|
In uno schianto il cielo trabocca sul prato, dimenticato *
*Roberto Roversi
È una città incompresa
Quella che stride
E che mi viene incontro
Così simile a te
Quando teneramente
Componi la biografia della bellezza assorta
E sembrano vie strozze
Più trafficate, cieche
Quelle tue gambe belle
Calzate intere di barocchismi scuri
Di mozzi chiari di luce
E travi
Così, ti volto
Come una porta romana
D' incisioni e dazi
Che l'eleganza si sposa di magrezza
Sulle provate anche, sui pianti
Sul tempo, che il ridere disabitua
E che vorace
Mi prende il vibrato ai fianchi
Con la saldura
Che mani di marinaio
Ricordano alla cima
Simile ai porti di veleggiate case
È quella festa nuda, che sotto il poco tuo
Mi aspetta con pazienza
E fugge audaci spettri
Lusinghe schiere di uomini migliori
Perché negli occhi mi leggi la passione
La devozione alla natura più selvatica
L'istinto
La serratura del morso superiore
Quando dilania, con precisione
E priva di pietà
La crocevia del sangue
È una confusa cenere
Il frutto di cremazione
Di questa notte atea
Oscena solo un poco
Di quella furia di un palafreno andato
Perché mi sfugge, ora, ogni pensiero
D'agguato, di rovinosa fretta
L'ardente fuoco
Dei mezzogiorno alle stanze degli alberghi
Quando si tace, così convulsamente
Che pare udire lo scorrere dei lucci
Nei segni d'acqua, dintorno alla pianura
Così diventa facile
Toccarti la fronte piena
Di quei capelli in perduta agilità
Smorti in un vento tiepido
Ma ancora saldi
Come le briglie alla biga di una dea
E mi sovviene l'uso
Di un sentimento più ingentilito
E mite
Come se la ragione ammansisse l'infedeltà
Facesse da paciere
Tra eserciti già stremati
E deponesse loro
Segnali di armistizio
In uno schianto
Già il cielo trabocca sopra il prato
Dimenticato e furibondo ieri
Che torna a cercare i voli
Per quelle alture giovani
Dove tu abiti
Ed io ti vengo incontro
Plus emportant di un libro di Prevert
Plus emportant
Di un libro di Prevert
È quella Fiesole affacciata
Alle tue cupole agostane
Ceramiche di peso lieve
Sbocconcellate, qua e là
Dal tempo fattucchiero
Da una cutrettola
Le cui meningi ordiscono
Comandi militari, a ganasce di cellulosa
Fini, fragili amenità
Becco di un fastidio divertito
Paragonato ai morsi di una meccanica dentiera
Chiamata al cruento compito
Di riesumare le viscere di una strada
Così mi appare la bassa marea allo sterno
L'efelidi color rame
Cypree antiche
Monete di variegato suono
Mare tremendo
Sibilo dell'acqua in pace
E poi più giù una frasca
Non meglio definita asperità botanica
La cui nobile scienza, tra l'altre cose, ignoro
Ma non dispregio
La meraviglia con cui si erigono
Le di lei figlie in sangue smeraldino
Che solo poco fa
Ebbi fortuna di assistere all'amplesso
Tra un serto a foglia larga
E l'esile, selvatico, spino di bacche rosse
Così, vestita a luce
Contempli la brinata, di quell'età matura
In cui si adduce a cenere
Più che alla corva piuma
E in te il respiro
È duro
Maestoso, d'eucalipto
E le tue mani assumono, l'autunno
Le rimembranze del fango ai camposanti
Eppure è sordo l'orecchio mio alle suppliche
Alle lusinghe d'infermità
Alla contemplazione
Non sono nato per tavolozze ad olio
Sebbene il rimirarti
Somigli all'arte più michelangiolesca
E non fui scriba alla corte di Cleopatra
Ma l'aspide sul polso
La nenia
Il pane d'oppio che incanta le ferite
Di quella fame endemica
Costretta a tacere, ora
Tra braccia di madri ebano
Stupende in forme
Ma invise al dio degli uomini
Quello che piange il mondo
E lava la coscienza in acquasantiere d'onice
