Dopo ventidue ore di autobus, ho raggiunto lo stato dell'ascesi. I paesaggi scorrono
indifferenti ed esausti, si mescolano gli uni con gli altri, rendono simili
gli altopiani punteggiati di agavi e campi di mais, le zone calde, esuberanti di
cafetales, banani, papaye e manghi, i tratti di costa, schiacciati dalla calura
e densi di palme e le montagne incombenti, la sierra da cui siamo discesi o
che ci apprestiamo a risalire.
Ci fermiamo in una stazione sporca e gremita, assediata dai venditori di tamales,
bibite fredde racchiuse in sacchetti di plastica, dolci di cocco e di guayaba,
quesadillas e tostadas. Tapachula, penultima tappa prima di varcare la frontiera
col Guatemala. E' il mio primo viaggio oltre frontiera, dopo quasi cinque anni di
permanenza in Messico, il mio paese ormai.
Scendo a fatica, prendo il mio zaino dal bagagliaio, mi sposto verso l'esterno
della stazione. Furgoni aperti, camion, pick up che sembrano stare lì
per caso, ma che, all'improvviso si riempiono di moltitudini vocianti
che caricano pacchi, ceste, contenitori, galline vive legate due a due, secchi di
gamberi, valigie e borse. "Dove sarà il collettivo per Ciudad Cuauhtemoc?", mi
chiedo, mentre apro il secondo pacchetto di sigarette del giorno.
Non devo aspettare molto, arriva un autobus preistorico, con le persone appese
alle porte e le valigie legate sul tetto. Cerco di salire, facendomi strada nel
muro di corpi che ostruisce l'entrata. Un ragazzo mi fa un cenno, come a dire
"vai su, vai su". Salgo per la scaletta posta sul retro dell'autobus, mi sistemo
tra due ceste di frutta, mi siedo sul mio zaino, aggrappandomi a dei mancorrenti
posti a protezione dei bagagli.
Dopo un'attesa che mi sembra eterna, incominciamo a muoverci, caracollando su un
terreno pieno di buche. Lasciamo la città e c'inoltriamo in una campagna fertile,
piena di alberi che non so riconoscere. Salgono due giovanotti di circa diciotto anni
ed un signore con un cappello texano, camicia bianca e stivali rancheros. Iniziamo
a parlare. Mi chiedono da dove vengo, da che parte degli Stati Uniti. Rimangono
un po' interdetti quando rispondo che sono italiano. "Sabe usted, Italia, Europa,
el Papa, Roma". Il signore non presta attenzione alle nostre chiacchiere.
Ogni tanto sputa verso il terreno, con cura, come se fosse un'incombenza importante.
I giovani vanno in Guatemala. Lavorano in Chiapas come braccianti stagionali ed
adesso ritornano a casa per qualche settimana. Chiedo loro come va in Guatemala e
mi rispondono frettolosamente "va tutto bene",come se avessero paura di
essere ascoltati da qualcuno. Il più giovane aggiunge "c'è poco lavoro",
poi tace come se si fosse pentito di aver parlato troppo. Sono anch'io un po'
preoccupato. La dittatura militare è stata appena sostituita da un governo civile,
ma il ricordo dei massacri, dei "villaggi modello" e della repressione militare
è troppo recente per considerare il paese sicuro. Si mormora dell'esistenza
di squadroni della morte, composti da poliziotti fuori servizio, specializzati
nel fare sparire gli oppositori. Più giù, in Salvador, monsignor Romero,
l'arcivescovo della capitale, è stato ammazzato in chiesa mentre diceva
messa. Guardo i paesaggi, le facce dei ragazzi, le mercanzie accatastate e,
chissà perché, mi sento felice. Felice di muovermi su un territorio dove
i riferimenti abituali dell'occidente sono sostituiti da segnali diversi,
da volti differenti, da altre consuetudini.
Ecco, stiamo entrando a Ciudad Cuahutemoc. Quattro strade sterrate che
s'incrociano, case basse, negozi e bancarelle ovunque. Gruppi di
cambiavalute che esibiscono voluminosi fasci di biglietti, pesos e quetzales.
Cambio un po' di soldi, mi presento al posto di frontiera. Attendo
pazientemente il mio turno, il doganiere mi chiede quanto mi fermerò in Guatemala.
