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“Gli altri fissano, senza distinguere, il cielo e le case
Che continuano ad esserci, se anche nessuno li vede”
C. Pavese, da "Indisciplina"
Elsa Poli camminava confusa da un traffico piuttosto convulso, i gas di scarico delle automobili in coda rendevano l’aria simile ad acqua illanguidita da una goccia di liquore. Ubriaca barcollava cercando le strisce bianche, ben presto realizzò di dover guadare un asfalto troppo morbido. Scoppiava di Blu, il sole baciava gli scuri oggi. Sempre.
Io vesto di scuro. Ma il sole?
Trasalì scomposta al clacson invadente di un motorino giallo in sorpasso a destra che quasi le portò via la borsa e la vita dimensionata, finalmente forzatamente, su coordinate cittadine. Il semaforo lampeggiava d’un arancione sconcertante verde spento rosso fuori uso nero confuso in un’atmosfera giallo sorpasso. Un semaforo sfumatura in fondo.
Alle sfumature oggi non ci bada più nessuno. Deve essere come per le mezze stagioni.
Era uscita a piedi, per arrivare prima, avrebbe potuto rifugiarsi in una metropolitana mal condizionata, affollata, treno di clausura dove nessuno parla con altri se non con un auricolare, lo avrebbe fatto, bastava attraversare la strada. Prendere la metropolitana. Pensava Elsa, pensava. Ritta, spigolosa accecata da una luce da interrogatorio, pensava. Non era facile, e le forze, le intenzioni avrebbe dovuto adoperarle per attraversare. La soluzione più immediata la più semplice era saltare da un cofano ad un altro senza soffermarsi occhi negli occhi con conducenti che non mantenevano distanze di sicurezza o di correttezza. Era magra e non riusciva ad infilare una gamba tra un auto e l’altra. Costernazione. Consueto far filtrare la luce della conoscenza e della curiosità, ben più spesse di una gamba, tra un atto e l’altro, adesso ferma, rimaneva delusa da sé.
Meglio morire che disturbare. Ma morire di noia?
Era offensivo essere bloccati su una lingua di cemento a tentare di stabilire un contatto anche al solo scopo informativo con anziani suscettibili e ragazzi fuori dal banco in orario scolastico intenti a scrutare il vuoto afoso e irrespirabile con le cuffie nelle orecchie. Non le piaceva quella musica, il volume era alto. Riusciva a percepire i colpi cadenzati di una batteria. La borsa pesava.
Non solo i tennisti hanno un braccio più lungo di un altro. Sorrise. Elsa Poli sorrise allo stesso vuoto caldo dell’anziana donna a destra e del ragazzo scosso da percussioni a sinistra. Una trinità ben strana, uno l’intento di tre soggetti legati dalla fila di auto lunga come una omelia. Elsa era il padre che perdonava perché i fratelli al fianco non sapevano cosa facevano. Aspettavano.
No. Non poteva essere il padre che perdona. Il padre perdona prima se stesso. Il padre non pecca. Il padre sa quello che Fa sempre. Elsa Poli avrebbe dovuto uscire prima, avrebbe dovuto evitare di lasciarsi commuovere dai libri svenuti sul divano. Libri in brossura aperti come cassetti rivoltati come guanti disponibili come concubine. Avrebbe dovuto evitare di lasciarsi sedurre dalla sonorità frusciante delle pagine, dalla levità del garamond. Invece.
“Addio, mia concubina”. Elsa Poli pensava per successioni di immagini. Le successioni convergevano rapide ad una riflessione. Definitivamente. Sibilo di un finestrino abbassato. Distrazione.
Sono distratta.
Messa a fuoco. Nulla è cambiato. Distanze invariate.
Il tempo passa o non passa mentre penso?
Epochè. Il mondo tra parentesi. (Il Mondo)
Bene, anche un autobus adesso. Le ruote sono all’altezza dei polmoni. Soffoco.
L’aria doveva essere acqua sul serio perché non riusciva più a respirarla Elsa, tossiva evitando di poggiare a terra la borsa; il braccio come un dinamometro e le sembrava di mantenere la terra. Arrancava nei suoi trenta centimetri quadrati di libertà. Le bolle di Ficthe s’erano contratte negli anni. A pillole oblunghe da prendere prima di uscire o dopo i pasti somigliavano, pillole bicolori, accentuavano una naturale, definita misantropia, aiutavano a dormire sereni.
Naturale, tutti la abbiamo; definita, solo io me ne rendo conto e non ne faccio un dramma. Commedia. Commedia senza attori il mondo? Sartre comincia a stancarmi.
