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Michele Zefferino
è nato a Margherita di Savoia (FG) nel 1962. Vive a Verdello (BG), dove esercita la libera professione nel settore edilizio. Pur avendo conseguito la maturità tecnica, s’interessa di storia, di politica, di saggistica e di letteratura, con particolare predilezione per i thriller ed i racconti carichi di suspense.
Erano gli ultimi giorni di novembre.
Quella notte faceva freddo, il vento era sostenuto ed il mare agitato su quel tratto di costa chiamato il “Golfo dei Poeti”, a Portovenere.
Un uomo, solitario, a passi lenti si incamminava verso la chiesetta di San Pietro, posta sull’estrema punta della costa, su un lieve promontorio.
Salite le scale che conducono alla loggia coperta della chiesa, l’uomo si affacciò e sporgendosi iniziò a contemplare il mare.
Il mare, d’autunno, aveva per lui un fascino particolare: lo attraeva e nello stesso tempo lo spaventava.
Il vento spingeva le onde a infrangersi sugli scogli, gli spruzzi arrivavano fin lassù, a lambire il suo viso, come sapienti carezze, come fugaci baci, come tenui morsi, dispensati ad arte, con pause centellinate e repentini sussulti dei sensi.
Il mare, così agitato, gli sembrava una femmina voluttuosa, ubertosa e sensuale, che manifestava il desiderio di consumare un amplesso profondo, disinibito, estremo, con gemiti e sibili tentatori. Era arduo riuscire a resistere ad un così forte richiamo. Ma lui sapeva che se avesse ceduto, gli avrebbe straziato il corpo.
Il mare era laggiù, a pochi metri da lui, a proporgli un incontro che in un istante avrebbe risolto tutte le sue angosce esistenziali, trascinandolo via dalla dimensione terrena, così carica di difficoltà, così piena di problemi, fonte di dolorosi ricordi e gravi fardelli.
Un salto … e come d’incanto, ogni sofferenza sarebbe finita, ogni dolore annullato, ogni inquietudine pacata, in un abbraccio avvolgente e risolutivo.
Mortale.
Quante volte, di fronte alle avversità che il percorso terreno gli aveva proposto, aveva trovato i rimedi? Quante volte, dopo l’ennesima caduta, si era risollevato, contando unicamente sull’energia fisica, sulla tenacia spirituale, sulla forza di volontà?
Tante; troppe.
La stanchezza aveva cominciato a prendere il sopravvento, aveva iniziato a ledere la sua resistenza, aveva minato la sua voglia di vivere.
Non poteva più resistere alla rabbia ed allo sconforto che lo attanagliavano nel vedere gli altri riuscire, con minima fatica, in quelle cose per le quali lui dovevo profondere enormi sforzi per superare le difficoltà che gli si paravano davanti.
Quale era la colpa per meritare un siffatto destino?
Perché doveva sempre escogitare un qualcosa di diverso, di nuovo, d'inedito per vivere, spesso per sopravvivere, quando altri dovevano solo sforzarsi per destarsi dal torpore, in un dolce risveglio, dopo un sonno ristoratore, per affrontare una giornata di sola discesa, senza ostacoli.
Era forse segnato da una sorta di privilegio, riservato a chi doveva soffrire nella vita terrena, per guadagnare la gioia nella vita eterna? Aveva forse chiesto questo nelle sue preghiere, anelava ad una vita così intensa da consumarmi nel volgere di un attimo, senza il respiro di un momento di calma, di apatia?
O piuttosto era un dannato e non lo sapeva, ovvero non lo voleva riconoscere?
Di certo era stanco, esausto dalle continue prove tese a mantenere il percorso che si era prefissato ed ormai indotto ad abbandonare tale strada per cercare scorciatoie, anche estreme, pur di riposare per un attimo o per l’eternità.
D’un tratto, una folata di vento più forte lo sbilanciò in avanti, fin quasi a perdere l’equilibrio, sul punto di cedere e cadere tra le braccia del mare. Fece appena a tempo a richiamare tutta la sua forza interiore nelle braccia e tutta la sua forza spirituale nella mente, per riassestarsi.
L’istinto.
L’istinto aveva preso il sopravvento, in quel momento estremo. Si era sostituito alla sua volontà, al suo cervello, per mantenere il suo corpo unito alla sua anima.
Lo aveva salvato per vivere.
O, forse, lo aveva condannato a vivere.
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