Rispondo "dos semanas", mi stampiglia un visto valido un mese e mi chiede tre
dollari come diritto d'entrata. Pago con sollievo, cammino trecento metri e salgo
su un altro autobus che sembra risalire agli anni '50. Ma almeno è semivuoto.
Mi accascio sul sedile, pensando che sto viaggiando senza interruzione dalle
tre del pomeriggio del giorno prima. Mi addormento. Quando mi sveglio,
l'autobus è stracolmo. Siamo seduti in tre su un sedile da due. Nel corridoio
angusto, decine di passeggeri che formano un groviglio di braccia e gambe.
"Donde estamos?", chiedo al mio vicino, un signore robusto sui cinquant' anni.
"Quasi a Mazatenango", mi risponde. A Cocales devo scendere e passare
la notte in qualche paese, prima di intraprendere l'ultimo balzo verso
i vulcani di Atitlàn.
Quando scendo è buio fitto. Siamo in campagna. Un giovane s'avvicina e
mi dice "vado anch'io a Patutul, vieni con me". Chiede un passaggio ad
un autotreno gigantesco. Il conducente si ferma, con uno stridore apocalittico
di freni. Saliamo. Il ragazzo mi dice di essere militare di leva. Sta tornando
a casa, anche lui. Il viaggio non dura molto, dopo mezz'ora arriviamo in paese.
Ci ritroviamo su uno stradone impolverato, ai cui margini sorgono case basse.
C'è un solo hotel, una stamberga con stanze disposte in fila intorno
ad un cortile rettangolare. Chiedo una stanza. Mi chiudo a chiave e mi spoglio.
Prima di andare a letto, sento qualcuno che cerca di entrare nella stanza.
Urlo "quien es?", ma è solo una signora che non trova la porta
della sua camera. Mi addormento di schianto, alle nove di sera.
***
La mattina dopo, mi sveglio di buon ora e vado alla stazione degli autobus.
Ma forse il termine "stazione" è improprio. Nella strada principale,
davanti a due botteghe di alimentari, s'accalcano una decina di mezzi.
Chiedo se vanno ad Atitlàn, ma ricevo in cambio solo espressioni dubitative
e perplesse. Mi siedo impaziente e fumo, ho voglia di arrivare.
Si siede accanto a me un mendicante e mi chiede un quetzal, esibendo
una gamba ridotta ad un osceno moncherino. Gli dico di no, che se ne
vada. Insiste. Vuole mezzo quetzal. Salmodia una litania in cui ripete
"guarda.. guarda la gamba.. che è per te mezzo quetzal?… sii buono…
guarda la gamba". Poi scende a 25 centesimi, si stringe il moncherino
tra le mani. Gli dico di andare a rompere i coglioni a qualcun altro
("no me chingues"), ma lui mi guarda e mi dice "almeno la tua fretta,
regalamela". Estraggo una moneta dalla tasca, gliela do, lo guardo andar via
con sollievo. Arriva l'autobus, alla fine. Prende una strada bianca e gibbosa,
procede a 20 chilometri all'ora, attraversa una campagna verde che sembra
non toccata dalla mano dell'uomo. Tre ore di viaggio, ma ormai siamo
vicini, ormai stiamo per entrare nell'abitato di Santiago Atitlàn.
***
Su Santiago incombe un vulcano alto più di tremila e cinquecento metri,
separato dall'abitato da un'insenatura del lago. Il paese è povero, ma decoroso.
Dalle case di mattoni e legno, immerse in una vegetazione lussureggiante di
banani e caffè, viene su un filo di fumo, alimentato da camini.
Grappoli di bambini e bambine, vestite con i loro costumi multicolori,
stazionano davanti alle porte, s'inseguono per strada, ma, al mio passaggio,
tacciono e mi guardano fissi, come se fossi un alieno disceso sul villaggio.
Scendo verso il lago, di tonalità cangianti di azzurro e mi siedo sull'erba,
mentre alcune donne, nei loro huipiles, lavano i panni sulla riva del lago
ed alcuni ragazzi giocano a pallone in uno spiazzo erboso. Sto lì a
guardare le barche, l'acqua attraversata da una debole corrente, il profilo,
insieme aspro e dolce, delle montagne che circondano il lago. Fumo e cerco
di abolire i pensieri, anche se si ripresentano tenaci. Mi stendo e fisso il
cielo solcato da nubi, che sembrano mosse da una mano invisibile.
