre discipline e scienze, nel loro autonomo sviluppo e nelle problematiche comuni anche all'antropologia criminale, in Italia e in Europa.
Tanti sono i personaggi protagonisti del dibattito scientifico italiano ed europeo dell'Ottocento che l'autrice prende in esame per delineare il clima culturale in cui Lombroso si formò prima e poi operò la sua personale sintesi scientifica. E pagine importanti, per la loro notevole capacità di sintesi, sono dedicate al costituirsi della scienza psichiatrica, e al più generale dibattito clinico e medico, colto nel suo momento di
consolidamento disciplinare e politico.
Su questo sfondo, l'opera di Lombroso nel suo complesso, con il suo arsenale variopinto di concetti, di personaggi e di figure originali e desunte da altri ambiti scientifici o dalla vita del tempo, pone più di un problema di coerenza date le non poche posizioni contraddittorie e ambivalenti che l'autore e la sua scuola assunsero via via che l'edificio teorico prendeva corpo. A buon diritto la critica contemporanea e quella successiva non avrebbero mancato di rilevare le crepe vistose nell'intera costruzione dell'antropologia criminale e fin nei suoi assunti fondativi, tra i quali la nozione di atavismo che avrebbe, secondo la teoria lombrosiana, determinato la natura delinquenziale dell'individuo in senso
deterministico.
Tuttavia, sotto questo riguardo, Delia Frigessi propone due considerazioni importanti. La prima è che, al di là del successo e della diffusione delle idee lombrosiane e delle successive critica e rimozione, l'opera di Lombroso va colta nel suo essere laboratorio e fucina di idee e soluzioni relative ai maggiori problemi del suo tempo. Lombroso, nello sforzo di creare una scienza nuova e di sintesi come l'antropologia criminale, non manca di affrontare ripetutamente qustioni extra scientifiche in senso stretto come la criminalità, suo tema centrale, ma anche la questione meridionale, la creatività artistica, l'anarchia e i contemporanei movimenti politici, la giurisprudenza, l'educazione, la cura dei malati mentali.
La seconda è che, nell'impianto lombrosiano, apparentemente rigido, trova spazio una considerazione positiva della degenerazione e, per questo tramite concettuale, di una forma
particolare di criminalità, quella riscontrabile nelle figure e nelle opere del rivoluzionario e del genio, che seppure
irrimediabilmte compromessi nella loro struttura fisio-psicologica, omologa a quella dei delinquenti nati e dei folli, si pongono come forze motrici del progresso e del cambiamento positivo della società.
Unica critica negativa che ci sentiamo di muovere a questo notevole studio consiste nel rilevare l'assenza di una considerazione anche dell'eredità lombrosiana: data l'attenzione portata al contesto culturale precedente Lombroso, perché non vedere anche in che modo taluni suoi assunti si sarebbero tradotti in pratica almeno negli immediati decenni dopo la sua morte? Ricerca questa ancora da fare, ci sembra, e che meglio permetterebbe di comprendere il significato autentico di un'opera come impossibile progetto di sintesi di scienze (psichiatria, psicologia, sociologia) e discipline (giurisprudenza, scienze penali, manicomiali, di polizia), nelle seconde delle quali il progetto ci pare avrebbe trovato notevoli campi di applicazione: per esempio nella nascita del manicomio criminale e della polizia scientifica in Italia (quest'ultima proprio ad opera di un fedele lombriosiano, Salvatore Ottolenghi).
Infine dispiace osservare, data la notevole accuratezza dei riferimenti bibliografici, la mancanza di una bibliografia finale, o ordinata per capitoli, che avrebbe agevolato lo studioso o il curioso lettore a ripercorrere le trame che l'autrice ha così brillantemente tracciato.
© Dario Altobelli
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