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Carolina Lio, nata nel 1984 a Cosenza, vive tra Treviso e Bologna. Lavora come critico e curatore d'arte contemporanea. Ha pubblicato racconti su riviste e raccolte, lavorato in pubblicità come copy writer e come sceneggiatore per teatro e radio.
1. Così tanto sonno
Ho così tanto sonno che potrei anche uccidermi di sonno,
dalla disperazione di non saperlo mandare via,
di non riuscire nè a dormire nè a svegliarmi,
con la testa che ciondola e ciondola forte pensante,
piena di malattia e di follia, di sonno e di amore,
di lavoro e di sangue, di rabbia e di torpore.
2. Fino all’ultimo programma tv
Tu entri ogni giorno alle tre sbattendo la porta.
Vai dritto in cucina, apri il frigo e prendi una birra.
Ti chiedo come stai, mi rispondi sempre con lo stesso “bene”,
e con quel sorriso blando sulla faccia poco convinta con la barba corta.
Accendi la televisione, ti siedi sulla poltrona, bestemmi,
mi chiami, ti fai accarezzare la testa, ti lamenti del capo.
Con il tono di sempre, allacciandomi con le mani senza unghie,
con quegli occhi assonnati e il collo accorciato, mi dici: ti amo.
Poi mi slacci con le tue braccia affrettate la vestaglia e i capelli,
mi tiri fuori un mezzo capezzolo dal reggiseno di pizzo,
prendi un sorso di birra e un sorso di pelle, davanti ai quiz musicali della tv,
davanti alla finestra aperta sui segreti dei vicini,
davanti ai tappeti vecchi e impolverati che mi ha lasciato mia madre,
davanti ai lampadari spenti e senza lampadine,
davanti alla mia piccola figura senza voglia e pazienza che domanda:
- Che mi ami lo dici davvero o è solo abitudine?
E ci diviene chiaro che l’abitudine è la più sicura delle verità,
che senza dovrei dubitare che i tappeti conservino la polvere,
che le lampadine comprate lo scorso anno stanno ancora nel cassetto e non nei lampadari,
che i vicini più tranquilli, vecchi e innocenti hanno tutti le loro perversioni da spiare
e che ogni giorno alle tre tu entri e bevi e mi spogli e mi dici che mi ami
e che così sarà ancora sempre, fino all’ultimo programma tv.
3. Depressione
Sono caduta a terra. Ho pianto. Ho rotto tre bicchieri. In silezio per non far sentire nessuno.
S'è spaccata, dentro tra le costole, l'ultima colonna della mia resistenza.
La mia vista ha perso i colori e la mia lingua non sente il sapore.
Non dormo e non mangio. Sono come un bosco spento dopo un incendio.
Non so più scrivere poesie, non mi interessa più che le si legga.
Hanno chiamato in cento modi questa mia nuova personalità:
apatia, aggressività, rabbia, depressione, esaurimento, follia, nevrosi.
Tutti l'hanno chiamata malattia, come se fosse una febbre o un colpo di tosse.
Invece è quel senso di perdita, di impotenza, di nullità e abbandono che sfiacca la giovinezza.
La mia pelle fresca, bianca, morbida, vergine, ingenua e ammalata sta morendo in un letto sfatto dove non ci sono che io.
4. Coraggio e poesia dei vent’anni
E' la poesia quello che devo spingere nel mondo tramite me,
non con la mia pelle, ma con le mie denunce,
la mia timidezza di facciata e il mio coraggio senza ostentazioni.
A vent'anni non si hanno le ossa per lottare con il mondo,
ma si può avere dentro la poesia per farlo innamorare.
E dopo si cambia la sua superficialità, il suo egoismo,
e si insegna a ricordare, a crearsi sogni impossibili,
a cercare l'amore per la strada e non in macelleria,
si insegna al mondo quanto è grande la sua bellezza
e com'è stata, ed è ancora, truccata per distruggerla.
A vent'anni si ha la poesia per farlo.
5. Se ti innamori di me mi uccido
Esausta, buttata sul letto, gli occhi si chiudono e la mano scrive.
Sono uscita dalla stanza, prima,
per finire in cucina davanti al frigo a bere acqua ghiacciata;
Mia madre dormiva sul divano ad angolo
con le gambe chiuse e le braccia aperte.
Ogni tanto, se non ha niente da dire e non vuole starsene zitta,
lei prende e si informa di come sta Giorgio.
Non lo so come sta, penso sia stufo di tutto
e che, come al solito, non abbia capito niente.
Ha pubblicato il suo libro,
ha sbattuto in copertina il culo di Marketa e me l’ha mandato per posta.
Per sapere cosa dire quando mia madre me lo chiede,
oggivolevo assicurarmi stesse bene e gli ho detto:
- Se ti innamori di me, mi uccido.
Come al solito, non ha capito niente,
e quel che è peggio: non se n’è fregato tanto.
Ho sbagliato la frase, comunque;
la realtà è che mi ucciderei se solo credesse di essere innamorato,
per poi scoprire che non è così
e lasciarmi in regalo le gambe e il culo di Marketa con una dedica sopra.
A pensarci bene potrebbe non essere un problema,
Ma nel frattempo sto tentando, stasera,
di diventare un uomo per vedere chi sceglierei tra le due.
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