"La strada del fiume" di Annamaria Trevale, 2004


Daniela aveva predisposto ogni cosa perché nessuno sentisse la sua mancanza quel venerdì sera: Aldo sarebbe stato di turno in ospedale, mentre Alice aveva combinato d'andare a mangiare una pizza con un gruppo di compagni di scuola e poi di fermarsi a dormire a casa della sua amica del cuore, pertanto né il marito, né la figlia sarebbero rientrati fino al mattino successivo.
Lei li aveva salutati affettuosamente, scacciando la tentazione di abbracciarli con più trasporto del solito, nel caso la sua determinazione potesse incrinarsi, ed era rimasta per un momento sulla soglia ad ascoltare il rumore dell'auto del marito che si allontanava in direzione della pizzeria dove avrebbe sostato per lasciare Alice.
Aveva poi fatto un breve giro d'ispezione della casa per assicurarsi che tutto fosse in ordine, chiudendo le finestre e spegnendo le luci, ed era uscita a sua volta nella tiepida sera primaverile, senza lasciare messaggi per nessuno - avrebbero capito ugualmente, al loro ritorno, senza leggere sciocche lettere di congedo - quindi era salita sulla sua utilitaria azzurra percorrendo in retromarcia il breve tratto asfaltato che dall'autorimessa sul retro della villetta conduceva al cancello d'ingresso.
Il traffico era abbastanza sostenuto. Gli ultimi lavoratori di ritorno a casa si mescolavano a coloro che uscivano a cena, ed ai primissimi gruppetti di ragazzi in cerca dei divertimenti serali. Daniela guidava nervosamente, ansiosa d'allontanarsi dalle strade abituali, temendo d'essere riconosciuta, magari salutata da un conoscente mentre sostava a qualche semaforo alla periferia del paese, e si sentì meglio quando si ritrovò sulla strada provinciale, lontana dalle ultime case abitate.
Doveva raggiungere il paese confinante, adagiato sulle sponde del fiume, dov'era nato e cresciuto il grande amore della sua vita: Marco dagli occhi azzurri e dal sorriso contagioso, sognato da troppe ragazze ed invidiato da tutti i coetanei, il promettente campione di pallacanestro, il compagno di tante giornate meravigliose….
Inutilmente, dal giorno in cui l'aveva lasciata, Daniela aveva cercato di vivere senza di lui. Aldo era un bravissimo uomo: insieme avevano vissuto serenamente e in certi momenti si era perfino illusa di essere davvero felice, ma purtroppo quella sensazione non era mai durata a lungo.
Da qualche tempo, Daniela aveva ripreso ad aggirarsi nelle vicinanze dei luoghi che le ricordavano Marco, anche se la cosa era assolutamente priva di senso: la loro storia era finita quasi vent'anni prima!
La sua era solo un'ossessione, una malattia, perché il gigante dagli occhi azzurri aveva smesso da un pezzo d'incantare le ragazze, e non avrebbe mai più potuto infilare la palla in un canestro...
Daniela oltrepassò la mole oscura del cimitero e arrestò l'auto accanto al cancello d'ingresso sbarrato. Dal punto in cui si trovava poteva intravedere la distesa di tombe punteggiate di lumini accesi, e poi le cappelle fatte edificare da alcune famiglie del paese: ciò che poteva restare di Marco, dopo tanto tempo, era là, in una piccola costruzione all'estremità della fila sinistra, e lei, ormai, desiderava soltanto raggiungerlo. Riaccese il motore e ripartì in direzione del fiume, perché aveva deciso di buttarsi nello stesso punto in cui, in una gelida e nebbiosa sera d'inverno, Marco aveva presumibilmente sbagliato una svolta della provinciale a causa della scarsissima visibilità, imboccando una stradina secondaria e finendo con l'auto nel pieno della corrente, che l'aveva trascinato via senza scampo. Lui, di certo, non aveva cercato la morte.
Per raggiungere il fiume ora era necessario percorrere un tratto della nuova circonvallazione, che escludeva l'abitato del paese di Marco, ma il traffico in quel punto si fece più intenso: una banda di ragazzi a cavalcioni di moto e motorini di varia cilindrata si materializzò all'improvviso al suo fianco e cominciò ad invadere la strada sfrecciandole disordinatamente attorno. Innervosita, Daniela suonò il clacson per invitarli a darle strada ottenendo in cambio qualche sberleffo, mentre l'automobilista che la seguiva protestava a sua volta senza alcun risultato.
Mancavano poche centinaia di metri al punto in cui avrebbe dovuto svoltare per imboccare la strada che portava al fiume, quando una grossa moto con due ragazzi a bordo le tagliò bruscamente la strada, sorpassandola da destra e quindi impennandosi.
Terrorizzata, Daniela sterzò bruscamente per evitarla, riuscì a mancarla per un soffio ma perse il controllo dell'auto, che sbandò paurosamente e girò su se stessa un paio di volte prima di andare ad incastrarsi contro il bordo del fossato che costeggiava la strada, mentre la vettura che seguiva riusciva miracolosamente ad inchiodare in uno stridio di freni senza arrivarle addosso.
Daniela si ritrovò schiacciata contro l'airbag, stordita ma apparentemente illesa.
"Signora! Come si sente?" Un uomo cercava ansiosamente di aprire la sua portiera e di aiutarla a scendere dall'auto. Daniela si voltò a fatica e capì che si trattava del guidatore dell'auto che si era trovata dietro di lei, mentre i motociclisti si erano ormai dileguati nel buio.
"Credo di essere tutta intera… grazie. E lei?"
"Che delinquenti quei ragazzi, mi dispiace solo di non essere riuscito a leggere il numero di targa della moto, altrimenti li avrei denunciati! Potevano ammazzarsi, quei due incoscienti, e poteva capitare qualcosa di grave anche a lei! La sua auto com'è combinata? Riesce a farla ripartire o dobbiamo chiamare il soccorso stradale? Provi a riaccendere il motore!"
L'auto aveva il paraurti anteriore piuttosto ammaccato, ma quando Daniela girò la chiave il motore partì senza difficoltà.
"Se la sente di guidare o preferisce telefonare a qualcuno e farsi venire a prendere? Io ho un cellulare, se vuole…"
"Ma no, grazie, lei è molto gentile, però credo di potercela fare da sola, devo percorrere soltanto pochi chilometri…"
Manovrando con circospezione Daniela riportò l'auto sulla strada asfaltata, ringraziò l'uomo, salutandolo con un ultimo gesto del braccio che voleva essere rassicurante, e si diresse verso casa.
Guidò lentamente sulla strada del ritorno, augurandosi che la vettura non andasse in panne prima di aver raggiunto la sua destinazione, ma le uniche tracce dell'incidente erano in quei danni alla carrozzeria. Ora avrebbe dovuto inventarsi una storia convincente per giustificare l'accaduto ai suoi familiari, che si sarebbero domandati l'origine di quel paraurti ammaccato…
Fu soltanto dopo aver compiuto meccanicamente tutti i gesti abituali fino a ritrovarsi distesa sul letto, sola nella sua stanza buia, che Daniela capì quanto fosse stato generoso, e forse anche un po' beffardo, il destino quella sera con lei: l'aveva portata a sfiorare la morte per farle finalmente comprendere che il suo posto doveva essere ancora tra i vivi, e non in compagnia di chi se n'era già andato da molto, troppo tempo.


 

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