Rimango disteso un tempo imprecisato, poi la fame ha la meglio e mi spinge
a cercare un ristorante. Detesto mangiare da solo, ma il digiuno mi sembra
un'alternativa peggiore. Risalgo la strada, m'inoltro nel paese.
Entro in una bettola con 4 tavoli e lunghe panche di legno. Mi faccio servire carne,
fagioli, tortillas e salsa piccante. Penso che sono solo le sei del pomeriggio,
mi si spalanca una serata vuota e lunga. Dal tavolo vicino, vedo tre uomini
ed una donna che scherzano e ridono forte. Gli uomini corteggiano la donna,
che lascia fare, ma senza offrire eccessiva confidenza. Sento uno degli uomini
parlare di "Adamo ed Eva, che furono scacciati dal paradiso terrestre perché
vollero assaporare il frutto del peccato". Chissà perché, m'intrometto e dico
che furono espulsi perché vollero assaggiare il frutto della conoscenza,
non quello del peccato. Uno degli uomini mi guarda incuriosito, m'invita a
sedere con loro. Il tavolo si riempie di birre, le risate salgono d'intensità,
mentre si parla di cose di cui ho smarrito il ricordo. Guardo di sottecchi
la donna. Non è bella, ma sembra avere una forte personalità. Un volto da
mestiza, labbra grandi e carnose, pelle olivastra, fianchi grandi ed un cappello
che le incornicia il volto e le dà un'aria malandrina. Quando uno degli uomini
s'avvicina per darle un bacio sulla guancia, lo tiene a distanza mormorando
parole cortesi ma definitive. Vive negli Stati Uniti, lavora in Wisconsin
da almeno otto anni. Anche lei sta tornando a casa per le feste di Natale.
Quando qualcuno propone di scendere al lago, per "vedere la luna",
lei si alza e torna al suo hotel. Mi ritrovo sul bordo del lago a chiacchierare
delle comunità locali e del grosso lavoro che occorre realizzare
per garantirne lo sviluppo. Qualcuno mi passa una canna, con estrema
prudenza. Fumo e mi congedo dai tre, salutato da vigorose strette di mano.
Torno in hotel, mi siedo su una sdraio del cortile interno. Si apre una porta
ed appare un volto. E' lei, la donna del ristorante, che mi guarda
sorridente ed interrogativa. Le chiedo se posso entrare
e mi ritrovo su una seggiola di legno malferma, mentre lei si siede sul letto.
Mi sembra un segno del destino così sfacciato che decido di forzare il corso
degli eventi. Mormoro "se ti do fastidio, dimmelo" e mi siedo accanto a lei.
Ci guardiamo un attimo, entrambi stupiti, poi mi chino su di lei e la bacio.
Me lo restituisce con forza, lascia che le mie mani accarezzino i suoi seni, ma
quando faccio per spogliarmi, mi ferma e dice "non sono preparata, non ho portato
nessun contraccettivo". Un ultimo bacio e sono fuori dalla sua stanza,
con una contentezza che m'assale come il sapore di questa terra forte e addolorata.
***
Mi sveglio verso le otto del mattino e so già che è andata via. La cerco,
mi reco all'imbarcadero, busso alla porta della sua stanza, ma è partita presto,
mi dice una donna che fa le pulizie. Trattengo un moto di delusione, pensando
che forse la ritroverò in un altro villaggio.
Nel pomeriggio parte la barca per San Pedro, dall'altra parte della laguna.
Passo la mattinata in modo indolente, visitando i negozi di artigianato
e vestiti tipici, chiedendo i prezzi, contrattando. Alla fine compro solo due
orecchini ad un prezzo che mi pare simbolico.
Sulla barca c'è un'allegra confusione. Una cinquantina di guatemaltechi siedono
ordinati all'interno dell'imbarcazione, mentre una ventina di europei si
stravaccano sul ponte superiore. E' un trionfo di zaini multicolori, scarpe da tennis
di marca e magliette con l'effigie di Bob Marley. Mi sistemo anch'io sul ponte,
in piedi, e lascio che il mio sguardo vada alla ricerca degli anfratti della costa.
