Prologo
Ingredienti: zucchero, lecitina di soia, olio, cioccolato 10%, conservante, colorante e aromi naturali. Sembra di leggere la formazione della squadra che dovrà scendere in campo, ma è soltanto una delle tante liste dei prodotti che stiamo acquistando.
E' cambiato il modo per noi tutti di fare la spesa, le notizie che in questi giorni ci arrivano dai telegiornali non ci rassicurano più.
Giorno dopo giorno l'angoscia ed il panico ci assale, la carne che mangiamo proviene da allevamenti a base di mangimi tossici, stesso possiamo dire delle altre cose di cui ci nutriamo. Aggiungiamoci che un giorno sì ed uno pure disastri ambientali minano il nostro pianeta: piogge acide, stagioni diverse da quella di qualche anno fa, luoghi prima incontaminati, che vedevamo nei migliori documentari scientifici, sono prede d'aggressione umane con continue deforestazioni o perdite di greggio fuoriuscito da navi obsolete che ancora solcano i mari.
E' questo il futuro che volevamo?
E' questo il futuro che ci avevano promesso?
Come facciamo a spiegare ai nostri figli che non c'è più limite all'egoismo umano e che il valore che più s'impone è lo sfruttamento, il denaro, il profitto ad ogni costo?
Da tempo riflessioni come queste si erano fatte largo nella mia testa, il disagio di vivere in città cresceva ogni giorno in me.
Un disagio fatto di fuggevoli incontri in città, troppo presi da altre cose invece di godersi un angolo per sé in compagnia di amici.
Ho aperto la finestra e gettato uno sguardo oltre la cortina dei palazzi circostanti, con il naso cercavo un odore di terra lontana, il desiderio di andare in campagna per ricominciare una nuova vita è esploso prepotente.
Uscire da questi schemi, dal modo di vivere in città sembrava ora un dovere morale, un dovere verso me stesso. Disobbedire ai ritmi frenetici per cercare un nuovo me stesso con altre cadenze, sembrava questa la vera trasgressione verso tutto. Non avevo nessuna intenzione di continuare a vivere in un luogo che non mi apparteneva. Volevo una vita diversa da quella dei miei genitori: una vita di lavoro per restare intrappolato dentro un palazzo, tra mille palazzi, imprigionato dietro una finestra.
Dal chiasso delle strade di Roma sono fuggito, lasciandomi alle spalle il clamore che più non mi si confaceva. L'ho lasciato per questa campagna che si stiracchia la mattina da sotto la nebbia delle valli.
So di non aver lasciato solo il caos cittadino, ma un modo di vivere fatto di convenzioni e nevrosi.
Ho avuto orrore di me, il terrore di rimanere impigliato alla solita routine, alla propria vanità.
La paura di rimanere imbambolato davanti alle sirene del potere, programmando le giornate future per giorni di gloria e di successo. Facendo mestiere dei bisogni della gente, facendo commercio delle loro speranze.
Per questa ragione ho liberato un sogno, imprigionato da tempo come un uccello dai mille colori in una gabbia dorata.
Ricordo benissimo la prima volta che mi recai al piccolo pezzo di terra che acquistai insieme alla casa di campagna. L'emozione cresceva in me, mano a mano che m'avvicinavo, nel percorrere la stradina che dalla casa portava al piccolo appezzamento. Pareva di recarmi ad un appuntamento con una persona desiderata; il mio cuore era felicemente disposto all'abbraccio, già le mani si allungavano nel gesto, gli occhi sorridevano cercando di scrutarlo a distanza. Fin da quando ero più piccolo restavo affascinato, davanti alla televisione, nel guardare il lavoro di donne e uomini intenti a coltivare la terra e a pascolare gli animali della fattoria. Quest'immagine s'impossessò della mia mente, sussultava il cuore. Ogni volta che incontravo ampi spazi coltivati, quando ci recavamo nelle domeniche fuori porta, nella mia fantasia affiorava la stampa a colori, oramai sbiadita, di un celebre dipinto di Giovanni Fattori che mia nonna conservava tra le sue cose più care. La stampa rappresentava un uomo ed una donna in primo piano, i visi scuriti dal sole, la fatica posata sulle loro mani. Erano ritratti in un attimo di riposo, forse rivolti a rimirare il