8 Febbraio 1943
Il cinturone si era messo di traverso sotto il cappottone grigioverde e la
pistola gli premeva contro l'anca. Il Capitano Carlo Mazzocchi pensava:
"E' ridicolo portarsi dietro una pistola calibro 9. I sovietici ci sparano
contro i razzi e noi non li abbiamo ancora inventati. E' ridicolo anche essere
venuti qui. Cristo -a fare che cosa?"
Il vento gelido spolverava vortici di neve sulle colline basse e candide, sulle
divise e sull'ultimo cannone che la compagnia si stava ancora tirando dietro
da dieci giorni. L'ARMIR, l'Armata Italiana in Russia, si ritirava dalle
postazioni che aveva tenuto sul Don. I loro camion erano stati distrutti o si
erano guastati.
Tornavano di nuovo in modo ossessivo alla mente di Mazzocchi i versi di
Carducci sulla ritirata dalla Russia della Grande Armata di Napoleone:
"La fame, il freddo, la dissenteria ..."
Almeno fimo a quel momento la dissenteria li aveva risparmiati. Turrioni,
l'Erre Ti, si affiancò a Mazzocchi.
"Secondo l'ultimo messaggio di ieri a Slaviansk e Kramatorsk ci dovrebbero
essere ancora i tedeschi. Voi dite che ci arriviamo per domani, signor
capitano?"
Mazzocchi continuava a flettere le dita gelate e insensibili malgrado i guanti
foderati di coniglio e le manopole di lana impermeabile. Disse:
"Se va tutto bene, il piano è quello. La direzione è quella giusta: Nord
Ovest. Se la mia carta geografica è giusta, il prossimo obiettivo dovrebbe
essere un villaggio che si chiama Balakiriev. Dovrebbero mancare tre o
quattro kilometri."
Tutti guardavano avanti, ma si vedeva solo un deserto bianco. Turrioni
disse:
"Siamo proprio abbandonati da Dio e dagli uomini, eh signor capitano?"
Ogni volta che parlava, il fiato si congelava sui baffi e sulla barba del
capitano Mazzocchi. Quel cartoccio di ghiaccio intorno alla bocca gli dava
noia, ma sentiva che non poteva fare a meno di rispondere a Turrioni.
"'Meglio cosi, Turrioni. Meglio che i russi ci abbandonino invece di venirci
dietro e di spararci i razzi nel culo."
"Eh già. Noi che possiamo fare? Sparacchiamo col cannoncino e con questi
quattro mitra?"
Turrioni portava una sciarpa di lana grigia che aveva passato sopra l'elmetto
e annodato sotto il mento. I lembi della sciarpa gli coprivano quasi tutta la
faccia. Si indovinavano i suoi occhi vivi e lacrimosi sotto quella maschera.
"Signor capitano, ma lo sa che cosa mi ha detto il tenente prima che lo
facessero fuori? Ha detto che anche questa ritirata, questa sconfitta, no? ,
dipende dal fatto dei profitta tori che hanno rubato i soldi invece di spenderli
per il nostro equipaggiamento e dei traditori che hanno tenuto informato il
nemico di ogni nostra mossa. Sarà così, signor capitano?"
Con i suoi soldati Mazzocchi aveva sempre evitato i discorsi scabrosi che
implicassero critiche ai comandi superiori o al regime. In quel momento,
però, era denutrito, gelato e soffriva per la mancanza di sonno. Pensava
ogni tanto a sua moglie e ai suoi tre figli a Roma e qualche volta credeva di
vederne i lineamenti contro una collina innevata. Provava una nostalgia
continua e ormai sfocata per loro. Si era convinto dell'estrema improbabilità
di tornare a casa incolume. Rispose distrattamente:
"Ma non credo. Il tradimento vero è quello di chi ne sa poco e prende
decisioni grosse e disastrose per tutti. "
"E, allora, è un traditore anche il Duce?"
Mazzocchi sospirò. La nuvola del suo fiato sembrava solida.
"Lasciamo perdere il Duce. Poveraccio. Certo che ha capito poco. Sperava
nella guerra lampo e, invece, tutta l'Africa è andata ormai e il resto segue a
ruota. "
Sputò e la saliva si solidificò per aria e fece un buco nella neve. Mazzocchi
si sentiva tranquillo. Non poteva fare ameno di dire quelle cose a Turrioni.
In parte erano ovvie, ma sentiva di dover testimoniare che erano vere. Si
accorse che altri tre o quattro soldati si erano avvicinati per sentire.
"Vedete: siamo tutti un po' traditori perché avremmo dovuto parlare più
chiaro. Se pensate all'accettazione del fascismo, già quello era un
tradimento. A parte la violenza e i manganelli, i gerarchi fascisti, purtroppo,
sono ignoranti. Non sanno la storia. Non sanno la geografia. Non
conoscono la legge e nemmeno la tecnica. Non sanno niente. E affidare un
paese agente che non sa niente è un tradimento."
Una voce alle spalle di Mazzocchi disse:
"E perché li avete fatti andare su? Noi eravamo bambini, ma voi no,
osteria! "
Mazzocchi sospirò ancora.
"E' quello il tradimento. Chi sapeva, chi aveva studiato, non si è opposto.
Sapete che solo una dozzina di professori universitari ha rifiutato di giurare
fedeltà al regime? Erano quelli gli intellettuali che avrebbero dovuto essere
i nostri maestri di vita. lo facevo l'avvocato. Anche se noi professionisti
avessimo parlato chiaro e agito con coraggio, l'Italia sarebbe un paese
moderno ed efficiente e non avrebbe fatto questa guerra suicida. Siamo tutti
un po' traditori."
Nessuno gli rispose. Continuavano a camminare con i piedi spaccati dai
geloni. Soffrivano. Avevano paura e non avevano trovato speranze, né
consolazioni nelle parole del capitano. Carlo Mazzocchi pensava:
"Lo ha detto bene Shakespeare. Quasi tutto ha detto bene Shakespeare."
Cercò di ricordare alcuni versi che sua moglie gli aveva fatto imparare a
memoria tanti anni prima. Gli vennero alla mente a brandelli e riuscì a
ricostruirli seguendo il ritmo. Disse a se stesso:
"Sono endecasillabi, ma ogni verso è tronco, così le sillabe sono dieci."
Sbuffò a quella irrilevanza e cominciò a tradurli declamandoli lentamente:
"I miei occhi sono pieni di lacrime. Non ci vedo,
Eppure l'acqua salata non mi acceca tanto
da non vedere qui una sorta di traditori.
Ma no! Se guardo me stesso
Vedo che sono un traditore anch'io
Perché... ho dato qui il consenso dell'anima mia."
Gli sembrava che quei versi spiegassero tante cose, ma sentì una voce che
commentava:
"Che c'entrano le lacrime e I 'acqua salata? Di quel discorso lì non ci ho
capito un casso."
Si sentì una forte esplosione. Da un cratere poco distante volava in aria terra
e neve. Il secondo razzo sovietico esplose accanto a Mazzocchi e lo uccise
istantaneamente.
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©
Roberto Vacca - 1996
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