Scostai la sedia dalla scrivania posandola a circa un metro e mezzo di distanza. Mi lasciai cadere su di essa come un vestito sgualcito, tremendamente stanco senza sapere bene di ché. Sollevai i talloni sul bordo della sedia. Sulle ginocchia appoggiai il mento e fissavo da questa distanza come dai margini di un fiume, seduto all'ombra di un mondo che vive pur nella sua immobilità, il disordine sparso sul tavolo. La lampada accesa illuminava questo scenografico disordine, fogli e matite si contendevano gran parte della superficie occupata sul tavolo, fogli in cui erano più le cancellature e gli scarabocchi che le parole rimaste superstiti, matite mozze come i filtri delle sigarette spente in un posacenere stracolmo di tempo e di lucidità andati, e poi una pila di libri da leggere come un dovere, e non letti, e senza bisogno di ricordarsi ancora un perché. Erano passati diversi mesi da che non mi riusciva più di leggere niente.
Un tempo era la mia sola occupazione questa di leggere. Ma lo era per il semplice motivo che ero deciso a perdere tempo, o a non badare al tempo che passa, che tanto passa… passa e basta. Che sciocchezze! Me ne avvedo adesso. Allora però non mi importava un bel niente di quello che andavo leggendo, qualsiasi storia andava bene purché fosse riuscita a distrarmi e a non farmi pensare… all'errore. Ed era difficile però, perché spesso mi capitava di leggere e di pensare ad altro contemporaneamente, al vanitoso desiderio di scrivere per esempio, e di come avrei potuto portare avanti una storia che m'ero letto poco prima, o a variarla di poco a mio piacimento. Ma desistevo, desistevo sempre rimandando ad un ipotetico futuro il raggiungimento di scoprire una voce, di riuscire anch'io a parlare come ogni bambino affascinato dai segni e dai corrispettivi suoni che quel segno produce. Allora volevo solo perdere tempo. E in questo devo dire di esserci perfettamente riuscito, o meglio, il tempo è riuscito a perdermi come niente. Perché non ricordo una parola di quanto ho letto. Nessuna. E questo è Perfetto. E ora?
E ora non ho più voglia di leggere niente, niente! Perché non ho più voglia di perdere tempo. Dovrei riuscire a viverlo invece questo tempo prima che mi riduca ad un oggetto spento sulla scrivania. Ma non posso mica rileggermi tutto quello che non ho letto? O forse potrei, ma il vero problema è un altro. Certo, sono sempre stato dell'idea che in qualsiasi libro si possa trovare qualcosa di buono, persino nel voluminoso calderone di facezie. Quello che mi importa di più in questo momento è di leggere un determinato genere di storie, e tuttavia non avendo nessuno che mi indirizzi sul tal autore o quell'altro, o parti di uno e parti di un altro, perché ogni autore può scrivere quello che gli pare ed affrontare vari temi senza perdere tempo in altre storie, mi vedo costretto a leggere tutto così come viene.
Ma vedo che sto dilungandomi in storie che a nessuno possono interessare più di tanto, o di meno.
Ritorniamo indietro.
Dunque me ne stavo sulla sedia tutto ripiegato come un uovo a fissare lo spettacolo della mia inerzia sulla scrivania, e fra tutto quel casino la mia attenzione era particolarmente rivolta alla colonna di libri, come dicevo, una ventina, che mi sembrarono a un certo punto muoversi come in una danza, o meglio come una molla, avanti e indietro lentamente, come a prendere lo slancio per un salto formidabile. E illuminati dalla luce della lampada tremante sembravano anch'essi ammiccare come un brillio di stelle.
Li osservano, io immobile sulla sedia, e mi sembrava un fatto strano. Possibile che si muovono, ridicevo? Cercai di concentrarmi a bloccarli con gli occhi. Li chiudevo come il diaframma di una machina fotografica al massimo della profondità, all'infinito, come a mettere a fuoco le distanze, poi li riaprivo per vederci più chiaro, come da vicino. Ma niente, quei libri proseguivano indisturbati nella loro danza, tendevano ad aprirsi come un fiore, o un ventaglio, o una scala a chiocciola. Ed ecco che come una spirale si levavano alti fino al soffitto. Ogni gradino era un libro che mi accingevo adesso a calpestare. Ed ogni gradino era diverso dall'altro. Alcuni davvero giganteschi, altri così sottili che potevano essere superati a due o tre alla volta, ma sempre con attenzione perché ognuno occupava il suo spazio di gradino, per cui anche se basso, la distanza da uno all'altro poteva allungarsi in avanti se si decide a coprirli a due o tre per volta. (a formare una C in questo caso, un arco coricato essendo una scala a chiocciola, col rischio dunque di contorcersi come lombrichi o serpi).
M'arrampicai dunque su questi gradini come su un albero a risalire l'orme del tempo quando fu scritto insieme a tutte quelle storie che contiene.
Prima di superare l'ultimo gradino m'affacciai sulla stanza in penombra dove la mia immaginazione credo mi stava portando. Però si rivelò diversa da quella di sotto da cui risalivo, e non dico d'essere arrivato alla fonte, diversa come ogni foglia dello stesso albero. In questo caso si dovrebbe dire dell'edificio, ma penso sia la stessa cosa che dire alveare. Tutti i loculi uguali, tranne forse la stanza regale.
Sentii un sospiro agitarsi leggero. Raddrizzai le mie antenne verso questa fonte sonora, e i miei occhi da insetto videro - scorsero il respiro sinuoso sotto l'onde di un morbido mare.
