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 Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970. Ha pubblicato la raccolta di silloge
Verso Buda (LietoColle Libri 2004) immediatamente segnalata al premio DeltaPOesia. E’ presente nell’Agenda Poetica 2005 “Il Segreto delle Fragole” (LietoColle Libri). Testi editi, inediti e recensioni appaiono su svariate riviste tra cui Poesia (Milano), Le Voci della Luna (Sasso Marconi), Specchio (Milano), Il Filo (Roma), Milano Finanza (Milano), La Mosca di Milano (Milano), Il Monte Analogo (Milano), Smerilliana (Smerillo). E’ autore di testi teatrali e collabora con diverse compagnie tra cui teatromateria ed è paroliere per il gruppo Manini&Barbini. Come fotografo ha realizzato negli anni svariate mostre personali tra cui “Dioedio” (Piemonte 1998) “I Volti Immobili”(Italia 2001) e “Tutti i colori del Grigio” (Milano 2005). Ha lavorato come free-lance per diverse testate e per il mondo della moda. Ha realizzato ritratti per attori teatrali e del gruppo Manini&Barbini per il Cd “La Stanza dei Giochi” (www.putiferio.it) per i quali si è occupato sia di tutte le fotografie del book interno che della location del video girato da Akab. Delle sue scritture poetiche si sono occupati Giampaolo Spinato, Luigi Cannillo, Alessandra Paganardi, Adam Vaccaro, Ivan Fedeli, Sandra Palombo, Franco Loi, Martina Cossia Castiglioni, Mary Barbara Tolusso, Maurizio Cucchi, Donatella Bisutti, Franca Bacchiega, Silvio Aman. E’ membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Milanocosa.
'L'opposta riva' è una raccolta composta come una Spoon River dei vivi. Le voci sono quelle dei clandestini di stanza in Italia che l'Autore ha contattato e con cui ha vissuto per diversi anni nei campi nomadi, nei campi di permanenza temporanea (dei quali ancora la stampa ci aggiorna), in Questura, nei "ghetti" etnici in cui vivono ricreando comunità indipendenti per luogo e per spazio. Emerge, dalla composizione dei quadri raccolti, cosa è l'essere un Clandestino in Italia, il travaglio del viaggio dal paese d'origine (ex-Yugoslavia, Albania, nazioni dell'Africa centrale squassate da guerre e fame di cui si sono perse le origini, ma anche paesi più pacifici, segnati soltanto dalla povertà e dai quali la fuga è necessaria per poter guadagnare - altrove - ed inviare denaro in seno alla famiglia). Nelle tre sezioni della raccolta, vengono tracciate cosi le mappe del come e perché accade il viaggio sino all'Italia, del come e dove vivono una volta giunti in Italia. Un popolo in ombra che qui trova voce per dire dell'istinto e della forza che sorregge quando tutto viene sottratto, anche la terra su cui posare il corpo, terra che viene ricavata di nascosto negli angoli della nostra cecità e che viene protetta col silenzio, con la speranza.
I
E dove altro credi possibile la mia presenza
se anche la mia terra è contro? Non rimane niente altro
che la cancellazione ripeteva un dirsi presenti
anche senza il luogo. Adesso conta diceva
fai la somma dei rimasti. Sottratti gli urti i lampi
i sacchi senza nome o le cataste di arti e bocche colme
di vuoto avrai la misura del rimanere, l’innominata ampiezza.
II
Alla conta venne la misura non prima
non in moltitudine ma uno ad uno
sparivano lasciando il quesito al posto, il vuoto
della certa destinazione. Con l’assenza a tavola
continuava mamma a preparare per quattro
anche dopo rimasta ultima anche ora
che le fosse disimparano il contenere.
III
Certe dozzine non andavano contate
non sapendo dove gettarne o cosa conservare:
dall’unico mucchio è indistinguibile diceva
la milizia con l’affetto, la sorpresa con la sorpresa
la manovra o la fuga. Partita patta dicevano
i credenti senza vinti e vincitori: segnato il punto
sulla carta il singolare niente spianava con l’ordine, il lezzo…
IV
L’esodo ha meno oltraggio del sepolcro
credimi, cosi l’assenza seppellisce
ma solo nella memoria: agli scomparsi corpi
non pesa il luogo vacante come a chi scava…
V
Da una riva all’altra separa solo
la paura dell’inizio una mancanza di traccia:
cosa lascio indietro
se vado diceva che memoria trovo?
