"Poesie" di Gianmario Lucini

Gianmario Lucini, nato nel 1953 a Sondrio,  si è laureato in Scienze della Formazione  presso l'Università Cattolica di Milano, dove ha anche frequentato un corso di specializzazione post lauream in critica letteraria. Attualmente lavora come impiegato presso un'azienda pubblica. Svolge attività di formazione per Enti ed Organizzazioni, su aspetti attinenti la comunicazione, la dinamica di gruppi, i modelli organizzativi. Realizza semplici siti web per Enti senza scopo di lucro. Ha pubblicato in proprio negli anni '80 una plaquette di poesie per gli amici e nel 2001 un quaderno di poesie (Allegro moderato), anch'esso non in commercio. Le sue opere sono reperibili in Internet. Scrive recensioni, presentazioni di testi, prefazioni, note critiche per varie riviste e pubblicazioni, ma è soprattutto attivo su Internet, con un sito personale (www.vaidiqua.it) e altri due siti culturali (www.nordorobie.it e www.poiein.it) dei quali è responsabile. Ama la fotografia, la musica, la pittura, la filosofia, la montagna. E' Presidente dell'Associazione Poiein.



BENEDIZIONE ALLA TRUPPA
(a Don Milani, in memoriam

Ti benedica il Padre, soldato che vai a morire per ammazzare 
al soldo democratico di Stato 
e del Figlio che nascerà dal grembo di tua moglie nell’orgoglio e nel decoro d'una pensione militare;
soldato del soldo combatti per il vostro
futuro

nel nome del Figlio e dello Spirito di una Gerusalemme crudele - pace
il suo nome - nel Suo Nome. 
Io so
con l'incrollabile sicurezza del padrone la Sua oscura Natura ferina: 
Egli lo vuole e se mai lo disse possiamo interpretare, fra le righe scovare la vendetta, ruah
e obbedienza
virtù dei Santi e dei Kamikaze.

Io prete cupo della civiltà militare di questo secolo e per inciso capitano
stendo su di te a mezz'aria la mia mano e la croce e sii puro
strumento nelle mani dell'Altissimo per ammazzare o esplodere 
in alto biascicando preghiere.



POESIA CINICA
(a un mercenario sgozzato)

La finta vita rosicchiata nelle pieghe dell’ore (ora dopo ora stremate nell’attesa) la finta vita ora la rimette
al grido che la volle – e non ne sento pena.

Puoi osservare uomini e donne senza ideali ufficiali: si levano sereni, non piegano ingobbiti da fardelli di retorica.
E’ possibile, dunque.

Rigetto igitur l’accusa di cinico e neppure una lacrima piccola piccola darò per la sua dipartita: 
il mondo procede imperturbabile, un altro sopraggiunge a occupare il suo letto.

Io lo faccio per il mio futuro – diceva – per diventare qualcuno;
ed è qui che la “i” schizza in alto, prevarica, come luce di bengala fulmina la crepa del dubbio: al cielo punta acuta, stride, soverchia ogni voce – fatto
che in coscienza reputo scorretto -.

La “i” acuta grida irritante nel vivo riciclo dei tam tam della notizia 
ma la “o” del ventre gonfio fra le membra secche e vecchie del neonato africano immortalato a un passo dalla morte dal celebre reporter in trasferta 
che a sera sorseggia il suo gin sulla terrazza dell’albergo, 

la “o” del ventre obeso è l’origine rimossa
- la senti vibrare soltanto se appoggi 
l’orecchio alla terra.



SALMODIA DEL PANICO PARANOICO

Da tempo mi sogno una morte grifagna odiosamente lenta
e tutti quelli che mi sopravvivranno passarmi accanto con pietà di circostanza
velenosi unguenti per le mie ferite,
- ghigno beffardo e verbo pietoso e unguento velenoso giorno dopo giorno -
e me disteso in una fossa che m'insacca le membra e m'impedisce il grido,
a fatica respiro e il respiro mi è dato per ancorarmi alla vita e continuare a soffrire giorno per giorno al medesimo rito.
Sono stato colpito dalle schegge d'una bomba a grappolo che m'ha illuminato a giorno nella notte
mi hanno rimorchiato all'ospedale da campo amputato di braccia e di gambe:
il fiato avevo ancora per chiamare a gran voce la vita e una forza maligna
per maledire il male e quella razza indegna che nel male cova le sue rivoluzioni i rapimenti, i suicidi plateali;
gridavo allora contro ogni male di questa terra malvagia:
tutti ho maledetto, tutte le ragioni, tutti i torti,
in faccia al mondo ho esploso un malanno sino ad oggi sconosciuto:
per questo il mondo mi avvelena poco a poco con sadismo, con tenacia,
e poco a poco il tempo lo premia:
il tempo è l'asso pigliatutto dell'infamia.



*****

A volte li sogno, quelli che ho straziato
vengono a me con volti inespressivi,
forse non mi vedono o forse 
mi ignorano sapendomi già morto.

Questo dubbio mi perseguita nel sogno.

Vivo nell’occhio del dio dei macelli
santificando il passo in equilibrio
su abissi; non chiedo:
ho soltanto risposte.



*****

La notte di luglio tiepida sigilla nell’ombra il sonno del mondo e questi sogni reali
ed è così lontana, la morte nella stabilità delle cose; e non conosce
bocche distorte al raccapriccio, agguati, stupiti trapassi, istanti sorpresi impreparati all’istante che segue;

in questa notte di luglio che profuma di fieno e temporali nessuna oscillazione: 
si tiene insieme il tutto e respira in una sfera
come la verità che dorme nel ventre
di sua madre.


 
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