"C'era" di Vincenzo Tarkowski, 2002

"a esser buoni si va in paradiso" mi diceva nonna. ma io che nel paradiso troppo tardi ho smesso di credere, mi accorgo ora degli errori fatti e dell'innocenza che ero e che adesso non sono più.
e i miei ricordi affiorano come da un libro 'Cuore' che si apre in una qualsiasi delle pagine, delle storie, degli alunni, di quella classe.
di notte. questa.
di quando disegnavo le persone senza prospettiva. una gamba più corta dell'altra e contavo fino a cinque le dita da mettere in quella mano che si prolungava via dal braccio come un ramo secco d'inverno. e poi le ricontavo per esserne sicuro perché "uno in più non va bene".
di quando il tema "il mio compagno di banco" mi dava del filo da torcere perché il mio compagno aveva una faccia morta e inespressiva come una forma di ricotta buttata sul banco latticini. ma non potevo scriverne male. lui era, come me, ansioso di sapere la mia impressione su di lui. lo conoscevo da un giorno sì e no. e come potevo descriverlo, così.
i primi compromessi, i primi dopo la vita stessa.
e ricordo tutti quei temini improvvisati. "la mia domenica", "le mie vacanze di Natale". tutte giornate passate a casa che lì, inventavo. dovevo stare attento a non spararle troppo grosse. e a quei maestri che non sapevano arrivare alla mia fantasia.
quando si è bambini tutto è diverso. l'albero può essere anche viola e da qualche parte, esiste un fiore tutto verde con lo stelo blu.
rivedo dei posti di allora che sembravano spaziosi e che ora sono poco più di un buco. una volta riuscivo a nascondermi anche sotto al letto e strisciare come un militare in trincea. oggi la pancia di birra me lo impedisce. oggi mi blocco lì sotto e non vado più da nessuna parte. un incastro a puzzle. un tassello. oggi sono un tassello tra il letto e il pavimento.
e il gusto di nascondersi.
il gusto di farsi cercare senza sapere che già sanno dove sei. o forse lo immagini ma non importa.
e quella palla che rimbalzava di compagnia dentro la camera e che prontamente nascondevo all'urlo di mio padre. "troppo rumore. i vicini. rompi qualcosa. sii grande, smettila con queste sciocchezze". quei sette secondi per trovarle un posto non visibile mentre sentivo i suoi passi quattro/quarti avanzare. quell'ombra di terrore. ma l'ho capito poi, cos'è il terrore.
"sii grande".
i vestiti puliti e profumati che mia madre mi preparava sulla seggiola in fondo al letto per il mattino dopo, fresco di colazione.
Oggi la mia colazione è una montatura di chi produce biscotti e il mio vestirsi è un cospargersi di colla e infilarsi nell'armadio. che così va bene. per me, va bene.
la tasca del grembiule quando si rompeva la penna. l'inchiostro che macchiava. "il grembiule costa". la paura di tornare a casa con quella cartella a forma di valigetta rettangolare con due cinghie da allacciare in spalla e che pesava con i suoi sussidiari. la corsa verso casa prima che rientrasse papà. i colpi di scarpa che sbattevano sul marciapiede in discesa. "Gelsomina, speriamo che ci sia ancora". e la trovavo appena in tempo, e faceva di tutto per pulirmi la macchia. passava il sapone quasi a consumare i quadrettini bianchi e blu strettissimi tra loro. e io pregavo Gesù che facesse qualcosa. che quando sei piccolo Gesù ti serve anche per queste cose. per evitare le punizioni, le botte.
che quando sei piccolo pensi che la Polizia esista solo per metterti in 'gabbia' appena fai qualcosa che ti hanno vietato i genitori, anche piccola. non ci pensi ai rapinatori. quelle sono favole di altre città. non della tua.
oggi Gesù è il frutto di un mitomane e il rapinatore ha la tua macchina.
attendevo le feste di compleanno con impazienza. ma quelle degli altri. erano sempre di sabato. pepsi, fanta e sprite. patatine e pop-corn il gioco della bottiglia "che speriamo che Chiara mi dia un bacio almeno". e il primo bacio venne. sulla guancia. l'incredulità del gesto. del caso. che vorresti non fossero le sette e trenta perché alle otto mi vengono a riprendere. un'altra opportunità. un'altra solo, per sognarci su questa notte. dài. e vivevo di speranze. e oggi la speranza è solo la mia più grande distrazione.
e oggi non ho attrazione per le donne. sempre più sofisticate. sempre più preziose. sempre più 'grandi'. ne sento il profumo mentre mi superano sotto i portici che vorrei accarezzarle i capelli e dirle "fermati, fermati un po' qui". ma finisce lì perché non cerco altro. non voglio altro.
il primo segno di barba. l'illusione di essere 'grande'. l'idea di una basetta che possa darmi quella bellezza che non ho. quella attenzione che vorrei per pareggiare con la mia goffaggine. e la faccio tutti i giorni. anche due volte al giorno. "più la tagli e più si forma e ricresce", mi dicevano.
oggi arrivo al quarto giorno della settimana e anche se mi pizzica il collo rimando a domani. o poi. chissà.
il 'benino' riportato a casa firmato dal maestro in fondo alla pagina di quaderno. e sei timbrato per il resto degli anni.
non è ironico?
Il 'gel' al supermercato. quello 'extra-forte'. il 'gel' piace alle ragazze. il 'gel' ti fa ordinato. come vuoi tu. come vorresti diventare. o apparire. "sembrare come".
Oggi mi pettina quello che ho sognato. che non ho nemmeno voglia di tagliarli. tanto al "Bar del Porto" li conosco tutti. e anche se non li conoscessi, la birra si fa bere lo stesso. bello o brutto che sono.
La mia casa. una volta avevo la mia casa. quella in cui avevo vissuto. che mi aveva condiviso. oggi ho una mansarda piccola e stretta.
Come tutti i bambini volevo un cane. uno di quelli affettuosi che ti lecca tutto e che come uno scemo va a riprenderti ogni cosa che gli lanci. ma quella casa non era adatta "e il cane soffre". Ho sempre desiderato un cane. come tutti i bambini soli lo desiderano.
Oggi ho una splendida gatta. e non per ripiego. semplicemente, mi rispecchio nel loro carattere. fossi nato diversamente, sarei nato gatto. un gatto nero. con la rogna, ma un gatto.
allora ero buono ma il tempo ti cambia idea. i giorni, la testa. l'esperienza ti muta il percorso. esser buoni non serve.
la 'battuta' del personaggio d'occasione non ti umilia quanto i sorrisi delle ragazze o della compagnia di turno che si sganascia per 'moda' contro di te e a quindici anni certe cose non le capisci. e a quindici anni non te la senti di affrontare un'intera flotta da solo. sai di perdere. da subito. e cominci ad odiare certa gente. e poi vedi come va la vita. e passano i mesi. e passano gli anni. e "ad esser buoni si diventa fessi" diceva mio nonno.

© 
Vincenzo Tarkowski - 2002
 


 

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