| "Il razzista" di Annamaria Trevale, 2002 |
Faceva un freddo cane, e da quel cielo grigio e spesso non c'era d'aspettarsi proprio niente di buono: garantito che prima di notte avrebbe cominciato a nevicare. E lui, Gianni, se ne stava lì come un allocco sul ciglio della strada ad aspettare che qualcuno gli desse un passaggio per tornare in città, sperando anche di riuscire poi a trovare una sistemazione passabile per la notte...Da quando la sua convivente l'aveva buttato fuori di casa non ne aveva imbroccata una giusta. Da tempo non aveva più fissa dimora, della sua famiglia d'origine non restava nessuno, se non lontani parenti che facevano a meno più che volentieri di ricordarsi della sua esistenza: meglio stare alla larga da un tossicodipendente faticosamente uscito dal giro, ma mai reinserito a pieno titolo nella società… Buona, la società! Tante chiacchiere, mille esortazioni e promesse finché stava nella comunità di recupero ma poi, una volta fuori, tutti gli avevano voltato le spalle. Nessuno dava volentieri lavoro ad un ex tossico, anche se ufficialmente "riabilitato", chiunque veniva prima di te nelle preferenze dei padroni. La fabbrica dove aveva lavorato in passato si era riempita d'extracomunitari, per esempio, e il suo vecchio datore di lavoro gli aveva detto chiaro e tondo di privilegiare un senegalese o un maghrebino, disposto a rigare dritto pur di non perdere lavoro e permesso di soggiorno, piuttosto che un noto attaccabrighe come lui. Ci mancavano pure quegli schifosi negri e nordafricani a rompere le scatole, ora. Non solo si accaparravano il lavoro, ma erano pure più in gamba a spartirsi i rifugi per i senzatetto, sempre in prima fila alle mense dei preti dove distribuivano pasti caldi a scrocco….una iattura, insomma. Come se non bastasse, l'affronto peggiore aveva dovuto subirlo da Sara, la donna con cui si era messo uscendo dalla comunità, anche lei un'ex tossica, che però aveva trovato subito una sistemazione decente in un'impresa di pulizie: dopo averlo buttato fuori di casa, inviperita per il fatto che, secondo lei, la sfruttava, si era messa insieme con un suo compagno di lavoro, un lercio albanese… Eccoli, i primi fiocchi di neve! I veicoli di passaggio avevano già i fari accesi nella luce calante, ma nessuno accennava a fermarsi: fra poco i guidatori non l'avrebbero più visto, e del resto si stavano facendo sempre più rari. Gianni cominciò a tremare nel suo vecchio cappotto sbrindellato, si alzò in piedi e si sforzò di muovere qualche passo, anche se non sentiva più i piedi. Chissà, forse il suo destino era di morire assiderato? Bah, tanto che importanza aveva continuare la vita di merda che stava facendo, dopotutto? Nessuno avrebbe pianto per lui. Una vettura di grossa cilindrata che stava sopraggiungendo alle sue spalle iniziò a rallentare, e frenò dolcemente a poca distanza da lui. Barcollando, Gianni si voltò, incerto se sperare o no, ma una voce baritonale domandò: "Ehi, amico, serve aiuto? Fa troppo freddo per stare qui a fare autostop…sali!" Solo quando fu seduto comodamente nel caldo abitacolo della lussuosa berlina, Gianni vide bene il guidatore: un uomo sulla cinquantina, vestito con eleganza, dalla pelle scurissima…un negro, insomma. "Dove vai?" "Da nessuna parte, in città va bene. Devo cercare un posto per la notte." "Non hai una casa?" "No, non ce l'ho più. Succede." L'uomo, sorpreso dal tono sgarbato, lanciò un'occhiata a Gianni, ma replicò con calma. "Lo so, ti posso capire. Io sono venuto in Italia da ragazzino senza un soldo e ho fatto la fame per un bel pezzo per poter studiare…" "Però ti è andata bene, mi sembra…" osservò Gianni indicando con un gesto eloquente del braccio l'interno dell'auto di lusso. L'uomo annuì: "Ho avuto fortuna. In società con altri amici abbiamo deciso di far arrivare dal nostro paese d'origine degli articoli da vendere qui in Italia, sai, quando iniziava la moda "etnica", come la chiamate qui, abbiamo trovato la strada giusta… adesso abbiamo un bel giro d'affari e ci siamo sistemati tutti quanti bene. Mi sono sposato, ho due figli, ho fatto venire qua mio fratello e mia sorella a lavorare con me….e posso anche permettermi di aiutare altre persone, quando capita." Gianni imprecò mentalmente. Pure il negro fortunato, doveva capitargli. "Vuoi mangiare qualcosa?" "No." Aveva fame, ma non l'avrebbe certo detto a quel tipo. "Hai almeno un posto dove dormire stanotte?" "Cazzi miei." "Ok. Dove ti lascio? Io vado verso la stazione." "Va bene anche per me." L'uomo percorse ancora qualche centinaio di metri, quindi accostò a destra e si voltò bruscamente verso Gianni. "Senti, amico, capisco che hai i tuoi problemi, ma se vuoi un pasto caldo e un posto decente dove dormire stanotte, e magari anche qualcuna delle prossime, io te li posso procurare, altrimenti ti saluto e amici come prima: la stazione è lì avanti." Gianni rifletté soltanto per un secondo: era tardi, aveva freddo e fame e nessuna idea su come sistemarsi per le prossime ore. Forse non era il caso di fare tanto lo schizzinoso. "Va bene…grazie." In silenzio, l'uomo riaccese il motore e riportò l'auto nel flusso di traffico. Gianni si morse le labbra , pensando a come l'avrebbe schernito la sua ex donna se avesse potuto vederlo così, ridotto ad accettare la carità di un negro, ma per fortuna quella stronzetta era finita chissà dove col suo albanese, e non l'avrebbe di certo incontrata mai più, perciò perché mai doveva preoccuparsene proprio in quel momento? © Annamaria Trevale - 2002 |