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Julio Monteiro Martins è nato nel 1955 a Niteroi, in Brasile. «Honorary Fellow in Writing» presso l'Università di lowa, Stati Uniti, ha insegnato Scrittura Creativa al Goddard College, nd Vermont (1979-82), l'Oficina Literàiria Afranio Coutinho, Rio de Janeiro (1982-91), l'lnstituto Camoes, Lisbona (1994), la Pontificia Universidade Catolica do Rio de Janeiro (1995), e tra il 1996 e il 2000 ha tenuto corsi in diverse città della Toscana. È stato uno dei fondatori
del Partito Verde brasiliano e del movimento ambientalista «Os Verdes». Avvocato dei diritti umani a Rio de Janeiro, è stato responsabile dell'incolumità dei meninos de
rua. Nel paese d'origine ha pubblicato nove libri tra raccolte di racconti, romanzi e saggi, tra cui Torpalium
(Sào Paulo, Atica 1977), Sabe quem danfou? (Rio de Janeiro, Codecri 1978), A oeste de nada (Rio de Janeiro,
Civilizaçào Brasileira 1981) e O espafo imagintirio (Rio de Janeiro, Anima 1987). In Italia Il percorso dell'idea (petits poèmes en prose, con foto originali di Enzo Cei, Pontedera, Vivaldi & Baldecchi 1998), le raccolte di racconti Racconti italiani (Lecce, Besa 2000), La passione del vuoto (Lecce, Besa 2003), il romanzo madrelingua (Lecce, Besa 2005), e L'irruzione, racconto incluso nell'antologia Non siamo in vendita -Voci contro il regime (a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, Roma, Arcana Libri / L'Unità 2002). Le sue poesie sono state pubblicate su varie riviste, fra cui il quadrimestrale di poesia internazionale «Pagine» e il trimestrale online di letteratura della migrazione «El Ghibli». È stato ideatore dell'evento «Scrivere Oltre le Mura». Attualmente vive in Toscana dove, oltre a insegnare Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria presso l'Università degli Studi di Pisa, a Lucca dirige e insegna nel Laboratorio di Narrativa che è parte
del Master della Scuola Sagarana ed è direttore della rivista letteraria «Sagaranaonline».
"La mia essenza, integra e completa, agognata dai tempi delle inquietudini adolescenziali, è sempre stata «stereofonica», ovvero si manifestava in due linguaggi: quello della vita e quello della poesia, e in mezzo, terra di tutti e di nessuno, comunione possibile, la narrativa letteraria. Poi è venuta la migrazione, e tutte le essenze che mi costituivano si sono messe in cammino verso l' esodo, ma non sono arrivate insieme alloro destino. Solo parte dell'uomo promesso è giunta puntualmente. Titubante, inCIampando come un cieco, c'è stata prima la lingua dello vita, del tempo presente: per anni ho vissuto dimezzato, sfoggiando discorsi ragionevoli e limitandomi a suonare la poesIa soltanto all'interno della mIa anima, come un'orchestra chiusa in cassaforte, mentre cercavo di incorporare gli strumentZ; le sonorztà della nuova lingua. Ma un bel giorno la musica, giunta a maturazione, ha ripreso volume, la poesia si è incarnata nuovamente in comunicazione possibile, ed è rinata altrove. L'essenza ora è di nuovo integra e completa, esiste pienamente, esprime con gioia tutto quel che vuole e deve esprimere, è stata dunque reintegrata nella sintonla del secolo. Allo stesso modo, anche la lingua: ha guadagnato una voce inedita, con la quale dirà quelle cose indispensabili, preesistenti al poeta, che giacevano anch'esse depositate e silenti in attesa della voce promessa." Julio Monteiro Martins
FOTO LUX, MAGGIO 48
Mia madre ha sempre avuto diciassette anni
come nella foto color seppia
al centro del cartoncino
color avorio.
Mia madre ha sempre avuto diciassette anni.
Sono stato io ad invecchiare al posto suo.
