" Poesie " di Manrico Murzi tratte da " Di porto in porto", Biblioteca Cominiana, 1996

 


Dove va a morire un gabbiano


Dove vanno a morire i gabbiani
nessuno sa di preciso.
Di uno si racconta «inghiottito da un maroso»,
ma altri affermano «ci si è infilato da solo».
Certi riferiscono di averne visto alcuni
in verticale verso il cielo
fino a schiantarsi di altezza.
E di un altro,
per tanti tuffi dal sale accecato,
scrive un giornale di bordo
«sfracellato contro uno scoglio».
Pur sempre è il mare
dove va a morire un gabbiano.

Quanti siamo
che nella nostra ragione di vivere
troviamo la tomba per morire.




A Omero

Spesso in moto di psiche,
in gesto di mano,
in tocco di parola,
in te inciampo.

Sei spugna che tutto
ha bevuto e filtrato.
In una sola comparsa.

Ai cantori del tuo dopo,
Omero, poco o nulla hai lasciato.

Non ti rimprovero di avere detto tutto,
ma di averlo modulato
per tutti i tempi.




Giocattolo

a Marguerite Yourcenar

Che tu sia, luna, lo sbiadito profilo
D’una moneta antica di cui l’oro
È stato provato dai denti di molti intenditori,
o l’impronta su cupola o tela di un pollice
che ha ciuttato il polpastrello
nel sole della vita,
o l’oblò di una nave sprofondata
che filtra la luce
dell’unica cabina illuminata,
alla mia mente resti caro,
consolatorio giocattolo

un di sempre inquietante mistero





L'altalena della cattiveria

a Naghib Mahfuz
(scritta al suo fianco, 1989)

Piramide,
desiderio di monte a lungo covato dal deserto.
Ammirarti dà tanto turbamento quanto costasti
fatica.
Ma intanto catturi lo sguardo
in ascensione ad un azzurro stellìo.
E intanto sei scala di Giacobbe
su cui i buoni spiriti saliscendono
in lenta processione.
Intanto presti geometria
al sempre affannoso ricercare
quel mozzo della ruota che ci contiene
appesi a un chiodo di cielo.

Una domanda disturba l’armonia dei pensieri:
quale uomo mangiò coccodrillo
visto che il coccodrillo mangia l’uomo.




Di porto in porto

E’ il mio corpo una nave pirata.
Da quale bosco fu tagliata la legna,
da quale cielo si staccò il respiro
che di dentro si muove;
di quale monte è il legno della botte,
di quale vigna il vino che contiene,
ignoro.
La verità come l’acqua si sparge,
ed è una casa che non ha cortile
il mondo. Né conosco
quale canto di gallo svegliò l’onda.

Di porto in porto trascino il desiderio.
Importa il viaggio, non importa l’arrivo.
La volta è coppa che un poco s’inclina
a farci bere solamente un sorso
del liquido mistero.
Di giorno c’è un sasso di fuoco
a farmi lume,
di notte una facciona vagabonda
che mi ricorda come viva anch’io
di luce in prestito.

Dal tempo senza numero
nessun segnale.
Del mondo che trottola
non si avverte il fruscìo.
Le stelle, solo perché lontane
non possono bruciare chi le ammira.
E sopra il cuore fa peso
anche un piumino di mimosa.



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