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Nella scrittura di
Pasquale Vitagliano si avvertono tempi diversi – anche tra loro distanti – di scrittura. I temi si riconducono tutti ad un nucleo centrale, una sorta di forma mentis, che dà carattere all’opera. La sua è poetica visiva, ove il rincorrersi delle immagini ci porta lontano, catapultandoci da una scena all’altra con concatenazioni a volte difficili; sovvengono alla memoria certi scrittori americani.
Tra le opere in versi, HEIMAT (pubblicata su RottaNordOvest) resta ad oggi il pezzo di bravura della produzione poetica di Vitagliano. È la lirica che dà il segno della personalità e della formazione dell’autore. Ironia, controllo della lingua, potenzialità evocativa permettono una scrittura godibile che trova la sua misura nel respiro più corto. Temi piuttosto concettuali trovano una persuasiva veicolazione nel verso, grazie anche a una sorta di "ruvidezza" emotiva che nulla concede ai "buoni sentimenti". Quanto alla narrativa, si segnalano il romanzo epistolare Pretorio abbandonato – un esperimento di “iperstoria” scritta a quattro mani con Angelo Ascoli, vicedirettore di Diva e Donna – che ha ricevuto apprezzamento dall’editore Piero Manni e la raccolta di racconti brevi, Filigrane, che
esprimono un’originale combinazione di stile informale e classico; intrecci narrativi incisivi anche se dipanati con una scrittura poetica; una struttura apparentemente disomogenea, dietro la quale si scorge lo sviluppo coerente di alcuni temi costanti, il disadattamento, il sorriso e l’ironia rispetto ad una realtà estranea e l’atto dello
scrivere. Pasquale Vitagliano è nato a Lecce il 23 settembre 1965, risiede a Terlizzi in provincia di Bari (Viale dei Garofani, 51 – telefono 080/3519255). Laureato in Scienze Politiche e Giurisprudenza, ha seguito la Scuola di Giornalismo “Gino Palumbo” della Rizzoli Corriere della Sera di Milano ed è stato redattore-stagista presso il Corriere della Sera. Attualmente è un funzionario del Ministero della Giustizia e si occupa di Formazione. Nel 1989 ha pubblicato una raccolta di poesie con prefazione di Niki Vendola. Una sua silloge è stata pubblicata sulla Rivista Letteraria on line Rottanordovest. E’ stato finalista del premio di poesia Città di Procida nel 2003. Ha ricevuto proposte di pubblicazione da Piero Manni Editore ed Edizioni Joker. Menzione speciale nel 2005 al Premio di Poesia Lorenzo Montano Città di Verona. E’ stato selezionato tra gli autori selezionati per l’Agenda Poetica 2006 edita da LietoColle. Collabora come editor con la rivista on
line Italialibri.
Ho cominciato a leggere per guarire. E quando sono guarito ho cominciato a scrivere. Se adesso non posso fare più a meno di scrivere è perché ho letto tantissimo, forse troppo, anche più libri contemporaneamente. Non so se un giorno le persone che mi incontreranno per strada mi riconosceranno come uno scrittore, ma se accadrà il merito sarà tutto del giovane poeta di Rilke. Scrivere non è stato per me un talento prematuro. Anzi, ho cominciato a scrivere tardi. Non ho mai scritto diari, autobiografie, romanzi, solo qualche lettera. Ho cominciato a scrivere dopo aver cominciato a leggere. Tardi. Anche in questo caso senza alcuna inclinazione naturale. Anzi per emulazione. Il mio maestro è stato un amico che sin da piccolo ha sempre letto ossessivamente di tutto e non ha mai scritto niente; oggi nella vita non fa nulla ma è la persona più divertente che abbia mai conosciuto. Sono giunto alla conclusione che il mio bisogno di scrivere, storie o versi, è anteriore alla scrittura stessa. Forse da questa distanza aveva origine la sofferenza, l’inspiegabile disperazione, la malattia che ha preceduto la mia scrittura. Ricordo che da bambino, una mattina mi alzai dal banco di classe, mi avvicinai alla maestra e le dissi fiero e desideroso di ammirazione: “Ho scritto un libro.” Naturalmente non era vero. Né ricordo di aver mai avuto allora questo riposto desiderio. Mi piaceva disegnare piuttosto. E lo facevo anche molto bene. Perché con la stessa immaginifica esaltazione - quella che solo un bambino ha - non le dissi che avevo già una fidanzata o che mio padre mi aveva fatto guidare l’auto oppure, e sarebbe stato più verosimile, che avevo dipinto un quadro, il suo ritratto, magari? A volte questo ricordo non è solitario ma si confonde con l’eco oscura di una voce narrante di maschio che usciva dalle