Io cado inesorabile nel volo primogenito
Rovino alle tue sponde
Come prendessi il sole nel tempo dell'infanzia
Perché sei l'erba che lusingava il labbro
Il suono di quel filo
Tenuto come armonica
E poi soffiato forte
Sei la pietanza che tocco con le mani
La nutrizione della mia vita eretica
E allora
Plus emportant di un libro di Prevert
È la poesia che leggo tra due femori
L'arena scivolosa
Dentro la quale decidere il soccombere
La forca alla carotide
O l'elmo deposto e solo
La disoccupazione d'ogni pensiero gramo
Adesso andate a casa, che e' ora di mangiare
Certe abitudini si indossano da sempre
Così è quel premere a metà la sigaretta
Riporla nella tasca
Per due boccate prossime
Marlboro americane raccolte per la strada
Sprecate da stranieri, con il fucile
E il fango agli stivali
Od il parlare forte
Cercare approvazione, quando non sai che dire
Ma vuoi qualcuno che prenda una bottiglia
Un pezzo di formaggio
Meglio una fetta di arrotolato fresco
Di quello fatto in casa
" Metti tra te e la strada, un poco di terra
E alberi
Ognuno ha il suo diritto di stare alla finestra
E trovare dov'è nato…"
Parlava così Pancrazio
Prima dei denti finti
E m'insegnava che sulle impalcature
Non devi mai guardare al vuoto sotto i piedi
Non c'era niente qui
E forse non c'è ancora
Perché è un bel niente il dorso dei palazzi
Senza una scritta sopra
Senza violette a pendere dal balcone
Né tende per il sole
Di quelle belle spesse, verde bottiglia
Rumore d'anelli in ferro
Di seggiole trainate
Da un pezzo d'ombra all'altro
Ci sono certe sere
Che stentano ad accendersi i lampioni per la via
Altri
Che sono nuvole d'insetti
E ragnatele
Intorno ai neon che ronzano
E non fanno dormire
E sono quelle sere
Che è facile trovarti ai tavoli di scopa
O ai campi delle bocce
A commentare, solo, perché non vuoi giocare
Che a te, ti sembra stupido
Tirare due madonne
Una per ogni dito rubato al brecciolino
Chiedilo a Margherita casa è davvero stupido
Se fare nove figli onora il socialismo
Oppure appesantisce la tessera del pane
E piega il capo
In un tremore eterno
Trecento e più stagioni
Eppure nelle gambe
Aveva quella carica dei pendoli alemanni
E come una tradotta di militari in canto
Non si perdeva mai
Un ultimo saluto a qualche suo coscritto
O i banchi dei dolciumi
A Santa Giustina martire
Soltanto qualche volta, al gioco del pallone
Ti concedevi soste da tifo super partes
Tenendoti lontano, col naso, dalla rete
Ma ben vicino al punto
Di dove se n'usciva la palla
Sopra i ferri, oltre la cinta, i cementi dei parcheggi
"…Metti tra te e la strada
un poco di terra
e alberi…"
Così tua figlia
Sposata ai piani alti
A te non t'ha mai visto appendere il cappello
E chiedere che nome avesse la pietanza
Nel piatto tutto fiori
Sapevi solo dei lividi sugli occhi
Del vino traditore
Di suo marito, burbero
Con quella grinta vigliacca e incontrollabile
Che mette addosso la malattia del bere
"…Metti tra te a la strada
un poco di terra
e alberi…"
Purché sia terra, che non è di nessuno
E al diavolo i trattati, e gli atti notarili
Chi ha occhi, e naso buono
Ne gode di natura
Ed ama anche la melma, se ci puoi camminare
Se ci sarà
Fino alla fine
Un angolo di mondo dove ci passa vento
Dove ci planano gli uccelli
Scampati agli almanacchi
Alle dispense
Ed alle gabbie con l'osso per il becco
Ora, fossi qui
Mi piacerebbe dirti
Che ho capito il senso del radersi ogni giorno
Anche in quei giorni ultimi
Col viso crollato
E secco
Ricordo dicevi sempre, con poca convinzione
" Adesso andate a casa
che è ora di mangiare…"
|