"Poesie" di Giancarlo Angelini, 2005

Ferrarese di nascita ma genovese di adozione, Giancarlo Angelini ha saputo conciliare i suoi molteplici impegni lavorativi con la passione per l’arte e l’inclinazione per le lettere. Umanista in senso pieno, da più lustri si dedica alla composizione poetica, attività nella quale ha conseguito esiti ragguardevoli per originalità di invenzione e compiutezza espressiva, meritando vasti consensi ed importanti riconoscimenti a livello nazionale. Collabora da anni a prestigiosi periodici letterari, e la sua firma è stata accomunata con quelle di Luigi Pirandello, Clemente Rebora, Riccardo Bacchelli, Salvator Gotta e Vittorio G. Rossi sulla rivista Artisti in piazza, che raccoglieva le opere inedite dei maggiori autori italiani contemporanei. Attualmente è socio del “Corimbo” Associazione amici della poesia di Genova. Ha pubblicato nel maggio 2002 una raccolta di poesie dal titolo “L’uomo meccanico” quale premio per aver vinto il XXIX concorso nazionale di Poesia “Olinto Dini”. Nel 2004 ha vinto il premio “Gallinari” di Livorno, il premio Leonforte per la silloge. Nel 2005 ha vinto la medaglia del Presidente della Repubblica.


IL CANTO ALTO DELLE AQUILE

Fra torri d’aria, di smog e d’acciaio,
in un’attesa senza più sortilegi,
ho visto due aquile volare
e seguire veloci la rotta.

Poi ho udito spezzare New York.

Ad ogni incrocio
polvere lacerante di sirene
ed oscurità di sole.

In mezzo a giorni bruciati
si accende la luna
ed il dolore riscopre antiche macerie.

Siamo avvolti dalla nostalgia di noi stessi
fra pendolari della morte.

Gocce di lacrime fanno alzare maree
verso colorati silenzi di eroi inconsapevoli.

Esplode la paura delle immagini
in corpi evanescenti.

Nessuno sa chi va e chi resta
in questo spiraglio di lampioni spenti.

E si continua ad invecchiare
con il triste privilegio dell’inutile età.

Dal centro sventrato della metropoli
si innalzano rimorsi
che sfociano nel delta vagabondo
al suono dell’Ave Maria.

Non fateli rinascere quei grattacieli.

All’alba di ogni giorno e nei ricami dei crepuscoli
mettete, in un intreccio senza odio,
a sentinella della loro memoria,
il ricordo muto dei morti
ed il canto alto delle aquile.



LA TUA ANTIQUATA BICICLETTA

Nello spazio dell’anima
suoni andalusi bruciano stanchi vangeli
e vuoti d’amore intonano dolori e rimpianti.

Attraversano le tue mani il mio corpo imitando
la monotona cadenza con cui frangono le onde.

Simili a tribù indiane
ci consegniamo alla morte con rassegnazione
mentre un airone cinerino gioca nel vento della sera
sfiorando il cielo nella casa fatta di albe.

Sullo sfondo del mare sta in equilibrio la nostra vita
ma tu non credere che voglia vestirmi
con il buio della notte mentre fuggo
dalla valle degli uomini.

Il ragno fascia il giorno con la sua tela
ed io mi allontano nel viale senza foglie
pedalando sulla tua antiquata bicicletta.

Ha nel piccolo cestino di vimini 
tutti i ricordi dei miei primi dieci anni.

.
Quante bombe abbiamo insieme sentito cadere.
Ogni scoppio invadeva il giorno
ed il treno sbuffando fischiava nella stazione dei morti
mentre tu nascevi coperta dal sudore di tua madre.

Era tempo di crudeli sofferenze e sopravvivere
significava andare oltre il dolore del parto
quasi al limite della salita dove l’orizzonte si apre
e mille fiori sbocciano al sorgere di una nuova vita.

Continuando a pedalare sulla tua antiquata bicicletta
si libera il cuore dei ricordi di guerra e
canta le fiabe della mia vecchiaia che si staglia
contro un cielo di purissima acquamarina
dipinto da Monet in un giorno d’amabile follia.



PARIGI SUL PRATO DELLA SENNA

Stanno le rondini sui fili e, 
come note nel pentagramma, 
intonano una musica acrobatica

Cadono le prime gocce di stelle
ed hai negli occhi petali di rose notturne.

Corri, come i salmoni controcorrente, 
verso perdute speranze e tenerezze improvvise.

In dissolvenza svanisce l’infanzia 
nel mare rubato alla collina dei papaveri.

Simili ad un uragano di primavera le tue parole
risuonano imitando l’agonia della lucertola
spazzata via dal maestrale verso arcipelaghi lontani.

Magiche lanterne 
riflettono 
Parigi 
sul prato
della Senna.

Odore di ostriche al primo mattino e
nella grigia umidità della nebbia
il silenzio veleggia sul fiume.

Non esisteva quella piccola ruga quando
attraversammo il ponte verso la riva destra.

