" Poesie " di Lorenzo Mari da "Libere sequele", Firenze,Gazebo edizioni, 2004.

 

*

andare partire esplorare

se è stata rottura
se è stata fortuna
non dire:

raccogli i cocci del mondo infranto
lasciati sui tuoi passi quali via
del ritorno: non oggi non ora
ma ti saranno utili -
di là dal canneto
hai scoperto l'audacia
delle gru che d'una sola coorte
s'alzano a volo

l'audacia delle gru
che sembrano conficcate
nel duro nella terra

e tuttavia osano
andare partire esplorare:
se è stata fortuna o provvidenza
non dire,
ma serba sempre il loro frullo bianco
il loro giro di motore silente
il colore di qualcosa che si spezza

la gioia di qualcosa che nasce:
serba tutto questo
nel cuore delle stanze

che in futuro attraverserai

*

avrei voluto lasciare nell'ultimo bar
quello che abbiamo detto,

oltre al piccolo resto
di centesimi nichelati -

avrei voluto lasciarlo
ad altri come supremo dispetto,

polvere che fa starnutire
e brucia le narici e il cuore -

avrei voluto e tuttavia
restano sempre con noi

ultimi compagni di viaggio
le empatie d'amore:

cos'è esattamente un bacio
e cos'è esattamente uno sguardo;

in qualsiasi divagazione etilica
a partire dalla stessa vita

essi arrivano e ci danno il braccio
ci persuadono alla loro parte

ci accompagnano gentili
nel nostro ebbro barcollare -

noi grati sempre paghiamo per loro,
come se fossero cari amici!

e siamo noi ad avere il conto aperto

*

gira un mondo mannaro e veloce
che a mille spaventi costringe
senza mai voltarsi a chiedere scusa

gira un mondo entusiasta e feroce
che taglia le corde a lucertole e uomini
ben sapendo che non hanno lo stesso destino

gira un modo costruito in modo atroce
che con follia e disperazione ci guarda
dritto nel falso cristallo degli occhi

gira con la costanza invidiabile
di una minaccia alle vite di tutti,
di una promessa d'asprezza

e disincanto senza segno -
gira lassù
e anche quaggiù

ridendo tra i denti,
con quel suo fare
costruito nei secoli

meccanico
orribile
sereno

angoscia madre di tutti gli avvenimenti,
col padre vuoto hai convenuto
tempi e modi del nostro addolorare

angoscia madre del vagare e del capitare,
spingi i corpi contro
metti le parole in fila

e non lasci stormire calmo
il vento tra le fronde
ma cerchi su tutto ordine -

calma un attimo le tue ire, madre,
e non sculacciarmi sempre,
per farmi respirare:

un giorno dovrò rinascerti
anch'io senza possibilità
e appiglio alla terra: a te morto

e libero di andare
secondo la direzione
delle mie stelle -

e lo sai bene

*

da quando ho sentito sulla pelle
quant'è forte e chiara e dolce
la risata della donna

è scomparso richiamato agli inferi
tutto il Male che ci vuol restringere:
solo per la risata della donna

che discende a scuoterci
come mai la pioggia
di purificazione

tutto è stato compiuto
almeno in un punto della terra
almeno in un momento -

non servono versificatori,
né imitatori né venditori
di zucchero filato

la grazia prescinde
da ogni forma e copia:
combatte persino la bellezza
,
è altro a nascere
e io -
mi fa impallidire

e a volte ho paura -
penso che neanche
il crudo fulmine

e la luce di magnesio
possano fare altrettanto
quanto alla nostra ecografia

quanto al guardarci dentro
e al sentirci definitivamente
questo -

almeno, avere altrettanta cura




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