lavoro appena svolto, forse concentrati in una preghiera di buon auspicio per il raccolto futuro. I loro piedi, calzati con sandali di corda legati fino intorno al polpaccio, erano ben piantati sulla terra bruna, smossa dall'aratro tirato con buoi che in secondo piano si stagliavano nella linea dell'orizzonte. Il colore principale del quadro era il marrone con tutte le sue sfumature tendenti al bruno, denunciava la fatica, ma non vi era sofferenza, semmai la promessa di un buon raccolto, dopo un impegno così profondo. La terra con il suo colore scuro, grasso, così simile a quello delle loro mani, sembrava volere esaudire la preghiera dei due contadini, ricambiando il loro sudore ed impegno. Ora so con certezza che il mio amore per la campagna, per gli spazi verdi, per la terra lavorata e smossa per essere coltivata, proviene da quel quadro, giunto a me attraverso una stampa a colori! Mia nonna, forse in memoria della sua terra natia di Calabria, la conservava come una reliquia ed ogni tanto mi permetteva di rigirarmela tra le mani. Quell'immagine ho inseguito fin da bambino, ignaro che un giorno avrei potuto ripetere quei gesti resi eterni dal pennello del Fattori. Sono nato in città, per anni ne ho assunto le movenze frettolose e distratte, ma ho avuto la fortuna di recarmi spesso nella campagna romana e ciociara per quelle che si chiamano nella mia città 'gite fuori porta'. Le gite erano la scusa, per noi romani, di abbandonare una volta la settimana la Roma rumorosa di tutti i giorni. Erano lunghe passeggiate nei paesini dei Castelli Romani per approdare affamati alle trattorie a conduzione familiare. Qui gli adulti, accaldati e bagnati di sudore oramai disabituati alle camminate, si sedevano ai tavoli apparecchiati con grandi fogli di carta bianca e dura aspettando che i piatti locali fossero loro serviti. Per noi più piccoli incominciava la vera avventura. Si correva fuori per i campi dove il grano ondeggiava la sua testa bionda al vento. Rincorrevamo gli animali dell'aia, ed era quasi il caos tra lo starnazzare delle oche ed i nostri gridolini di gioia. Giravamo per le stalle, infilavamo fili d'erba nelle gabbie dei conigli che sembravano gradire la tenera verdura che masticavano veloci. Ci faceva ridere il maiale, sporco di terra fino al muso cui dopo pranzo ritornavamo con le bucce dei cocomeri che raccoglievamo dai piatti un po' di tutti. I proprietari della trattoria ci lasciavano fare, pazienti e comprensivi, raccomandandosi solo di non calpestare il campo di grano alle spalle della cascina. Alla sera ritornavamo a casa stanchi ed appagati, pronti per altri giorni cittadini. Nel quartiere dove abitavo tutto questo non c'era, ma lo stesso ricercavo nei prati periferici l'identica poesia. Roma allora non era avara di verde, sebbene sembrasse crescere a dismisura con i palazzi che toglievano spazio ai numerosi prati, conservava in un angolo, ogni volta da scoprire, l'incanto degli alberi e dell'erba da calpestare. Dalla finestra della mia camera di bimbo saliva allora prepotente un concerto di grilli e cicale. Nella periferia di allora resistevano sporadiche case rurali, assediate tutto intorno dallo sviluppo irrefrenabile dell'edilizia popolare. Dietro quelle case, memorie viventi di una campagna scacciata ai limiti, affioravano testardi orticelli recintati con filo spinato. Era una tenera resistenza, un coraggioso atto di guerra e per me una testimonianza necessaria. Gli anni a venire videro un'espansione esplosiva e totale di palazzi, strade, centri commerciali; i prati spelacchiati si assottigliavano fino al Quadraro e agli altri quartieri vicini, ridotti a discariche improvvisate. Roma, la generosa, ha cercato di limitare i danni, recintando verde, addomesticandolo per parchi pubblici e ville. Io ero già altrove con la testa, puntavo il naso fuori città, la rinascita mi ha portato a sud nella campagna ciociara, mèta un tempo delle numerose gitarelle in famiglia. Sapevo con certezza di recarmi ad un appuntamento con l'amica di un tempo, sicuro che l'avrei ritrovata e che mi avrebbe aspettato.
