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Per tutto il giorno non ho fatto altro che leggere, leggere. Leggere. Per battezzare il tempo in previsione dell’ultima messa. Mi sono sempre piaciuti i classici perché essendo abbastanza pigro preferisco affidarmi sul sicuro. Anche se non sempre il sicuro è sicuro. Bisogna sempre dargli corda al tempo, altrimenti si ferma e addio sogni, addio desideri. Oggi però ebbi necessità di scoprire qualcosa di nuovo. Sotto il sole. Dicono niente. Non ci credo. Letteratura moderna sapete. Ero curioso di leggere storie nuove, o perlomeno scritte in maniera moderna visto che ogni età rispecchia la sua età.
Scaricai da internet parecchi racconti di autori mai sentiti primi, ma vi assicuro sono moltissimi. Bene. Iniziai a leggere il primo racconto (una pagina). Poi il secondo (mezza pagina). Il terzo (un proiettile). Un quarto (una pausa). Perdo il conto. Mi sembrò di stare in discoteca paralizzato da una fortissima luce stroboscopica. E la musica è sempre la stessa. Bisogna urlare per farsi sentire. Altrimenti questi criminali scappano. Mi sentii persino minacciato di non spegnere il computer. Poi gli occhi cominciarono a lacrimarmi. Non so bene perché. Le storie che ho letto non è che mi abbiano procurato un grande effetto. Forse ho sbagliato tutto, o solo in parte. Devo essere io quello sbagliato. Certo, scelte sbagliate. Ma non so se sono io a scegliere o sono gli altri che mi scelgono. L’unica differenza tra noi è che uno dei due ignora l’altro. I vivi pensano ai morti (per qualche tempo), poi basta. Uno scrittore ha logorato il suo pensiero tanto da non voler più rimanere in vita. Tanto ha pensato al dolore del mondo che si è ammalato, e poi non ha voluto più pensarci. Ma chissà se i morti ci pensano. E cos’altro dovrebbero fare?
È che ultimamente non mi commuovo tanto facilmente. Ci vorrebbe una specie di dott. Frankenstein per farmi innamorare o piangere, che mi ricomponga una vita, che mi inventi, ecco. Perché dubito della mia nascita, di essere qui seduto al mio tavolo a leggere parole che sanguinano o lacrimano colori, solo colori scelti dalle tavolozze delle scuole. Un’amica giorni fa mi disse che la vita è fatta d’incontri e che forse i miei sono stati sbagliati. È stata molto gentile a escludersi dalla mia vita.
Leggevo, leggo questi racconti luminosi dal video. Mi sembro un insetto. Fortuna che accesi la luce sul tavolo, almeno mi disoriento. Dovetti accendere questa lampada di salvezza sulla scrivania per ingannare un po’ gli occhi. Come la finzione del faro giorno e notte. Del resto era ormai giunta la sera.
Dalla finestra entrò furtivo come un ladro un buio complice di tutte quelle storie. Dall’altra parte, dal lato della porta, non sentii nessun rumore che potesse distogliermi dalla paralisi. Ero inchiodato alla sedia. Non avevo via di scampo. Volevo andarmene e non rispondere più a nessuna domanda. Che c’entravo io con questo tempo feroce. Non ho fatto niente. Non avete cuore.
Ma loro incalzavano ancora più aggressivi e cattivi. Ti sbagli sei tu a non avercelo più.
Fermo, dicevano. Fermo! Allarga le gambe. Mani sulla testa. Dov’è tuo compare. Zitto! Dove andavi. Cos’è questa. Ti abbiamo incastrato. Tutte le parole…
Mi avevano arrestato senza una ragione comprensibile. Io non riuscivo più a capirci niente. Che ho fatto. Ditemelo. Io non ho colpa. Ma quelli se ne fregavano di quanto dicevo.
Mi portarono in centrale e mi fecero sedere ad un tavolo davanti a un pc. E continuarono:
“Riconosci queste impronte. Sono le tue. Parla! Vuoi fumare? John dà una sigaretta al ragazzo, può darsi gli ritorna la memoria.” E lo vidi schiacciargli l’occhio mentre lo diceva. Forse m’ingannai di questo, magari fu l’effetto strobo della luce. Ma io non sapevo di cosa stesse parlando. Veramente.
Un pugno sul tavolo lo intimorì a ricominciare da capo. Divenne albero. Seme. Sonno.
Mi svegliai di soprassalto e vidi che stavano arrestando un tizio alla televisione.
Fermo, dicevano. Fermo! Allarga le gambe. Mani sulla testa. Dov’è tuo compare. Zitto! Dove andavi. Cos’è questa. Ti abbiamo incastrato. Tutte le parole…
Allora mi alzai dalla poltrona. Presi la pistola dal cassetto e sparai dritto al cuore del televisore. Qualcuno dev’essersi svegliato con un sussulto spaventoso. Immagino la signora del piano di sotto. E questo è tutto quello che vi sto ripetendo per l’ennesima volta da che il tempo fu caricato. Ma non so niente del tizio che s’è sparato al piano di sopra. Non lo conoscevo neppure.
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