VI
Dislocava tra gola e palato senza dire
portandosi con se solo e per la prima volta:
avvicinando la calma del lavoro finito
sostava all’argine della distanza
col timore di tracimare. L’odore del gasolio, del sale
davano la metrica certa dell’imbarco
dello scambio accompagnarlo all’opposta riva.
VII
C’è gente appesa perfino sui pali delle navi
lo sguardo che accusa e spunta o non crede:
dopo la voce italiana il motore spegne e qualunque suono
riassorbe fino al beccheggio, ai corpi fermi: procedure dice
le tue leggi uguali sempre. Sotto scorta fino al porto
e poi la fonda lo sbarco diritto fino al recinto a cumulare
le presenze come merce di stoccaggio. Non più di poco ripete
poi si rimpatria cosi come si arriva. Non si vede il numero
non si conta nemmeno quanta legione per nave al giorno
sperare la terra e nonostante le preghiere rimbalzare.
VIII
Lunghissima l’onda ma non abbastanza
per il battello: attorno un rischio di secca
la vedetta a terra o in mare. Sbarca dicono, alzati
e cammina. Cosi il balzo l’affondo nell’acqua
l’impresa del guado, di sopravvivere l’entroterra.
Ombra ad ombra allontano oltre gli estremi
della rena e il giusto verso distanzia il fiato al passo.
IX
Puoi capire? Sono rese le ore del guado
stornate e rese solo se resti altrimenti
è un percorso daccapo, un nuovo tentativo.
Al terzo viaggio si sono dimenticati di me:
supino aspettando ho allontanato anche lo sguardo
dal corpo per non vedermi o essere visto
per non essere consegnato al debito del rimpatrio.
X
Nella differenza di viaggiatore o migrante
la diversa causale: come il primo segue le carte
il secondo una a sperare ti dico, opposto il fine.
Al termine vedi come o cosa la memoria mantiene
ma la parola già divide: più del percorso il motivo
più del transito la durata… chi del rientro aspettando
chi del ritorno negato, al luogo caro la possibilità…
XI
Raccontava del mestiere svolto a casa, degli studi
le ripetizioni e certi viaggi per concerto: è cambiata la mia vita
e le mani storte adesso nascondeva per vergogna. Suonava
ancora: le mani rotte dai plotoni lo ricordano il mestiere, diceva..
XII
Come all’officina il materassaio, la posizione
bassa era offerta una poca paga tra il baratto del nome
e il dovere restare. Prendere o lasciare mi dicevano:
a lungo andare il documento arriva. Cosi restavo
metà invisibile e più spazio che persona. Sbagliavano
il mio nome nel chiamare ma nessuno ne curava
costando poco chi o cosa mastica il lavoro:
carne pronta con la fame in bocca e la bocca inutile al parlare
e del rimpiazzo all’entrata la fila piena, la stessa condizione
questuante affollare per poco, per tutto il tempo…
XIII
Ho vent’anni di scintille mi diceva ma sono un corpo
che stazione senza scampo: chiedo poco giusto il giusto
per campare ma non basta. Altro non ricordo ripeteva
per avere le parole: dammi altro che il denaro dammi un senso…
XIV
Lo sguardo appeso alla madia come sondava il vuoto interno
i ripiani dare alloggio alle molliche solamente, all’odore
chiuso dentro. Non c’è niente da mangiare ripeteva
e chiudeva gli sportelli con il gesto di chi perde…
XV
Non so chiamare a casa per sapere, mi diceva ho paura
che quanto detto s’allontani dall’immagine che credo: rimandava cosi di giorno in giorno il tempo al posto telefonico
altre scuse inventando. Se poi altre morti accadono ed io non vedo, con che scusa resto per lavoro con che peso? Manca poco
mi diceva per tornare con ricchezza. A quando torno l’abbraccio
immenso rimandava o d’orfano l’assenza da scontare…
XVI
Come versano gli eroi nella storia mi chiedeva
con quali veti o aperture diventano invece di sparire?
Io non so di me che fare e sedeva a terra il capo nelle mani.
Hai letto troppo gli diceva il padre, gli eroi spesso
non negli occhi della gente il destino a compiere ma sfuggendo
solitari un poco a poco con del pane e certo amore.
Si ma chi ne parla insisteva il figlio alzando: io che sono?
XVII
Lo sbalzo sopra le teste l’intermittenza
di luce interessa per la frazione minima
per la mancanza improvvisa. Sovrappone
alla continuità ma è solo temporale rassicuro.
Il fare immutato prosegue allora nella pausa di corrente
tra l’erogare e le impronte sulle cose. Noi viviamo uguale
dico: cosi alternati tra costanza e sottrazione…
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