I miei piedi avanzavano velocemente per conto loro, erano frettolosi d'arrivare all'incontro, i miei occhi si posavano su ogni albero che ombreggiava la stradina e che mi avrebbe condotto al desiderato convegno. Scrutavo da lontano per scoprire in anticipo l'oggetto della mia visita. Lei era là, assopita nel sole crudele d'agosto, era la mia terra, la terra tanto desiderata. Era spaccata dal caldo torrido, crepata e segnata nella sua superficie argillosa: un duro suolo incolto da anni. Su lei era ormai cresciuto di tutto, rovi altissimi sembravano soffocarla, l'erba era alta e dura al passaggio, i miei passi croccavano su di essa. Conoscevo questa natura selvatica, nei prati periferici del mio quartiere di città, questa scena era abituale. Là la natura si era raccolta in sé, si difendeva offrendo il suo volto peggiore, un aspetto spinoso, rugoso e aggressivo, rancorosa per essere stata segregata e divisa nella sua estensione. L'ho amata da subito, sotto la sua apparenza riottosa saliva il suo odore dolciastro. Vi ho passeggiato per qualche minuto percorrendola per tutta la sua lunghezza. Di qua si alzavano cascate di rovi da dove si affacciavano piccole more impolverate da una terra biancastra, là, disordinatamente, crescevano ciliegi e prugni nati spontaneamente da alberi più antichi piantati dai vecchi proprietari. Sul terreno si allungavano desolati i rami rampicanti delle viti alla ricerca di un sostegno che coronasse la loro aspirazione verticale. Un tempo vi sorgeva una vigna, altre vicine se ne vedono baciate dal sole, rinfrescate da un venticello proveniente dai monti tutti intorno che nel pomeriggio ne carezza le fronde. Non mi sentii per nulla intimorito da tanto abbandono, avrei voluto all'istante mettere un po' d'ordine, armonizzandola con le vigne e gli orti vicini. Mille progetti si affollavano alla mente, mille ricordi mi tenevano compagnia. Quello che più desideravo era renderle giustizia dopo tanta incuria, rivestirla di colori e profumi mantenendo alcuni degli alberi più vecchi per il rifugio degli uccelli che qui già avevano fatto dimora. Avrei rimosso in profondità la crosta dura e ribelle, far affiorare in superficie il suo umore bruno e generoso, l'avrei fatto con gli attrezzi manuali per non usare troppa violenza. Avrei così ripetuto i gesti antichi dei contadini del Fattori, dove penetrare e rimuovere la terra era anche un atto d'amore. Avrei mischiato il nutrimento del letame con la frescura dell'acqua, rendendola di nuovo fertile facendo emergere la sua femminilità generatrice di vita. Un ultimo sguardo d'insieme per abbracciarla tutta prima di ritornare alviottolo verso casa, rimandare ai giorni futuri il lavoro per la sua e la mia rinascita.
Dagli alberi più malconci ho iniziato l'opera di pulizia del terreno invaso da tanta sterpaglia. Da decenni vi è cresciuto di tutto. Piante con spine, rovi avvolgenti, con le loro spire a reclamare uno spazio tutto per sé, erba dura con le sue foglie taglienti, arbusti fitti a soffocare la terra imbiancata e non più baciata dal sole. Qui la natura, in quest'angolo in disparte, si presentava nella sua caparbietà, qui ogni pianta lottava con le altre, si contendeva lo spazio con le proprie armi. Ogni pianta cresceva a ridosso delle altre, l'edera saliva sui tronchi più alti, nutrendosi di essi, la folta chioma di questi gettava un'ombra scura e fitta che impediva lo sviluppo alle restanti. Avevo preso la decisione che portava nella direzione di far penetrare la luce che tutto rinnova. Fu un lavoro lungo di forbici e falcetto, un ammassare di stoppie tagliate da bruciare quando secche. L'accetta fece il lavoro di sgombero, con l'aiuto di una sega ad arco, gli alberi più vecchi uno ad uno se n'andavano lasciando a mano a mano penetrare l'aria e i raggi del sole. Una luce nuova già filtrava e il vento fresco, che dai monti di fronte si levava, svolse il compito rigenerante e necessario. Tutto intorno, ad intervalli regolari, restavano gli alberi da frutta a mo' di cornice. Erano i ciliegi, i prugni, con i loro frutti che già facevano capolino tra le foglie di un verde lucente, gli alberi prescelti a testimoniare il passato di quel terreno lavorato in anni ormai andati. Li avrei curati con i giorni a venire perché il tempo cura da anni ogni male del mondo. Con la falce dal punto più lontano, passo dopo passo a ritroso, l'erba dura e maligna tagliavo e con il rastrello ammonticchiavo al centro per farne concime secco da spargere sbriciolato sulla terra che chiedeva solo d'essere nutrita. Solo dopo che un prato rasato sarebbe rimasto avrei preso a rimuovere la cresta spaccata del terreno argilloso. Una volta circoscritto lo spazio delle canne da bambù in un'area circolare lo spettacolo era quello di una lunga fetta di campo arieggiato, spelacchiato in molti punti come un campetto di calcio di periferia. Era così simile a quello del tempo dell'infanzia, quanto di più nostro per i giochi di bimbi, il praticello dove rincorrere palloni da infilare in porte di fortuna fatte con sassi o le magliette arrotolate. I primi giorni li ho passati ad una pulizia profonda, raccogliendo pietre, cercando il suo respiro, prima di piantare la penna della vanga nella sua superficie indurita. Quest'attrezzo fu un regalo di una cara signora, che dalla terra sapeva trarne sostegno e doni, con il suo badile lentamente a penetrare in profondità fino a sentirne la frescura e liberarne l'anima. Metro dopo metro andavo giù con l'attrezzo donato, prima per la sua larghezza e poi per la lunghezza. La scura terra affiorava all'aria, dove lentamente si asciugava, il sudore si mischiava ad essa mentre procedevo al lento rivoltamento. L'anemico colore arretrava sempre più ed una distesa di zolle scure mi riempiva il cuore. Di quelle n'avrei fatte terra fine scassandole con la zappa e pettinata, come per giorni di festa, con i denti del rastrello. Il campo prendeva forma, luce, aria ed in seguito l'acqua delle piogge che mi venivano in soccorso. Con la punta dell'arnese tracciai solchi paralleli, un pentagramma scuro da riempire con le note delle piantine da mettere a dimora.
