Da "L'oceano e altri giorni" di Tomaso Pieragnolo, Edizioni Del Leone 2005



DUE ALBERI


Oh esteso amore,
dal fondo della gola ti gridai
la fragranza taciturna e liquida
di un fascio di linfe incendiate,
l'aroma braccato dell'ombra
nel folto di un mondo perduto,
l'aria che esalava colmando
l'eredità inabitata del giorno,
un nuovo castigo o la spersa
dolcezza del mattino,
forse la tua lingua di fiamma azzurra
senz'altro nome che se stessa,
chiusa nell'arduo abitacolo
di un suono millenario.
Ma nell'assenza,
nella capigliatura della notte,
nel solco del silenzio sprofondato,
io nacqui nuovamente dai tuoi baci
e per la prima volta
la mia linea di pietra nuda
sorse dal peso delle tue carezze
e i fianchi sollevarono il legname
e il seme che invase il tuo corpo;
oh melagrana dischiusa,
diventai carne quando mi toccasti,
mi scorsi guardando i tuoi occhi,
viaggiando per le nette arterie
della tua inumana presenza.
Perché qui venimmo
per continuare a vivere,
dalla fine all'inizio cominciare
quest'ombra di nitida purezza;
forse noi fummo solo due alberi,
disordinati dai colpi del vento,
fortificati da solitudini, 
cresciuti solamente insieme
per morire e continuare a vivere
ogni giorno.



GIAGUARO


Il netto giaguaro nel suo cuore notturno
incrocia il liquido sentiero che percorro,
dove ombre da sempre innecessarie
aumentano mucose lontananze.
I suoi occhi di fenditura gialla,
di strapiombo incendiato nel silenzio,
di giungla cupa dove la luce non giunge,
mi guardano freddi senza vedermi,
mi trapassano come fitte nere
inchiodandomi all'aria che si addensa;
così ci annusiamo appiattendo
la nuda miscela dei corpi,
la distanza insoluta che protegge,
l'attonita resa dei nervi
che cattura l'ordine occulto
dell'acqua e della sete.
Sostiamo immobili, trattenuti nel fango
dalle nostre paure parallele,
dal puro istinto che conserva
il colore del mimetismo;
la pioggia che vive cadendo
ci sferza e ci svapora contro,
fluisce nei fiumi segreti
di questa selva visionaria,
obliqua la nostra fermezza
di momentanei minerali.
Lo squarcio nel cielo ferroso
fissa il tempo in metà inaccessibili;
ma il lampo nero non attende
l'esito del caso o della notte,
infila come una freccia perduta
il verde gocciolante che conquista
foglia dopo foglia la mia assenza.
Ma perdurerà l'ombra tesa delle selve
nel tuo netto cuore notturno,
o silenzioso, slegando mattini.



GRACIAS


Corre il tempo, amata,
scioglie le sue chiome azzurre e trasparenti,
dona chiarità e incertezza a piene mani,
uve incorrotte di lontani equinozi,
stagioni inafferrabili di soli numeri.
Siamo così tutto e così niente
che nel confonderti con le mie labbra
ritrovo un autunno di comete,
la stabilità centrale di un frutto senza nome.
Ma oggi non sono che il tuo sorriso:
esco per strada con i tuoi baci sulle guance
e le tue mani sul mio petto
sono impronte di colomba;
e grazie tante per ieri e per domani,
per il sonno e per la veglia, 
per i miei passi crudi e per le mani
di falegname immobile,
per tutto il cielo che posso abbracciare
e per la tenerezza verde che mi regali.
Grazie, infine, per un giorno e per tutta la vita,
per tutto ciò che ho di eterno e di mortale,
per il pane e per il fuoco,
perché dentro il tuo tempo dorato
un bacio si converte in arancia.



LE TARTARUGHE DI JUAN


Pescatore pentito d'esser uomo,
stagliato d'aria densa 
nell'incavo del giorno
Juan depone le sue lance arteriose,
certe liane che fissarono selci,
le rapide reti d'ingegno vegetale
che strinsero in rochi canestri
il conflitto d'argenti in movimento.
Attende l'eruzione del tramonto
sul plumbeo galoppo oceanico,
il rombo verde del fogliame 
che perpetua latitudini,
il volume del colore che cade
nel pozzo nero della notte,
rivelando lingue di fuoco azzurro
nelle dimore inabitate.
Solide teste come pietre nude
di tartarughe ruminanti
affiorano a tratti dall'acqua cupa
arenandosi arrese lungo costa;
silenzioso come la sabbia
sommerge tra i flutti incendiati
il piccolo uomo Juan,
pescatore pentito o nuovo pesce,
sparisce nello strapiombo del sale
appagando le sue metamorfosi,
gravemente incorporeo vola
aggrappato al guscio cieco
delle sue immense farfalle.
Ricordo che tornerà sulla riva
con la notte nella gravida bocca
e un dono per me che sono rimasto;
dalle abissali evoluzioni
un frammento di goccia, o guscio, o stella,
che reco come amuleto notturno
dopo tanti luoghi o secondi;
ma basterà questa fragranza nuda
per l'ombra di una sola eternità ?



SEMINA NOTTURNA


Mia coda di lupa annottata,
aspro pelo con denti digrignati
o artiglio che sfregia cortecce,
ringhio di selva cupa che rimonta
attraverso lo spiraglio dei nostri corpi;
l'ombra di lingua verde dei tuoi baci
morde gli stami del mio ventre,
un soffio di serpente mutevole
ondeggia sulla tua schiena ripida,
fissando rifugi liquidi
negli anfratti delle tue nudità
che il sole tuttavia raggiunge
nei suoi brevi asili di luce;
e anni e gocce sono i nostri piedi,
quando la bocca notturna ci ingoia
nell'idioma lanceolato di piogge
enfiate con piene improvvise
nella cucina che è solo un naviglio
sull'onda degli aromi e del fogliame.
In questa solitudine così gremita
di farine, d'aglio, d'ululi crudi,
di tuorli frustati per un viaggio,
di lingue d'oro nell'olio bollente
che attende la polvere delle spezie;
io sono giovane con il tuo sorriso, 
fresco nella tua saliva,
minimo come un tubero fra le tue mani
che spargono il mio seme sulla terra.



NICARAGUA - SUL CONFINE


Saliva nei tuoi occhi l'estensione
di un nome che la terra tratteneva,
l'aperto calore delle acque culminate 
nella leggerezza della distanza,
il fuoco trattenuto dei vulcani
che fugava dai fiori la rugiada,
l'alba riunita sulla fronte delle madri
che si immergevano nel fiume, 
l'orizzonte come una nuvola strisciata
sopra la linea nuda di una goccia
e quella goccia sola
era la mia bocca che ti baciava.
Amica mia, donna d'acqua, o costiera
dove attendere un giorno senza età,
fessura nel legno tardivo
dove mesi pazienti aumentarono
il miele dell'amore a ore ed ore
nella notte impassibile del bosco;
quando torneremo, un giorno, 
dove siamo già nati,
saprai che il nostro mondo 
è un rovescio di medaglie,
che un tempo più perfetto non esiste
e che i ricordi sono pesci negli acquari,
che un fiore tra i capelli può volare
se i giorni custoditi non si appurano;
saprai che gli universi sono millimetri,
che il tuo nome appartiene a tutto il mondo
e che l'amore resta un dono possibile
se una forte giogaia lo sostiene.
Saprai, quel giorno, forse tutto e forse niente
e come infine ci arrendemmo
nell'acqua interminabile di un bacio.



© Tomaso Pieragnolo  2005
 

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