Tendeva le orecchie per sentire se un taxi già fermo sarebbe partito con uno stacco deciso o morbido della frizione. La radio dell’auto trasmetteva indisturbata. Elsa Poli odiava le macchine verdi e ne aveva una davanti. Appena dietro l’autobus vecchio e rumoroso, semi-blu, non azzurro, blu intorpidito da fratello sole sorella pioggia. Verde con i vetri scuri. Prendere o lasciare. Prendere una decisione, si sfilò la giacca e guardandosi i piedi benedisse il giorno in cui aveva deciso di non portare più sandali, le dita, a questo punto, l’alluce certo, sarebbero stati scuriti dal rantolo pesante continuo delle marmitte. Alzò gli occhi al cielo vuoto, passava un aereo, niente angeli, non c’era da benedire altro che la sua lungimiranza.
Lungimiranza sia. Gusto forse. La seconda.
Elsa Poli sopportava solo ingorghi di idee.
Con il caldo perdevano senso considerazioni di tipo causa effetto. Rinunciando al razionalismo, decise che per fare venti passi avrebbe dovuto cominciare col farne almeno uno. Almeno uno. Al più uno, scese il gradino e si ritrovò sulla striscia giallo oro che seguiva la strada probabilmente fino a… insomma seguiva la strada. Il nastro dorato interrotto a tratti dalle ruote nere le ricordava Oz, non che ci fosse mai stata, ma Doroty poteva somigliarle così come l’uomo di paglia di latta di pezza. Donna di marmo anche, perché no. Scosse la testa, i fratelli erano rimasti indietro, la osservavano da dieci centimetri sufficienti a ribaltare la situazione. Il loro cielo pieno di angeli suggeriva di non scendere il gradino.
Uomini e no. Donne e Motori. Non era in bikini anche se avrebbe voluto guadagnare il primo cofano. Così si perdono le coordinate. Non si sentiva ordinariamente folle. Non era una scena cinematografica. La quotidianità cominciava a spiazzarla. Fissava. Il finestrino inespressivo le rimandava capelli come rovi, occhiali come specchi per un mondo di vanesi, l’espressione assente di chi è puntuale sempre e adesso è già in ritardo.
Squadernava mentalmente le espressioni vocali, le intonazioni ritmiche e ariose per intimare al guidatore senza volto di indietreggiare con l’offensiva auto verde acqua sporca. Si, squadernava anche se da voltare e rivoltare c’erano solo gli intestini ormai groviglio informe che pulsavano come vene alle tempie.
Elsa Poli sperava con coltivato cinismo che la discarica di auto nuove più o meno fosse presto ridotta alle dimensioni di una lattina di coca-cola marchio registrato. Quante volte era rimasta in bilico su una lattina un piede solo punta e tallone più in basso della pianta perno le braccia allargate con l’ossessione di una ballerina. Equilibrio perfetto. Adesso indugiava sulla striscia gialla. Non le piaceva la coca-cola. Bambini babbo natale bolle di biossido di carbonio invadono aria e intestino. Soffoco.
In equilibrio tra l’auto verde la linea gialla i volti rossi e congestionati di un mondo intero alle sue spalle. Elsa Poli per coscienza intelligenza struttura mentale abitudine di pensiero modo di leggere e scomporre una frase metteva in discussione sempre ogni sua scelta, abile, rapida riusciva in una scansione completa, a ritroso, del suo percorso individuale per le strade del mondo… oggi, adesso, ora riteneva di dover prendere atto di una delle scelte poco accorte che spuntava sul suo impegnativo percorso a ritroso… avrebbe dovuto prendere l’appartamento dal lato opposto della strada, dopotutto i palazzi erano gemelli, uno valeva l’altro, il prezzo identico… libero arbitrio si chiama… così, ferma e chiara, dopotutto odiava i condomìni, i condòmini, i bambini che piangevano nella tromba delle scale per un lecca-lecca mancato o per “solo-sua-madre-sa-cosa!” con una Eco che forme di donna certo non aveva… forme tranquille almeno.
Odio i condomìni per non parlare di…
Terrore. Inibita dagli affollamenti, preferiva salire sette rampe di scale polverose a tratti piuttosto che affrontare quindici circa secondi in un ascensore la cui unica via di uscita scampo fuga era la via di entrata… Elsa Poli sapeva che un scelta è una scelta (è una scelta è una scelta), non uno switch, consapevole dunque che le porte d’entrata possono richiudersi alle spalle, definitivamente meccanicamente. E’ lecito. Impazziva per il lecito. Lavorava sul lecito.
E’ più semplice, più semplice Elsa… claustrofobia. Come se la semplicità potesse definirsi a priori!
Non c’era nessuno a ribadire però, le persone parlavano di cose che non le interessavano, le loro parole erano un’altra forma di silenzio.