Poi venne il giorno della stalletta per gli animali della minuscola fattoria: la posizione centrale sembrava l'ideale. Per galline, anatre, polli uno spazio recintato tutto per loro dove sgambettare. Il loro starnazzare era il sottofondo ideale ad accompagnare un lavoro lungo e faticoso. Dalla mia terra ho imparato il respiro lento del mondo, la lentezza dei gesti, la ricerca profonda dei tesori. Penetrando nella sua profondità, rimuovendo l'apparenza arrivai alla linfa vitale, ai tesori, alla frescura, al bruno colore della vita. Così è anche per gli uomini induriti dal tempo, ingannati dagli amori, imprigionati dagli obblighi: fermandoci con loro un momento ed anche più arriviamo a conoscere le loro storie più nascoste, gelosamente custodite. Dopo averne scostato la maschera ne scopriamo il sorriso di un tempo, stracciando in seguito il velo degli anni ne scopriamo i gesti istintivi e spontanei, ed è un piacere dividere con loro le ore sincere dei giorni e delle notti. È un ritrovarsi, un rincontrarsi di nuovo unici e senza orpelli, felici di ammassare cose inutili, lasciandole per proprio conto passare, come le stoppie da seccare e poi bruciare.
A te vengo, a te ritorno ad impastarti con le mani, lasciandoti scorrere tra le dita. Terra secca imbiancata, sfarinata dal sole, per troppo tempo dimenticata. Mischio in te nutrimento ed acqua a dissetarti, ci scambiamo i profumi. Per giorni e giorni, settimane e mesi un lavorio continuo per farti ritornare a vita nuova. E' un sussulto dell'anima quello con cui tu mi ripaghi, un sobbalzo del cuore il dono che mi fai. In te mi rigenero e ritrovo un movimento nuovo nei miei gesti, una lentezza che sale dal tuo interno che si trasmette al mio corpo e si diffonde nelle mie movenze. Nel corso degli anni l'aspetto del piccolo appezzamento era via via cambiato, le asperità del terreno erano addolcite dall'uso della vanga che ne ha modellato l'aspetto. La geometria delle piante, che si alternavano nel corso delle stagioni, ne ha armonizzato il paesaggio, integrandolo alle vigne e agli orti vicini. Qui ho passato le mie ore migliori, anche quando la vita sembrava volermi schiacciare; qui ho trovato il mio centro dove raccordarmi con le cose essenziali. Con il tempo che passava molta campagna intorno perdeva il suo aspetto contadino, più di cinque vigne ho visto tagliare e molti orti da non rifare. L'abbandono della terra coincide con la frenesia di correre dietro a cose inutili, gettandosi nel caos quotidiano che tiene occupati i sensi ormai affamati e mai sazi di rumore e luci colorate. I pochi che incontro con gli attrezzi in spalla sono eroi di un tempo andato, sono loro che ancora sanno assegnare un nome alle piante e agli uccelli che vi svolazzano attorno. Ti raccontano delle feste ai tempi per la raccolta del fieno, da conservare per gli animali chiusi in stalla per l'inverno. Ti narrano emozionati d'altri giorni solenni, come per la raccolta del grano, dei bicchieri di vino e il pane da tagliare da scambiarsi dopo il lavoro, per la frescura di un'ombra così guadagnata. I loro racconti se ne volano via, non più trattenuti come un tempo per essere di nuovo narrati, sono storie di fatiche e di lavoro, sono racconti di famiglie legate al doppio filo della campagna.
Qui il silenzio ha una casa,
e tutti i suoi suoni sono la sua unica voce:
il crepitio dei rami ed il vento che ne culla le chiome,
gli uccelli con i loro canti, le loro battaglie e i loro amori.
Bisogna abbracciarla tutta in un solo sguardo
ed esserne parte al tempo stesso.
Un attimo unico ed irrepetibile eppure eterno.
A te son venuto, a te sono ritornato,
come nei miei sogni di bimbo,
felice di avermi aspettato.
©
Marcello Tucci
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