E' il 24 Dicembre. L'aria è tiepida ed il sole che declina proietta strisce di luce
rossastre sull' acqua increspata. Navighiamo lenti, fermandoci nei paesi intermedi che hanno il nome dei dodici apostoli. Arriviamo all'imbrunire alla nostra meta.
Un altro vulcano altissimo domina il luogo come una gigante che
sovrasti dei pigmei. Una strada di pietre che sale ripidamente ci porta al paese.
Guido una comitiva di italiani che sembra arrivata lì per sbaglio
alla ricerca di un hotel. Ne troviamo uno cadente e sporco, ma con una vista
magnifica sul lago.
La sera ce ne andiamo alla ricerca di una festa. Ci dicono di proseguire
lungo la riva del lago. Entriamo in una casa composta da un unico
stanzone. Vi sono una quindicina di persone che bevono, fumano ed urlano
in modo insensato. La musica che esce violenta da un vecchio stereo
appare incongrua e fuori posto. Gli AC/DC ci martellano con le loro sonorità
da isteria. Quando ci congediamo, uno svizzero ci chiede dieci quetzales per
la festa. Lo mandiamo a stendere. Esco dalla casa barcollando, inizio a
camminare a caso verso l'hotel, mentre una luna rossa ed enorme illumina
la scena quasi a giorno. Mormoro "che Natale del cazzo", mi butto sul letto.
***
Natale è un giorno tranquillo, passato tra la laguna, il paese e la
contemplazione dei campi che circondano l'hotel. Ma il giorno dopo
progettiamo un'escursione di gruppo a Chichicastenango, il mercato
più conosciuto dell'Alto Guatemala.
Chichi è un paese di montagna, inerpicato a duemila e duecento metri
di altezza. Le cime della sierra sembrano a portata di mano,
appaiono come rilievi bassi e tondeggianti tappezzati da una fitta
vegetazione. Nel paese ferve un'attività tranquilla. Il mercato occupa
la piazza centrale e le quattro strade che vi affluiscono. Sulle scale di
pietra della cattedrale, un gruppo di indigene vende fiori variopinti
e forma una macchia di colore dalle tonalità cremisi, gialle e bianche.
L'area è colma di bancarelle che vendono vestiti tradizionali, gioielli
di argento, giada e turchese, maschere di legno, utensili da cucina,
sassi dipinti, spezie, peperoncini rossi e verdi, cibo cotto sui comales.
Si contratta a lungo, si cerca di ottenere prezzi tre volte inferiori
a quanto viene chiesto, ci si muove in un delirio di colori, forme ed
odori che saturano i sensi, mentre il sole del primo pomeriggio
proietta strisce di luce accecanti negli spazi liberi da tende e protezioni.
Entriamo all'interno della chiesa e rimaniamo colpiti dal silenzio e
dal freddo. L'ambiente è completamente spoglio, centinaia di candele
accese sul pavimento da fedeli inginocchiati danno al luogo un aspetto
solenne e spettrale, mentre qualcuno fa uscire da incensieri d'argento nuvole
spesse di fumo bianco che s'innalza lentamente e stordisce.
Sulla strada del ritorno, chiudo gli occhi. Vorrei una tregua, una sospensione.
Ma le immagini del giorno ritornano con forza e m'impediscono di dormire.
***
Quando mi sveglio la mattina dopo, mi reco in riva al lago e mi guardo intorno.
Sto tre ore buone in silenzio a fissare il gioco delle correnti.
Sono arrivato alla mia meta, alla fine.
Qui posso riposare, bagnarmi nella laguna, andare in giro in mezzo a campi di mais
dell'altezza di un uomo. Posso ascendere sulle pendici dei vulcani spenti. Visitare
i villaggi indigeni dell'interno ed ubriacarmi di aguardiente in osterie che
assomigliano ad anfratti ricavati nella pietra.
Posso finalmente lasciare che i giorni passino, che il vecchio anno ceda il passo
al nuovo, senza l'esigenza di percorrere altre strade, di spostarmi nuovamente
alla ricerca di un'idea.
© Writer
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