"Poesie" di Massimo Orgiazzi, 2005

Massimo Orgiazzi (Torino, 1973) vive e lavora in Valsesia, nel vercellese, dal 1990. Ingegnere meccanico, responsabile della logistica di stabilimento presso una multinazionale, nel tempo libero scrive e si occupa di rassegne e attività cinematografiche nella sala della sua città, Varallo. Nel 2003 ha pubblicato la raccolta di racconti brevi “Gli aerei volano ancora” per l’Editice Clinamen di Firenze. Sue poesie sono state raccolte in riviste on-line (Sinestesie, Poiein) e in alcune antologie, tra cui “Dedicato a… Poesie per ricordare”, Aletti Editore, 2005; “Il Segreto delle Fragole – Poetico Diario 2006, Lietocollelibri, 2005 e “Verso i bit”, Lietocollelibri, 2005. Ha creato quest’anno il blog LiberInVersi (http://www.liberinversi.splinder.com) assieme ad un gruppo che muovendo dall’esperienza maturata nei gruppi di discussione, ha come fine la “divulg(azione)” poetica dei e sui testi contemporanei.


Imago in somno /II
1° Luglio 2005

Mi sveglio ogni volta alle due
per sentire il suono - lungo -
d'un quadri-motore nel buio del mondo,
come lo si ha su di se
solo da stesi, tra un velo di veglia
e un sonno profondo,
e mi rifà a un'Europa di guerra
quando mi morì una figlia
e perdetti tutta la terra.
Da lì ricordo i suoi denti
e senza la pioggia l'arsura
delle sue zolle. Il rumore
s'affila nel cielo e s'oscura
di cielo nei venti. Su me
la notte distilla di gelo.



Imago in somno /III
15 Settembre 2005

C’è un campo da calcio senza erba, 
la squadra locale è fallita.
La terra riserva una luce disciolta,
gelata e poi sfatta nell’aria rafferma.
Respiro foschia, la domenica e freddo
di marmo. Città cava, sorda di acqua nei timpani. 
Muore il cielo, scivola a basso giallo gravame
e impregna la terra 
d’un nitido legame. 



(fa paura il sole obliquo)
09 Settembre 2005

fa paura il sole obliquo. è freddo
si può ancora chiedere e spremere
tutto è ancora facile. tutto credere
la cavità ramifica e tocca i mattini

il gelo sui vetri i risvegli acuti.
in fondo s’incrociano due strade
da casa si vedono tetti brillare 
di lamiera. pesa sulla schiena

una malattia. oltre voler mappare.



Si termina a valle un'estate
05 Luglio 2005

Si termina a valle un'estate con l'odore di fieno
bagnato ed è la sera a condurre, per la sua luce 
di arcobaleno passato, al caldo dei muri,
alle formiche, alle corse fuori e dentro
le crepe, ignari del conto,
del dato e mai preso in ritorno. 

Ci si siede. Una panca di roccia granitica
ingrigita nelle notti 
settentrionali 
all'ombra dei lenzuoli (sventolavano 
a vela matrimoniali gli orli di pizzo, 
le doti promesse, la canfora, il suo lezzo) 
ha su di sé topologie sbandate - come la storia, 
le date, le sue curve -
e sottoinsiemi ennesimi 
per ere separate in vissuto e larve 
lacrime d'ambra e quasar di quarzo ialino
in ammassi stellari infinitesimi. 

E ora penso ? - Si pensa - 
e a cosa c'è da dare, a cosa c'è da prendere
per restare a sedere sulla pietra e discernere
tra io, me e le infinite relazioni - non casuali - 
delle strutture umane e forse persino animali.

Un gatto non rosso non nero mi guarda
da oltre la strada, si attarda e aspetta che il rumore
di un auto lo spinga nell'una o nell'altra corte.
E anche: è un computare la sorte, prima
i semi, poi le figure sulle carte, finire
investiti, guadagnarsi la morte, o sostenere
gli stilemi del tempo e del mondo 
dando a questo il suo peso molare e a quello
il ripetuto tono di strage che sta nel cercare.



Per solo finire
24 Agosto 2005

belle queste giornate, ma un po’ bianche,
di fine agosto.
noi lasciamole scorrere
legno dorato di fine stagione
cielo imbiancato di chiaro morire
semantemi iniettati poco a poco
di rimato finire
giri la testa ad oriente e più tutto
la smette di essere e inizia a sembrare.
un antidoto a smettere
di farci a fette la mente ricade
paziente e sparso nell’ordine dato
di spegnere lo schermo poi buttare
giù versi viveri aperti più liberi
senza sapere minimamente
dove arrivare.
per nulla. senza volere. sapendo
solo riempire lo schermo di segni
a volte uniti da regole valide
di geometrie variabili. ma inutili.
lasciamole andare, bianche e felici
come sempre s’è fatto
l’azzurro stinge e la sera. riluce.
a occidente, sapere cos’è questo
male che a chiusa d’agosto. che stringe
sentire andare le giornate bianche
ripetuto da sempre
che tutto smetterà di sembrare
per solo finire



(Tu sì Manuela)
15 Luglio 2005 

Tu sì Manuela, guardi a me, abile che sono a pensare
le nuvole anche delle cose strane nelle ore chiare
di macchie a secchiate bianche e filamento
l'interno di questa calotta immensa boccia a luce dentro,

te che la natura non ti ha toccata, t'ha tirata su
abbronzando questo angolo del vento e i tuoi capelli
son passati oltre le vigliaccherie della nostra storia
- loro, color legno di castagno bruno - ora son vittoria

prova che il luogo dove andare ce l'avremo. Ed oltre
ancora, diretti verso fortunali e bufere altre
dal costrutto scenico, altezze di cumuli ed incalcolabili
sui fiumi Missouri verso Colorado, sulle casemobili

e sui nostri guai, sul dolore ch'è indimenticato




 
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