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Se l’opera di Kafka conosce la speranza, ciò avviene in queste fasi estreme piuttosto che in quelle più moderate: nella capacità di resistere anche nelle situazioni più spaventose, dato che esse diventano linguaggio. Queste opere sono anche quelle che offrono una chiave interpretativa? Quasi si è portati a supporli.
Nella Verwandlung l’itinerario dell’esperienza può essere ricostruito sulla letteralità, come prolungamento delle linee. “Questi viaggiatori sono come cimici”, è la locuzione che Kafka deve aver colto all’istante, infilzato come un insetto. Cimici, non come cimici.
Che ne è di un uomo che è una cimice grande come un uomo? Ma se si potesse isolare e captare lo sguardo terrorizzato del bambino, è di queste dimensioni che dovrebbero apparirgli gli adulti, e così deformati, con enormi gambe che calpestano e teste remote, minuscole; con una macchina fotografica inclinata è possibile fotografare questo effetto.
Un’intera vita non basta, in Kafka, per arrivare al villaggio più vicino; e la nave del fuochista, la locanda dell’agrimensore sono di dimensioni così inaudite, come ciò che è fatto dagli uomini appare all’uomo solo in un albore di cui ha perso il ricordo.
Colui che vuol guardare in questo modo deve trasformarsi in bambino e dimenticare molte cose. Allora riconosce nel padre l’orco che da sempre ha temuto che fosse già da minimi indizi, lo schifo per le croste di formaggio si rivela un’ignominiosa e preumana avidità di esse.
Visibile, l’orrore avvolge come nebbia gli scapoli a pensione, è una loro emanazione, l’orrore che prima quasi vibrava inavvertito dentro la parola.
La tecnica dello scrittore, che cristallizza attraverso l’associazione attorno alle parole, come quella di Proust attraverso il ricordo involontario intorno a un elemento sensoriale, ottiene il proprio contrario: al posto della rimemorazione dell’umano, la prova del nove della disumanizzazione. La sua pressione costringe i soggetti a una regressione quasi biologica, che prepara il terreno alle kafkiane parabole di animali.
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