Non è mai stata così tanto mia madre,
così se stessa,
tanto bella, essenziale,
incontaminata
come a diciassette anni,
molto prima che io nascessi.
La mia sagoma oggi,
l' ombra sulla parete,
ormai fa di me,
stranamente,
il padre di mia madre
a diciassette anni.
n ritratto di Dorian Gray
del suo ritratto.
Devo permettere
che il tempo mi devasti
giacche vizi e rimorsi
danno un senso al decadimento.
Ma qualcosa del mio brillìo
continuerà a brillare
in seppia e avorio
negli occhi della bambina
che è cresciuta tanto in fretta.
E che si è scoperta bella
nello sguardo ansante del fotografo,
nell'immagine invertita dalla lente
che ha fatto della macchina
la gabbia per l'uccello più grazioso
e canterino
che egli abbia mai sentito.
Mia madre.
Mia madre a diciassette anni.
( E io,
che non ho mai avuto diciassette anni... ).
FINESTRE
Un poeta ha scritto
che poesia e finestre
non stanno bene insieme.
Forse aveva ragione.
Le finestre
sono un soggetto
troppo poetico,
servono troppo spesso
per metafore scontate.
Ne volete una?
Lo sguardo
è la finestra
dell ' anima.
Un'altra?
Quello scrigno
è una finestra
vers<;> il passato remoto.
Infatti
non si può mica fare
poesia così.
È chiaro
non ci sono finestre
che si aprono verso l'anima
ne porte
che si spalancano verso il passato.
Ci sono invece
le finestre vere
e su queste
si può anche scrivere poesia.
O non scrivere niente.
È uguale.
Esistono e basta.
li mondo non se ne sta certo in ginocchio
a supplicare di essere scritto
da qualcuno.
li mondo se ne frega.
Una finestra vera,
per esempio,
era quella che mio nonno
sprangava con una barra di ferro
tutte le sere alle otto
anche quando faceva un caldo bestiale.
Oggi capisco
che non si preoccupava
della sicurezza.
Lui credeva
-ma non l'avrebbe mai ammesso -
che dalla finestra aperta
entrassero spiriti maligni
che poi avrebbero infestato
la casa della mia infanzia.
Era paranoico, mio nonno.
Tanto buono,
ma paranoico.
Nel suo delirio
il male era dappertutto
ma entrava solo dalla finestra.
Un'altra finestra reale
è stata sfondata
da una banda di bambini
in un quartiere periferico
di Rio de Janeiro.
Era quella della camera da letto
della mia bisnonna Herminia.
Volevano i soldi nascosti
che non esistevano.
L'hanno ammazzata
di botte.
La mia bisnonna
aveva capelli d'argento.
Anche lei era buona.
Una donna forte.
Era la direttrice
dell'ospizio
che i barnbini da tempo assediavano.
Herminia
non era paranoica.
Ma avrebbe dovuto esserlo,
m vece.
Le avrebbe salvato la vita.
Quando mi sveglio ansimante
nel mezzo della notte
o la mattina presto stanco e ottuso,
non so mai dove sono.
Tante volte
ho cambiato paese e città,
piume e pelarne,
che non sempre riesco a ricordare
l'ultimo spostarnento.
Le pareti sono sempre uguali.
Larnpadari, accappatoi, tappetini
li trovo dappertutto.
Resta solo la finestra
in grado di spiegarmi
le cose.
Le cose della mia vita.
Mi sporgo al davanzale,
in cerca di una torre,
di un monte,
di un tipo di gonna,
di cappello,
che mi faccia capire
dove diavolo
questa volta
mi sono cacciato.
Un autobus,
un fruttivendolo
all'angolo
mi rivelano
lo stato delle cose.
Dalla finestra
non si vede l'anima
ne il passato.
La finestra
è il presente.
La camera invece
è l'eterno.
E il presente,
lo sappiamo,
o lo vediamo dall'eterno
o non lo vediamo affatto.
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