"Le scarpe" di Salsedine, 2002

    

Accosto la porta di cucina e arrivo al ripostiglio.
Le scarpe sono sempre state fondamentali nella mia vita. Ho ancora presente il piacere che provavo quanto scioglievo le stringhe delle alte pantofole di panno scozzese a sfondo rosso, tiravo via i calzini e camminano scalzo sul pavimento.
Sul ripiano dello scaffale metallico sono poggiate due paia di scarpe, quelle da lavoro, moderne, firmate, con la forma quadrata e accanto le vecchie scarpe da ginnastica che da tempo si sono adattate ai miei piedi sino a perdere la forma originaria.
Infilo le ultime con aria soddisfatta. Fausta scodinzola, anche lei è contenta. Sa che nelle prime ore del pomeriggio di ogni sabato, lavoro e cielo permettendo, usciamo a passeggiare.
Non cammino per tenermi in forma, per quello frequento la palestra, e neppure per abbronzare il mio viso, vado semplicemente perché sto bene in mezzo al verde. Il mio corpo ha bisogno di compensare. Ogni mattina, infatti, prendo la macchina e arrivo al piazzale della stazione, parcheggio, monto sul treno e scendo in città dove con un tram raggiungo l'ufficio. La sera, ogni sera, ripeto il tragitto contrario. Il sabato mi metto le scarpe e accompagnato da Fausta finalmente esco in campagna, tra le colline.
Chiudo il cancello del giardino e andiamo.
L'aria è tiepida, la neve non c'è ancora, ottobre è il mese ideale per vagare nei campi. Scelgo un sentiero sterrato e inizio la mia passeggiata che mi porterà a scendere, a salire, a camminare in piano. Su di una strada laterale si ferma un camioncino, Fausta abbaia, l'accarezzo sul collo, la calmo e scambio due parole con il conducente, un vicino. Taglio di traverso il sentiero ed entro in una vigna. Le scarpe affondano leggermente e si sporcano di terra, Fausta annusa e corre veloce avanti e indietro. Vorrei ci fosse Anna al mio fianco per condividere questi momenti d'ossigeno puro, ma lei non vuole sporcarsi le scarpe. L'ho sposata dopo una delusione d'amore, mi voleva bene, era una cara ragazza. Adesso mi cura, a modo suo: abbigliamento firmato, viaggi in località esotiche, cene con gli amici e serate al cinema. E' bella Anna, la corteggiano scherzando i miei amici, io sorrido e li lascio fare sapendo che non oserebbero andare oltre.
Ma se fosse? Se mi liberassero dalle scarpe di marca? Se potessi andare alla ricerca di una donna che nel fine settimana si sentisse libera di camminare scalza sul cotto ? Se volesse poi infilarsi un vecchio paio di scarpe da infangare ?
Esco da una vigna e rientro sul sentiero sterrato, tiro un pezzo di ramo secco a Fausta che corre a prenderlo e lo riporta nelle mie mani.
Arrivo nei pressi di una villa padronale, molto diversa dall'appartamento che ho ricavato da un'ala della casa colonica di nonno Giovanni, ma il proprietario attuale ha ospiti e mi limito a salutarlo con il cenno della mano. Attorno alla costruzione signorile è nato un piccolo borgo in miniatura composto da casolari di servizio, un tempo adibiti a pollaio, cantina, forno e stalla che sono stati ristrutturati e inseriti nel circuito turistico della nuova economia.
Vedo un bambino camminare lungo il sentiero di ghiaino tra i filari d'ulivi ai cui lati brilla il verde dei pampini, gli guardo le scarpe, sono comode e usate e sorrido. Lo osservo scegliere un breve viottolo che porta ad altre vigne degradanti verso la pianura. La madre lo chiama, anche lei calza scarpe comode, è carina, mi piace. A suo agio si avvia verso il bambino, come fosse nata dalla terra.
Guardo l'orologio, è tardi devo rientrare per non sentire i brontolii di Anna.
Stasera si esce a mangiare una pizza con gli amici e dovrò rimettermi le scarpe firmate.


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