"Lettera d'amore alla banca del fango" di Alessandro Ansuini, 2002



LETTERA D'AMORE ALLA BANCA DEL FANGO


Mentre ero ancora intento a digerire
una madrigale amorosa
Dura come uno stufato di somarino
ho considerato che uno zampirone
Mosso in senso circolare
potrebbe incantarmi
per i prossimi quindici anni ma poi

(sai dell’uomo che visse al buio
per mille anni con una sola
fessura di luce vicino?)

Tu sei arrivata dinanzi a me
Pura come un cane
E io sono morto una sera di fine settembre
Se non ricordo male
Mi pare ci fossero dei bambini
Che con le bocche spalancate
Erano intenti a raccogliere
Le gocce di pioggia che colavano
Come mercurio da una grondaia

(dissi bambini
bambini
che senso ha sapere
il significato
della parola grondaia?)

in ogni caso nella scena
non arrivasti per offrire un’immagine
mi contenesti
in una strana stanza dove potevi
togliere i rumori e io cercai
di spiegarti in sedici parole
il senso di Alice nel paese delle meraviglie
che è nelle bambine in chiaroscuro
e nei nomi dei personaggi presi
dai luoghi comuni

(ecco perchè non porto
cappelli
per non essere scambiato
per il cappellaio matto
lo sai te
lo sai
che quelli col cappello guidano male?)

so già in elenco le cose
che dirai di me

che ti terrorizzo
che pare non abbia mai nulla
di cui preoccuparmi
e parlo come se sapessi
già tutto

(ma no
io non so tutto
considero semplicemente
una maggiore quantità di varianti
e ho una sorta di intuito
nel saper pilotare le scene)

così tutto ciò che possiamo dipingere
e che dovrei trovare la forza
di recuperare
è qualcosa di simile
alle lettere d’amore trovate disperse
nella banca del fango
ma voglio parlare delle poesie che ti regalai
di come so comporre un cavallo di troia
e lasciartelo detonare dentro
come i giapponesi che per punire
uno squalo reo di un aggressione
fanno ingoiare ad altri squali
ricci velenosi

lo so
ti terrorizzo
perché non ho la pietà negli occhi
e posso considerare degni d’attenzione
solo esseri di sofferenza simile alla mia
che è come gli spazi bianchi
fra una parola e l’altra
mi serve per dare un senso alla bellezza

(tu di che sofferenza sei?
Di quelle che hai imparato
A dimenticare
O di quelle che porti
Come un tatuaggio
Sul collo?)

ascolta, mia dolce
potenziale
suicida:

c’era una volta un uomo
(e quindi ci sarà sempre)
che per mille anni visse al buio
in un stanza in compagnia
di una fessura di luce.

L’uomo tastò con la lingua delle mani
Ogni centimetro di buio
Per trovare una via d’uscita
E alla fessura
Per mille anni non prestò mai
Attenzione
Perché cosa può mai esserci
In una cosa che hai già dato
Per scontato
Cosa può esserci
Oltre una fessura?

Quell’uomo un giorno
Si spinse oltre
(una volta fatta passare la testa
è come per i topi)
E dall’altra parte trovò
Una stanza immensa che
La sua immaginazione
Non sperava nemmeno
Di contenere.

Oltre tutto questo
Considera
La mia morte
E la tua
Già avvenute
In qualche posto e in qualche tempo
Del duemila e qualcosa

Hai piantato un albero?

Hai fatto un figlio?

Ti ricorderanno per il tempo del sorriso
Ti custodiranno immagine
Dietro le volte specchiate della memoria
Sarai una voce
Sarai una scritta
Qualcuno dirà di te ancora una volta
Vedranno il tuo albero
O negli occhi di tuo figlio
Una vecchia riscontrerà
L’acquaforte antropologica
Che ci marchia nella carne.

E poi tutto ciò che hai fatto adesso
Sarà sabbia che sfiora altra sabbia.

E allora:

Posso portarti un fiore?

Posso legarti le mani?

Posso ucciderti piano?

Posso?



©  Alessandro Ansuini, 2002 
 

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