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SEFARAD
I
Si perde tra la massa, Sefarad,
a medicare indisturbata la ferita
con arco e lira muore e canta
la folle e sconfinata Sefarad.
II
Piangono le strade assieme a Sefarad
intenta a eclissare in chi incrocia l’imbarazzo.
Gocciolano le gemme angeliche di Sefarad,
rose spaurite nel deserto,
smarrite in siti di memoria insistenti e inesistenti.
Si abbraccia e si dondola Sefarad
e scioglie il groppo in gola generato da mancanze.
III
In Madrid, Barcellona, Lisbona, vagabonda
in alcun quartiere ramifica e s’incanta e s’affretta
a sdraiarsi sulla verde riviera del fiume,
a spargere i pensieri tetri, come agreste a seminare,
a deporre i pesi nelle ceste della fluidità perenne,
che li sciaborda e li strapazza tra i ciottoli fluviali.
Vestita di luce, splende la dea Sefarad e serra gli occhi,
a distanziare gli stimoli, a occultarsi nell’innocuo buio,
oltre un vetro grigio, oltre la sorgente che l’attrae e la turba.
IV
Distante dai falò, muta il freddo in desiderio,
a braccia aperte, danza ,
in una piazza vuota, pioggia sulla pelle.
S’inginocchia, Sefarad
ai piedi della luna, a versare acqua sul ventre,
per abortire feto passionale.
Sonno indicibile al mondo culla Sefarad.
V
Svelta, all’alba, afferra il dizionario
per sfregiarvi
i nomi propri e i pronomi possessivi,
Di questi ultimi, due restano leggibili:
loro ed io,
il mondo e Sefarad .
VI
Nell’avvicinarsi ad un’altra notte,
scopre, Sefarad, poche parole
in un deserto senza spine,
dove crescono i boschi del non detto.
Spoglia la memoria, scioglie i nodi Sefarad
ad accogliere l’impalpabile presente.
Nel suo fragile emisfero,
purificato il lutto,
una nuova sfida attende Sefarad.
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