Certo le scarpe chiare prenderanno polvere lo stesso. Ma sono io che porto loro non…
Sciolse le spalle, abbandonò il collo con gesto morbido rilassato… non c’era da fare ipotesi bisognava attraversare la strada, per fare venti passi avrebbe dovuto cominciare col farne almeno uno. Aveva un’aria distinta e le persone distinte non sembrano mai avere fretta, probabilmente perché si incamminano per tempo,- non avrebbe dovuto lasciarsi convincere da quel verso… resta, resta se tu m’ami…- le persone distinte con una borsa scura sembrano non soffrire il caldo forse perché hanno lucidità e azzardo all’interno, se sudano, è la loro anima che pena gocciola vacilla, uno stillicidio leggero costante di inadeguatezza ad una situazione qualsiasi. Elsa Poli cominciava a perdere il controllo. Si sentiva straordinariamente folle, si tolse le scarpe, prima la destra, poi la sinistra. Era una persona distinta. Le raccolse stringendole nella mano disadorna. Si tolse le scarpe, prima la sinistra poi la destra. Una donna distinta. Le raccolse stringendole nella mano inanellata. Da dove si stava osservando? I capelli corti e spettinati con metodo erano un urlo e quasi una conferma. L’asfalto caldo, e la striscia giallo oro cominciava a fondersi in un paio di calzari egiziani. Odiava i calzari.
Ripeto non sopporto i sandali.
Ma le cose esistono indipendentemente fortunatamente dai nostri pensieri su di esse. La ruota dell’autobus la faceva sentire ancora più esile. Nervosa. Salì sul cofano della macchina verde con i vetri scuri leggera come i gatti che adorava. La lamiera era calda. Non aveva uova con se per provare al mondo quanto.
“Niente gatti in casa Elsa. Non voglio che ti insegnino la diffidenza.”
United Cars… nessuno compra più macchine grigio chiaro scuro bianche e basta blu notte. Set d’auto, tavolozza di vernici. Un braccio meccanico qualsiasi è il pittore di questo universo.
Cornelius Berg, triste, chiuse gli occhi.
Cosa c’entrano i colori con la felicità…
Sorrideva ai conducenti nei suoi occhiali con la montatura leggera che la rappresentavano sempre meglio di quanto credesse. Il volto del mondo rosso congestionato adesso era anche attonito, una donna in nero con scarpe e manico d’una borsa gravida in una mano che attraversava con impudente machiavellismo la corona d’automobili. Fiori di case costruttrici. Solo l’ultima auto. O la prima se avesse deciso di procedere a ritroso. Non questa volta, i clacson, le voce, le urla i fischi gli applausi la folla pensieri ad albero non un diagramma di flusso. Stop. Strada interrotta. Elsa Poli mal sopportava le conclusioni… i titoli di coda però… una mano tesa verso la sua mano libera. Altro marciapiede storia identica angeli custodi che si sventolavano gli uni con le ali dell’altro facendo turbinare solo aria calda. Improbabile. Sorrise a se stessa negli occhi della donna che la scrutava dal finestrino semiaperto.
“Gli occhi chiari ridono come acqua al sole.”
Non aveva gli occhi chiari, né la donna, ma perché non rammentarsi una verità così anche se fuori posto? Un mondo intasato.
Tutti, intorno, ridevano, nessuno seguiva il suo esempio, la gente le si faceva intorno… sembrava una fiera, coppie di sconosciuti ferme in figure di quadriglia assumevano posizioni grottesche. Elsa Poli soddisfatta trovava tutta quella allegria terribilmente fuori luogo, non che non avesse senso dell’umorismo… ma cosa c’era da ridere se per prendere una metropolitana era stato necessario scostarsi dalla verticale del diritto comune? Sciolse le spalle, le vene del collo erano tese. L’anima sudava ma era il vestito leggero a impregnarsi. Si infilò le scarpe. Una donna distinta. Questo non c’entra ora. Ma. Odiava avere addosso gli occhi degli altri, occhi appiccicosi come perché. Prima fila seconda terza quarta quinta sesta a metà quasi settima ottava sparsa… sembrava di essere in un campo di calcio balilla, nessuno si scansava, nessuno la lasciava passare, era un calcio balilla tutto glicine, doveva essere la moda, ma non vedeva aste d’alluminio o di legno all’altezza delle spalle.
Plexigas forse.
“La metropolitana è in sciopero, signora!”
Elsa Poli guardò a terra, non le piaceva essere chiamata signora, in generale aborriva tutti i termini che indicassero una stasi in una maniera o nell’altra. “La metropolitana è in sciopero, signora!”
La voce dell’uomo si era persa nel labirinto del suo orecchio.
Persa.
Certe volte si esce di casa senza trovare un’altra se stessa.
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