Da "Una sorta di traditori" di Roberto Vacca,  1996


8 Febbraio 1943 Il cinturone si era messo di traverso sotto il cappottone grigioverde e la pistola gli premeva contro l'anca. Il Capitano Carlo Mazzocchi pensava: "E' ridicolo portarsi dietro una pistola calibro 9. I sovietici ci sparano contro i razzi e noi non li abbiamo ancora inventati. E' ridicolo anche essere venuti qui. Cristo -a fare che cosa?"
Il vento gelido spolverava vortici di neve sulle colline basse e candide, sulle divise e sull'ultimo cannone che la compagnia si stava ancora tirando dietro da dieci giorni. L'ARMIR, l'Armata Italiana in Russia, si ritirava dalle postazioni che aveva tenuto sul Don. I loro camion erano stati distrutti o si erano guastati.
Tornavano di nuovo in modo ossessivo alla mente di Mazzocchi i versi di Carducci sulla ritirata dalla Russia della Grande Armata di Napoleone:
"La fame, il freddo, la dissenteria ..."
Almeno fimo a quel momento la dissenteria li aveva risparmiati. Turrioni, l'Erre Ti, si affiancò a Mazzocchi.
"Secondo l'ultimo messaggio di ieri a Slaviansk e Kramatorsk ci dovrebbero essere ancora i tedeschi. Voi dite che ci arriviamo per domani, signor capitano?"
Mazzocchi continuava a flettere le dita gelate e insensibili malgrado i guanti foderati di coniglio e le manopole di lana impermeabile. Disse: "Se va tutto bene, il piano è quello. La direzione è quella giusta: Nord Ovest. Se la mia carta geografica è giusta, il prossimo obiettivo dovrebbe essere un villaggio che si chiama Balakiriev. Dovrebbero mancare tre o quattro kilometri."
Tutti guardavano avanti, ma si vedeva solo un deserto bianco. Turrioni disse:
"Siamo proprio abbandonati da Dio e dagli uomini, eh signor capitano?"
Ogni volta che parlava, il fiato si congelava sui baffi e sulla barba del capitano Mazzocchi. Quel cartoccio di ghiaccio intorno alla bocca gli dava noia, ma sentiva che non poteva fare a meno di rispondere a Turrioni.
"'Meglio cosi, Turrioni. Meglio che i russi ci abbandonino invece di venirci dietro e di spararci i razzi nel culo."
"Eh già. Noi che possiamo fare? Sparacchiamo col cannoncino e con questi quattro mitra?"
Turrioni portava una sciarpa di lana grigia che aveva passato sopra l'elmetto e annodato sotto il mento. I lembi della sciarpa gli coprivano quasi tutta la faccia. Si indovinavano i suoi occhi vivi e lacrimosi sotto quella maschera.
"Signor capitano, ma lo sa che cosa mi ha detto il tenente prima che lo facessero fuori? Ha detto che anche questa ritirata, questa sconfitta, no? , dipende dal fatto dei profitta tori che hanno rubato i soldi invece di spenderli per il nostro equipaggiamento e dei traditori che hanno tenuto informato il nemico di ogni nostra mossa. Sarà così, signor capitano?"
Con i suoi soldati Mazzocchi aveva sempre evitato i discorsi scabrosi che implicassero critiche ai comandi superiori o al regime. In quel momento, però, era denutrito, gelato e soffriva per la mancanza di sonno. Pensava ogni tanto a sua moglie e ai suoi tre figli a Roma e qualche volta credeva di vederne i lineamenti contro una collina innevata. Provava una nostalgia continua e ormai sfocata per loro. Si era convinto dell'estrema improbabilità di tornare a casa incolume. Rispose distrattamente:
"Ma non credo. Il tradimento vero è quello di chi ne sa poco e prende decisioni grosse e disastrose per tutti. "
"E, allora, è un traditore anche il Duce?"
Mazzocchi sospirò. La nuvola del suo fiato sembrava solida.
"Lasciamo perdere il Duce. Poveraccio. Certo che ha capito poco. Sperava nella guerra lampo e, invece, tutta l'Africa è andata ormai e il resto segue a ruota. "
Sputò e la saliva si solidificò per aria e fece un buco nella neve. Mazzocchi si sentiva tranquillo. Non poteva fare ameno di dire quelle cose a Turrioni. In parte erano ovvie, ma sentiva di dover testimoniare che erano vere. Si accorse che altri tre o quattro soldati si erano avvicinati per sentire.
"Vedete: siamo tutti un po' traditori perché avremmo dovuto parlare più chiaro. Se pensate all'accettazione del fascismo, già quello era un tradimento. A parte la violenza e i manganelli, i gerarchi fascisti, purtroppo, sono ignoranti. Non sanno la storia. Non sanno la geografia. Non conoscono la legge e nemmeno la tecnica. Non sanno niente. E affidare un paese agente che non sa niente è un tradimento."
Una voce alle spalle di Mazzocchi disse:
"E perché li avete fatti andare su? Noi eravamo bambini, ma voi no, osteria! "
Mazzocchi sospirò ancora.
"E' quello il tradimento. Chi sapeva, chi aveva studiato, non si è opposto. Sapete che solo una dozzina di professori universitari ha rifiutato di giurare fedeltà al regime? Erano quelli gli intellettuali che avrebbero dovuto essere i nostri maestri di vita. lo facevo l'avvocato. Anche se noi professionisti avessimo parlato chiaro e agito con coraggio, l'Italia sarebbe un paese moderno ed efficiente e non avrebbe fatto questa guerra suicida. Siamo tutti un po' traditori."
Nessuno gli rispose. Continuavano a camminare con i piedi spaccati dai geloni. Soffrivano. Avevano paura e non avevano trovato speranze, né consolazioni nelle parole del capitano. Carlo Mazzocchi pensava:
"Lo ha detto bene Shakespeare. Quasi tutto ha detto bene Shakespeare."
Cercò di ricordare alcuni versi che sua moglie gli aveva fatto imparare a memoria tanti anni prima. Gli vennero alla mente a brandelli e riuscì a ricostruirli seguendo il ritmo. Disse a se stesso:
"Sono endecasillabi, ma ogni verso è tronco, così le sillabe sono dieci."
Sbuffò a quella irrilevanza e cominciò a tradurli declamandoli lentamente:
"I miei occhi sono pieni di lacrime. Non ci vedo,
Eppure l'acqua salata non mi acceca tanto
da non vedere qui una sorta di traditori.
Ma no! Se guardo me stesso
Vedo che sono un traditore anch'io
Perché... ho dato qui il consenso dell'anima mia."
Gli sembrava che quei versi spiegassero tante cose, ma sentì una voce che commentava:
"Che c'entrano le lacrime e I 'acqua salata? Di quel discorso lì non ci ho capito un casso."
Si sentì una forte esplosione. Da un cratere poco distante volava in aria terra e neve. Il secondo razzo sovietico esplose accanto a Mazzocchi e lo uccise istantaneamente.

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Roberto Vacca - 1996 


 

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