Anche senza maschera nascondevi le tue paure
ed io confondevo il sasso con l’ardesia
mentre un libeccio tempestoso ci salava le labbra. 

In mezzo al cerchio dei rimpianti
altri dolori dovevano crescere negli anni
per capire quanto sia difficile amare gli uomini.

L’Angelus risuona i suoi ultimi rintocchi
ed è l’ora che, ancora per poco, fa nostra la vita.



RUGHE SENZA TEMPO

Si avverano le favole delle notti insonni
e neppure te ne accorgi.

Alza il vento la cenere dei morti
sulle ali del tempo
ed il fumo fa capriole sulla luna.

Resta il ricordo della adolescenza
ormai più lontana del possibile
come l’anima mia che si trascina per il mondo
e tenta di parlarti, e tenta di toccarti.

Il soffio caldo del sud scolpisce tutte le cose.
Qui non vi è più cielo per volare,
né per calciare l’ultimo pallone
e vederlo ricadere sulla terra.

Lasciano i pescatori, ogni notte,
una speranza prima di salpare.

La mia vita è un’alba senza colori
che subito divampa all’ombra
di un cappello sfilacciato
come quello che portavo da bambino.

Sono nato, forse per caso,
da un incontro di cromosomi saturi d’amore.

L’inverno mi attende con il freddo nell’anima.
Ma già penso al disgelo 
quando rifioriranno i biancospini
e riuscirò a cogliere il sorriso
nelle nostre rughe senza tempo.

Amare vuol dire ridare voce al silenzio
e portare sulle spalle il rotolo degli affanni.
Amare vuol dire anche tornare.



TU COSI’ NUDA

Non chiedermi se sarai tu,
in un giorno di pioggia, 
a sollevare il vento e ad aprire le nuvole.

Per te ho scritto tutto il mio declino
ed ora invento canzoni mute
di amori lontani in attesa che
alghe lunari sfiorino la pelle.

Non chiedermi se sarai tu
a prendermi per mano
sull’onda alta del mare sconosciuto.

E’ simile ad un ballo indiano della prateria
la tua purissima voglia di vivere
nata di buon mattino senza scarpe ai piedi.

Non chiedermi se sarai tu
ad inventare albe autunnali
come sassi erosi dal tempo.

Nella voglia di gelato
(che riaffiora dai ricordi dell’infanzia),
nella nebbia insonne,
nelle labbra mendicanti,
nelle fusa sovrumane
non sai quanti sogni sgualciti
mi hanno parlato della tua immobile fragilità.

Non chiedermi se sarò io
ad attenderti nel cielo senza angeli
davanti ad un altare vuoto.

Scriverò con la punta verde del ramarro
di questo mio cuore che è ancora in ansia
e non sa più come parlarti
mentre noi,
uniti da un illogico destino,
continuiamo ad amarci come la prima volta:

tu così nuda,
io così smarrito.



SOTTO CIELI DI BUNKER

Erano già stelle i lampi delle granate.
Brillavano sotto cieli di bunker
come sentinelle di giovani inermi.
L’acciaio della guerra
corrompeva coscienze di pace.
Saltava il grano di luglio
dalla bocca dei nostri figli.
Ogni giorno inventavano
l’odio e l’amore.
Sputavano sangue
senza vendetta.
Mancava lo spazio
per far posto alla vita.
Un foro di morte
li ha colpiti alla fronte.
Soltanto le madri
erano ignare delle mani di pietra
e dei volti di ferro ormai arrugginiti. 
Io,
che li ho visti morire sotto cieli di bunker
non ho più il coraggio di guardare
le stelle.



TEREZIN

Qui non ho visto farfalle volare
ma solo fame e paura aggredire noi tutti.
Avevamo stelle cucite sui cuori.
Giocavamo nei cimiteri all’ombra di
torture e deportazioni.
E dimenticavamo anche l’ultimo saluto 
dato ai compagni rimasti in città.
Non parlavamo di vite inventate
bensì di infanzia tremenda con parole di sangue.

Qui non ho visto farfalle volare 
ma carri funebri trasportare il pane.
Sognavamo fate ed al risveglio 
incubi mordevano l’aria.
Ci stringevamo per mano durante gli appelli.
Molti cadevano in ginocchio
ed i loro lamenti fuori dal tempo
erano soffocati dalle grida delle SS.
Anche il nostro pianto non aveva più lacrime

Qui non ho visto farfalle volare
ma altre notti scendere nell’anima
per chiudere ferite ogni giorno riaperte.
L’infanzia ormai dorme lontano da noi.
Io sono uno dei cento fanciulli sopravvissuti
su quindicimila.
Degli altri rimangono soltanto i disegni
e la cenere dispersa nei campi di morte
verso nuvole di pietà.

Qui non ho visto farfalle volare
ma solo bambini salire nel cielo
con i loro innocenti dipinti.


Sulla via di Damasco,
nei silenzi misteriosi di Dio,
rinascere è inevitabile.




 
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