"Le ossa si sono rinsaldate con una celerità veramente impressionante, la ferita lacero-contusa alla testa si è richiusa nella sua interezza, ogni ematoma riassorbito totalmente", mentre diceva tutto ciò il dottore, fermo nelle sue convinzioni, sorrideva radioso e quel sorriso riverberava magicamente nel candore del camice.
"Diciamo che la sorpresa è tanta, intendo per la sua guarigione ovviamente… oltre ogni più rosea aspettativa". Si interruppe, mi guardò come se si attendesse da me una qualche parola.
Fu per questo che mi sentii costretto ad esclamare "Bene!" ma poi non fui in grado di dire altro. La sua perplessità durò una frazione di secondo. Diede uno sguardo rapido alla cartella, alle radiografie e all'esito delle varie analisi.
"Inutile aggiungere che la sua permanenza in clinica può ritenersi qui conclusa" e rise sotto i sottili baffi neri. Gli occhi restarono invece fissi su di me, quasi che cercassero di cogliere sul mio volto un segno. Nascosi, come di solito mi capita, il leggero imbarazzo con uno sbadiglio. Deglutire di fronte a qualcuno, con il movimento sussultorio del pomo d'Adamo, significa parlare a chi ti sta di fronte delle tue emozioni. Lo sbadiglio ha una gamma più estesa di significati. Lo sbadiglio è un ottimo metodo per ingannare…
"Credo che lei abbia bisogno di ritrovare se stesso… Vada a casa, si faccia una bella dormita e ricominci a vivere. Sappia sempre che da questo incidente lei è uscito come un miracolato. Non so se lei, signor T., fra le altre cose, sia anche un credente. Faccia questo, comunque: entri nella prima chiesa che incontra e accenda un cero di ringraziamento. Lassù qualcuno la ama!".
"Grazie, dottore, vedrò di farlo", risposi. Mi invitò con cortesia ad uscire dal suo studio, non senza avermi teso la destra in segno di saluto. Poi, prima di chiudere la porta, chiamò Augusta e mi fece accompagnare in camera per raccogliere le mie cose.
"Augusta, addio!" scherzai improvvisamente colto da un repentino moto di ebbrezza. "E' stato un vero piacere fare la tua conoscenza, nonostante le circostanze non fossero poi così…, come dire…".
L'infermiera arrotolò attorno all'indice una ciocca dei capelli biondi, sbattendo violentemente le palpebre dipinte d'azzurro. La sua figura longilinea, alquanto piacente, mostrava nei modi bruschi una certa decisione, a dispetto dei suoi diciannove anni.
"…poco piacevoli, giusto", continuai avendo trovato nella sua espressione il senso di quella mia frase. "Spero che un giorno noi…, ci si possa rincontrare ecco. Anzi…" e finsi di cadere assorto in un qualche pensiero, "…stavo riflettendo sul fatto che magari, in settimana… una cenetta da me… Non vorrei, però, che la cosa sia mal interpretata, quindi… Mah, non so…".
Augusta sembrava essere intransigente sulla questione: "Non credo sia il caso", esclamò in tono risoluto, abbandonando con noncuranza la ciocca di capelli e afferrando la valigia che giaceva sul letto. Poi tirò un lungo sospiro ed il camice si allargò all'altezza del petto, mentre sul suo viso si dipingeva un grosso sorriso di circostanza.
Capii che non era il caso di insistere ulteriormente. "Allora, mia cara Augusta, non mi resta che dirti addio. Al massimo, so dove trovarti. Non hai intenzione di trasferirti, vero?" e accompagnai la domanda con un'espressione scherzosa del viso, che lei colse immediatamente e che liquidò con un perentorio "A lei piace sempre scherzare!" e con un'occhiata che mi parve di rimprovero o, forse, di compatimento.
Mi porse la valigia e mi accompagnò all'uscita della clinica. Finalmente libero, dopo dodici interminabili mesi di prigionia! Prima di scomparire definitivamente nel parchetto, diedi un ultimo sguardo a quella graziosa fanciulla che si era occupata di me nel corso del mio ricovero. "Che dolce creatura", pensai, e a quel pensiero mi venne da ridere.
"Vita, a noi due!" e la clinica scomparve rapidamente dietro il pesante cancello, ingoiata dalle fronde dei pini del parchetto, sotto una pioggerella fine ma fastidiosa.
© Alessio Vailati
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