Da "Buffalmacco e Calandrino - Storie di Toscana" di Gabriella Zurli Orioli

POI SI DIVENTA VECCHI

C' era una cosa di cui Giosue D. andava fiero più che di ogni altra: la robustezza della sua stirpe. Suo padre era stato uno degli uomini più alti e forti del paese, e molti ricordavano ancora quando, da solo, aveva sollevato e riportato in strada un carro caduto nel fossato.
"Il mi' poro babbo- diceva a tutti Giosue, -l'era un Ercole. Bello, forte, pieno di donne e di salute! Campò fino ai novantasett' anni e morì col sigaro in bocca".
Egli, che era un po' minuto, si faceva un cruccio di non aver ereditato la stazza paterna, e proprio per questo non perdeva l'occasione di mettere in evidenza la sua ottima salute.
"Mai un raffreddore, mai un eccì! lo, il dottore, 'un so nemmanco dove sta di casa".
Aveva sposato una ragazza florida e allegra, che scoppiava di salute e che aveva messo al mondo cinque figlioli, tre maschi e due femmine, "così, come le galline fan le ova".
Anche i ragazzi erano robusti e crescendo divennero, con grande soddisfazione del genitore, alti quanto l'avo.
Giosue, da parte sua, sperava di arrivare all' età raggiunta dal padre senza acciacchi; inoltre era convinto che ogni malanno fosse passeggero e si potesse curare con qualche buona bistecca e un bicchiere o due di Chianti in più.
E così fece anche quando cominciò ad accusare - ma solo con se stesso - certi dolori allo stomaco che divenivano sempre più intensi.
"'Un ho mica nulla, sa'- disse alla moglie, quando non fu più in grado di nascondere la cosa. -Gli è che mi so' curvato parecchio per toglie' i sassi dallI orto".
Qualche sera dopo però tornò a casa con dei dolori più forti del solito e non solo rifiutò la cena, ma anche la camomilla che la buona donna insisteva per fargli bere.
"'Un gli è nulla, t'ho detto. Ora vo a dormì e domattina mi levo che sto bene come 'un so' stato mai."
Ma la mattina dopo i dolori non erano ancora cessati.
Dopo molte suppliche della moglie, acconsentì infine, e forse senza troppo dispiacere, a restarsene nel letto. I figli, che abitavano tutti poco lontano, non vedendolo né al lavoro, né sulla piazza, andarono verso sera a fargli visita.
"O che t'è capitato, babbo?"
"Nulla, nulla. Devo ave fatto uno sforzo coi muschi... occome si chiamano que'cosi, lì, quelli che so'tutti attorcigliati dentro, intorno all'ossa."
"Per me si dovrebbe sentì il dottore..." s'arrischiò a dire Gino, il più assennato dei figlioli; ma Giosue sbarrò gli occhi e si segnò, come se avesse visto il demonio: "Certe cose 'un le devi di'. Io di dottori 'un voglio sentì parlà. So' tutti chiacchieroni che per riempirsi le tasche 'un ci pensano du' volte a mandà i cristiani al camposanto".
"Ovvia, babbo! 'Un l'è come pensi tu. E poi, 'un ti devi vergognà, capita a tutti di sta' male, prima o poi."
"A me, no!" esclamò Giosuè, e si piegò in due, gemendo. "Convincetelo voi! -supplicò la moglie. -Altrimenti codest'omo mi more..."
Ci vollero tempo e pazienza, ma alla fine la determinazione di Giosue cominciò a vacillare e uno dei figli corse a chiamare il dottore prima che egli ci ripensasse.
Così, per la prima volta a memoria d' uomo, il medico condotto varcò la soglia di casa D. "È un'ulcera.- sentenziò, dopo aver palpato a lungo lo stomaco e la pancia di Giosue. -È proprio un'ulcera, e anche di quelle brutte. Lo vedete cosa può succede' quando un omo si trascura ?"
Giosue lo guardò bieco e bofonchiò qualcosa tra se, sotto le coperte.
"Prima di da' un responso definitivo, però,- continuò il medico -voglio vede le lastre."
"O che sarebbero codeste lastre?" chiese sospettoso Giosuè.
"So' le fotografie del vostro stomaco" spiegò il medico.