È provato scientificamente che lo scarafaggio è il centometrista più veloce, a scatti fulminei raggiunge gli spazi più lontani, poi si ferma bloccato dalla cecità.
Niente è perfezione.
Ma l'attrazione in me eguagliò la luce.
Raggiunsi la sponda di quell'oceano senza accorgermi d'esserci arrivato. Fermo sulla sponda del letto, come da una scogliera, guardavo quel viso felice sorridere in sogno. Finalmente vedrò il volto di Amore, pensai. Poi i suoi occhi ravvivarono la stanza di nuova luce come a smuovere la brace sotto la cenere. Mi videro, sono spacciato, mi hanno scoperto, adesso scompaio. Ma non lessi alcun stupore in quello sguardo, considerato che ero un intruso nel loro regno. Anzi mi conoscevano:
"Ah, sei tu?" mi disse.
Ero io, ma lei come faceva a saperlo? (se sei una lei a leggere, allora cambiati in lui, se lo vuoi).
Poi un'onda da quel mare s'alzò e dal suo cuore una voce imbevuta di sonno mi raggiunse:
"Vieni a letto è tardi"
E con l'altra mano m'indicava il vuoto al suo nudo fianco.
Mi spogliai in fretta e mi immersi in quell'equatore. Ma lei al contrario di me continuò il suo sogno. Pazienza. Ci sarà un'altra occasione per rubare la verità.
Mi coricai pensando, se questo non è un sogno ora mi sveglio.
Sul comò trovai un libro letto per metà, c'era il segno lasciato dove la lettura era stata interrotta con una piegatura di pagina.
Presi il libro e cominciai a leggere… mi sentii ad un tratto un gonfiore nel petto, stava forse crescendomi il seno?… i suoi occhi… i suoi occhi… i suoi occhi…
Sono qui in un'altra casa, in un altro letto, forse in un altro corpo, forse in un altro tempo. Lei mi aveva riconosciuto, dunque sa chi sono. Ebbi necessità di trovare uno specchio. E mi sorpresi nel bisogno di cercarlo non per vanità ma per verificarne quello che temevo. Non mi fu difficile trovare il bagno dove è sicuro si trova sempre un'immagine di noi che ci attende specchiarci. Nella stanza, oltre al varco delle scale, notai l'esistenza di un'altra porta. La superai e, accesa la luce, m'avvicinai lentamente al punto di verifica. Ero io là dentro. Rimaneva solo un'ultima domanda, quando?
Una voce dalla porta rispose, adesso.
Era lei, uscita dalle acque come una Venere. È questa l'occasione? pensai, ma risposi:
"Adesso, dove?" provai a chiedere. Ma lei non sembrava capire, adesso dove che? mi fece eco.
"Stai dormendo, o delirando ancora nel sonno, - mi disse- vieni a letto ti ho detto, rischi di farti ancora del male quando sei così."
Secondo lei ero io che dormivo. Non volli deluderla e la seguii afferrando la sua mano gettata in avanti a soccorrere il vuoto dentro la mia testa.
Mi ricordai di mia madre quando la sera mi accompagnava nel bosco della mia camera e mi leggeva tante storie per farmi addormentare, ma erano così strani i suoi racconti che non riuscivo a prendere sonno. Secondo me lei se li scriveva da sé le storie, però non ne finiva mai una per iniziarne un'altra a seguito della prima. Così dopo avermi letto un paio di pagine, lei, mia madre, si addormentava sulla sedia ed io afferravo il suo quaderno e mi mettevo a leggere quelle stranezze, passavo da una storia all'altra senza senso, senza sonno.
A volte, quando si sedeva sulla sponda del letto per starmi più vicino, finiva che si coricava lei. Cadeva come un albero. Io mi alzavo e mi sedevo al suo posto, e cominciavo a leggere. Poi le davo la buonanotte, un bacio e me ne uscivo.
Andavo però alla scrivania a cercare di scrivere qualcos'altro, o a chiudere definitivamente una storia come una porta. Poi la stanchezza mi vietava di ricordare in che tempo dovevo finirla e in che corpo. Se ancora un briciolo di forza mi riusciva a sostenere, mi trascinavo a bordo del letto, mi ci arrampicavo e cercavo di addormentarmi leggendo poche righe del suo libro sul comò. Ma era così strano che sono anni che cerco di dargli un senso, di legarlo in qualche modo, di riprendermi il sonno che m'ha preso.
Una volta mentre mi sembrò d'esserci riuscito stavo per gridare Eureka, ma una strana voce mi distolse:
"Stai ancora leggendo? Ma riesci a capire di che parla questo libro?"
mi sorpresi nel vedermi coricato a fianco di me stessa, ma per educazione risposi lo stesso.
"Non lo so, l'autore sembra voglia prenderci in giro perché non ha proprio idea di cosa voglia raccontare."
"Ah, è questo quello che pensi del mio ultimo romanzo? Eppure mi dicesti che ti piaceva il mio modo di raccontare quando ci incontrammo nell'altro sogno, in riva al mare. "
"Ma io… Come? Cosa? Non pensavo che l'avessi scritto tu. A proposito. Tu chi sei?"
Questa è una di quelle domande che non bisognerebbe mai fare a chi porta l'anello al dito col tuo nome inciso dentro. Ma…. è stato solo un sogno…. Il vuoto che circonda il mio dito… orfano. Oltre a questo io non so chi sia, né lei né io, non me l'hanno detto. Ma non importa. Piego la pagina e dormo.
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