labbra di una pallida geisha dai denti anneriti col carbone. Raccontava una storia: in un film visto da bambino ma scoperto molto tempo dopo. Questo tipo di ricordi non fanno rivivere il passato, ma dischiudono la porta di un altro tempo. Prima di leggere e scrivere ho guardato gli altri, le persone vicine, gli amici, i conoscenti, gli estranei, i passanti. Quando guardo una persona ho il vuoto rimpianto di non conoscerla, di non condividerne i pensieri e i luoghi, di non appartenergli. Com’è possibile provare tale sentimento per tutte le persone che si guardano? Ti prende un senso tragico di svuotamento e di estraniazione. L’unico lenimento è il folle azzardo di una possibilità di incontro, di condivisione. Così ho conosciuto migliaia di uomini e di donne, li ho amati e odiati, ho conosciuto le loro case; dell’odore di queste mi sono impregnato le narici, ho ascoltato i loro segreti, ho pianto e riso con loro, mi sono bagnato di sesso oppure ho fatto a pugni, ho gridato contro di loro rabbia o bisbigliato parole di pietà. Tutto questo è avvenuto mentre rimanevo immobile, fermo nella mia realtà chiusa in un acquario o in movimento sui miei passi. Questa è la storia dei miei viaggi. Sono partito sempre troppo eccitato e ho sempre viaggiato nel malinconico incanto verso le facce, i vestiti, il passo delle scarpe o degli occhi degli sconosciuti, guardati fuori da un finestrino o seduti di fronte in uno scompartimento; come anche verso la voce, le mani e le parole delle persone incontrate e appena conosciute. Al ritorno mi è rimasto il cupo presagio di una perdita o di una sconfitta. Al termine ho posseduto soltanto le città, nelle quali avevo camminato, toccato, odorato, delle quali ho subito l’indifferenza o l’ostilità ma che in solitudine ho finito per amare senza amore come i giovani di provincia di una volta possedevano e amavano le puttane. Ho divorato con gli occhi le esistenze e non sono mai appartenuto ad alcun luogo... ad alcuna persona. Sarà perché sono nato in una città che ho visto soltanto a trent’anni e dove nemmeno i miei genitori vissero. Non mi è rimasto nulla. Come sabbia ogni ricordo è scivolato via, fuori di me. Porto dentro soltanto le impressioni dei fatti, dei luoghi e delle persone, che non toccano per niente la mia incosciente eppure naturalissima coazione a ripetere il presente e sbattono su questo una terrea ala di rimpianto o di rimorso. Ho provato con il tempo la cecità interna dei miei occhi e l’afasia delle mie parole. Non sono in grado di raccontare oralmente una storia, fosse anche quella della mia vita. Così, senza alcuna altra ragione apparente, ho smesso di parlare. A casa, con gli amici... con tutti. Per un intero mese non ho aperto bocca se non per rispondere seccamente a domande superflue. Questa è stata la mia malattia. Fino al mio viaggio più importante, quello per il quale avevo orientato tutta la mia giovane esistenza. Partire con questa malattia fu la mia pena o sarà stata la mia salvezza. Il mio primo letto estraneo fu la brandina di un pensionato studentesco, sulla quale mi gettai piangente, presago della mia sconfitta umana. La stanzetta che mi ospitò fu in quei giorni il Getsemani della mia solitudine o della mia mediocrità. Giunto lì dove avevo voluto, avrei dovuto fermarmi, accettare la mia finitezza e prendere un taxi o l’autobus o la metropolitana. Invece, ero chiuso nella potenza del mio silenzio e m’incamminai. Non volli bere il calice della mia umanità e per questo la distanza mi confisse su quel piccolo letto del mondo. Di quella stanzetta toccai ogni angolo, anche il più riposto, per farla mia, per farmi perdonare la superba estraneità. E nel luogo più vicino, il più intimo e consueto, nel tiretto del comodino, trovai un romanzo, con i volti troppo colorati dei protagonisti sulla copertina, persino in contrasto con il senso e l’atmosfera della storia lì raccontata. Perché non lessi il libro in quei giorni, perché non lo sottrassi al suo indifferente abbandono? Incredibilmente quella storia me la ritrovai in tasca al termine della mia. Fu il primo romanzo che lessi. Fu la mia condanna… o la mia salvezza. Migliaia ne seguirono da allora, in una appassionato cammino verso la guarigione, dove la distanza non era più una slabbrata ferita. Dal viaggio della mia esistenza tornai sconfitto ma qualche tempo dopo scrissi la mia prima pagina.
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