"Questa sì, che l' è bona! Le fotografie del mi' stomaco. E come si fa a fotografà uno stomaco?" domandò ancora Giosuè.
"Voi 'un dovete fa' proprio nulla, si fa tutto noi. Ora mando a chiamà quelli dell' ospedale che tengano un letto libero, poi vi fo accompagnà...".
"Ospedale? Sarebbe a di' , sor dottore, che mi volete mandà all'ospedale? No, eh! All'ospedale io 'un ci vo. In questo letto so' nato e in questo letto moio." E il buon vecchietto venne rosso per la rabbia.
"Prima che arrivi la vostra ora ne deve passà di tempo! - ribatté il medico -E state sicuro che morirete nel vostro letto. All' ospedale ci state solo il tempo di fa' quelle fotografie: du' giorni, tre... poi siete di novo a casa".
"lo 'un voglio fa' nessuna fotografia. Vi dico c'ho fatto uno sforzo a' muschi, ma ora la mi' moglie mi massaggia un po' e domani sto di novo bene".
"No, caro il mi'omo! Voi per sta' bene dovete da' retta a me. Du'o tre giorni soli. E'un po' come andà in villeggiatura: state a letto, vi riposate, vi fanno mangià le cose che vanno bene per voi. Domani poi Caterina vi viene a trovà e vi porta le arance..." .
Mentre il dottore parlava, i figli di Giosuè annuivano con la testa, pensierosi.
"Ovvia, babbo!- fece infine una delle figliole. -Tu hai tanta paura di morì, ma se 'un ti curi, allora sì, che mori sul serio. Pensa un po' che dispiacere daresti al poro nonno, se lo venisse a sapé".
"E per noi? Pensa alla mamma: resta' vedova alla su'età! Che figura!" aggiunse uno dei fratelli.
"Ti scriverebbero pure l'età sulla lapide al camposanto,- fece eco un altro -e tutti verrebbero a sape che se'morto giovane. Potrebbero anche di' che 'un eri forte".
Giosue si sollevò su un gomito: "O siete ben sicuri? 'Un lo state mica a di' per mettermi paura?"
"L'è come ti s'è detto, babbo".
Giosuè rimase un attimo soprappensiero, poi sospirò e diede il proprio assenso: "S'è così come dite, allora mi tocca andarci per davvero".
Il medico corse senza indugio a telefonare all' ospedale, mentre Caterina, la buona moglie di Giosue, aiutata dalle figlie, preparava la valigia.
"Ecco, c'è tutto- disse infine. -Ciabatte, maglie di lana pesante, du' fazzoletti da naso, berretta e calzerotti".
"Mamma! Dimentichi la cosa più importante" saltò su a dire una delle figliole.
"O strulla! 'Un vedi che c'è tutto? Pensi che lun le conosca le robe che servono al tu' babbo?" E la vecchietta si risentì.
"Ma... e il pigiama? Vorresti di' che il babbo dorme nudo?"
"Sicuro!- rispose la donna. -E come dovrebbe dormì, secondo la tu' testa bacata?"
"Ma tutti dormono col pigiama!" insistette la figlia.
"Comunque,- continuò, per evitare discussioni -se proprio il babbo di pigiami 'un ce n'ha, gliene vo subito a piglia' uno del mi'marito".
"Io que'cosi infernali 'un me li metto. Passi la giacchetta, ma le brache, proprio no!" tuonò Giosuè dal letto.
La figlia non gli diede ascolto e corse a casa sua, da dove tornò poco con un pigiama quasi nuovo.
Appena l' ebbe indossato, Giosuè si girò un po' su se stesso, poi esclamò: "Io 'ste brache 'un me le metto! AlI' ospedale se mi vogliono, mi devono piglià come mi fece la mi'pora mamma".
"Ma babbo, 'un poi sta' nudo all'ospedale! Già 'un ci si dovrebbe sta' nemmanco a casa propria...".
"O questa l'è bona!- fece il vecchio. -Uno 'un può sta'come gli garba a casa sua. E che, fo scandalo ai muri? E poi 'un l'è vero che sto nudo: la camicia 'un me la levo mai, nemmanco la notte. Il mi' poro babbo, invece, eh lui sì, ch'era un omo! Dormiva tutto nudo col berretto in capo. Per questo ch' è campato tanto e in bona salute. No, no,- continuò poi guardando il pigiama che indossava -io questo coso 'un me lo metto di sicuro. Volete fa' i civili? Date addosso al vostro babbo, poi però andate a dormì coi vestiti su. Bella civiltà!"
"Babbo, questo 'un l'è un vestito, l'è un pigiama, fatto apposta per sta' a letto..." presero a spiegare le figlie. Non si può dire che Giosue fosse infine convinto sull' utilità del pigiama, ma almeno si rassegnò a tenerlo.
La mattina successiva partì sulla macchina del medico alla volta dell'ospedale, accompagnato dalla moglie. Per tutto il giorno Caterina rimase a tenergli compagnia poi, alla sera, quando ella dovette andarsene, Giosuè, rimasto solo, cominciò a pensare a " quelle brache" che aveva addosso e a sentirsi infastidito.
"lo con 'sti cosi su a dormì 'un ci riesco. Quelle fotografie me l'hanno fatte, sicché fino a domattina mi lasceranno chetà. E allora le brache me le levo".
Così, non appena nella corsia si spensero le luci, Giosuè, con la gioia di un bambino dispettoso, sfilò lentamente i calzoni e li spinse col piede verso il fondo, in un angolino del letto. Quanto stava bene, ora! Si stirò un poco, poi cercò una posizione comoda e ripensò ai fatti della giornata, così diversa da tutte le altre. Tutto gli pareva più bello, persino l' ospedale, i medici, le " fotografie". Ma sì, in fondo era lì anche per riposarsi. Le lenzuola erano fresche di bucato, le coperte calde, il materasso comodo...
Ben presto si addormentò.
Furono le impellenti necessità del corpo a risvegliarlo.
Quando aprì gli occhi vide una sottile striscia di luce che filtrava dal finestrone di fronte e veniva a cadere proprio sopra il suo letto. "Dev' esse' l'alba " pensò, poi cominciò a cercare i calzoni. "O dove si saranno andati a caccia', codesti demoniacci?" si chiedeva, mentre esplorava tutto il letto con la punta dei piedi. Ma poco dopo la natura gl'impose di sospendere le ricerche.
"Qui stanno tutti a dormi',- pensò -l'è ancora scuro. Nessuno mi vede, se vo così...". Si alzò e, con la sola giacca del pigiama addosso, si avviò verso i gabinetti.
Ma il buon vecchio, che non era mai stato in ospedale, non aveva fatto i conti con l' orario della sveglia, cosicché, quando si riaffacciò alla porta della corsia, trovò le luci accese e due suore vestite di bianco che spalancavano le finestre, recitando intanto le preghiere del mattino. "O Madonna benedetta!" esclamò Giosuè e coprì con le mani quella parte del suo corpo della quale gli altri " 'un devon nemmanco sospetta' che ci è". Per un poco rimase a pensare come potesse raggiungere il letto mantenendo intatta la propria dignità, poi sfilò la giacca, la tese davanti a sé legandola per le maniche sulla schiena e, quatto quatto, si avviò per la corsia.
Scoppiò a ridere per primo il vecchietto del terzo letto a sinistra, quello che aveva russato per tutta la notte, e poiché tutti cominciarono a domandare il motivo di tanta improvvisa ilarità, egli, il quale non riusciva a parlare per le risate che quasi lo soffocavano, puntò il dito verso il deretano roseo e tondo di Giosuè, che intanto era giunto a metà della corsia e proseguiva il viaggio verso il suo letto, l'ultimo della fila, con discrezione e una gran serietà dipinta sul viso. Fu un'esplosione di risate e sghignazzi. Alcuni divennero rossi, congestionati e presero a tossire.
Giosuè, seguendo un indice puntato, si voltò e intravide con la coda dell'occhio il proprio posteriore ben esposto al ludibrio di coloro che si lasciava dietro avanzando.
Divenne viola e la vista gli si oscurò. Mentre cercava di guadagnare il letto in fretta, una delle due suore gli si avvicinò col viso girato dall'altra parte e, con un gesto rapido, gli gettò un ampio lenzuolo sopra le spalle.

©  Gabriella Zurli Orioli - 2002
 
 

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