Da "L'omicidio Berlusconi" di Andrea Salieri, Edizioni Clandestine 2003


Si dice che a determinare il destino di un uomo concorrano svariati fattori; uno tra questi, di rilevanza tutt'altro che trascurabile, è senza dubbio la donna. Infatti, se Livia quella sera non se ne fosse andata sbattendo la porta, la mia indole di uomo traverso, pacata dalla consuetudine matrimoniale, si sarebbe assopita tra le sue braccia durante le televendite .
Al limite con un successivo fuori orario di pratiche ormonali brevi ma significative.
Di quelle sul genere fantasy che solo una coppia logora e consolidata da anni di militanza riesce a rappresentare con discreta soddisfazione.
Cose del tipo 'andiamo sul terrazzino, tu conciati da Willy Coyote , legami sulla lavatrice e cospargimi il pube di ricotta , quando parte la centrifuga io urlo tu fai, il vicino si affaccia, ci vede e così viene meglio - oppure- vai fuori dalla porta, suona il campanello e quando ti apro dimmi che sei un testimone di Geova e facciamo finta di non essere i soliti noi due'.
Niente di tutto ciò.
Livia aveva dilapidato nel giro di una manciata di minuti sei anni di convivenza quasi civile e poiché è risaputo che le femmine hanno congenita la simultaneità, parimenti alle ingiurie, si era adoperata nella distruzione sistematica di tutto ciò che singolarmente, per attinenza, fosse riconducibile a un ben preciso insieme di cui entrambi eravamo parte.
Poi, esaurite anche le stoviglie e le scorte alimentari si era risolta in un perentorio "torno da mia madre", peraltro alquanto fuori luogo visto che i suoi si erano estinti da tempo, che non ammetteva repliche.
Conseguente fu il cozzare sostenuto dell'uscio contro le paratie.
Conseguente ma non definitivo.
Sbraitava ancora dabbasso quando dalla finestra mi parve di percepire in contrasto quell'attimo che fa le cose in volo quando cadono dall'alto e Livia persistente.
Poi ancora Livia e il cigolare del cancello.
Livia e un tonfo sordo.
Improvviso un silenzio opprimente che mi costrinse fuori.
Ciò che giaceva accartocciato nell'oscurità pareva ora irreversibile e in verità per quanto a esserne coinvolti si nutra estrema la speranza che in qualche modo lega l'inanime al risveglio, lo era.
Indistinguibile, bocconi sull'asfalto, dal cranio fracassato le fuoriuscivano pensieri muti e densi che il sangue ancora caldo diluiva appena.
E disgiunti, qua e là, composti di quel futuro che non saremmo stati.
Livia nei propositi raramente recedeva e ostinata perseguiva sempre la sua meta.
Reputavo esagerata questa forma di ostentazione del proprio orgoglio e malcelata l'indubbia insicurezza che l'alimentava.
Pericolosa anche.
Preclude ogni ripensamento.
Non aveva forse detto 'torno da mia madre'?
Ecco, c'era andata.

Vennero con le ambulanze e i gessi bianchi, coi teli sintetici e le sirene accese.
Appurato il decesso e avvolta la carcassa conclusero che pezzi di carlinga staccatisi da un bimotore le erano finiti dritti in testa. Che era stata proprio sfortunata, poveretta.
Poi, quand'ebbero sgombrato, qualcuno di mestiere con cipiglio austero e indagatore prese a far domande.
"Lei capisce Signor Luisi. E' soltanto una formalità. Non ha di che preoccuparsi."
Ma intanto Livia era defunta ed io vedovo anzi tempo circondato, e ovunque mi volgevo divise d'ordinanza, e nell'affanno di chi estraneo ai fatti è timoroso nel controbattere a un'accusa trovavo sconveniente proclamare persino l'innocenza.
Circostanze alquanto inusuali, borbottavano tra loro, da verificare attentamente con gli esperti.
"Ma come è possibile Luisi? Un aereo procede a 8000 metri di altitudine in direzione sud alla velocità di 450 km orari, un vento di 0,8 metri al secondo soffia in direzione opposta, la terra compie un movimento rotatorio su se stessa, sua moglie sosta senza apparente motivo di fronte al cancello di casa e lei non ha niente da dichiarare? Comprende la complessità balistica dell'impatto?"
Già mi ci vedevo in tribunale a disquisire sull'esistenza di Dio e la veridicità di eventi di per se irragionevoli.
Gli avevo tirato io con una fionda volevo semplificare, ma non ero certo che avrebbero apprezzato.
"A proposito… che ci faceva in strada da sola e a quell'ora? Di che natura erano i vostri rapporti? E lei dove si trovava al momento del sinistro?"
Se fossero entrati in casa mi avrebbero fucilato sul posto.
"Può dimostrarlo?"
Poi, un tizio calvo dal portamento incerto ma insolente mi trasse d'impaccio e liquidati i poliziotti disse qualcosa sull'assicurazione .
" Comprendo il suo dolore… che non è il momento…"
Abile con le parole, proponeva un concordato con la compagnia perché a intentare causa non conviene.
Ci sono anni e tribunali e quando alfine si riscuote ormai è dimentico l'amore e anche i motivi dello stesso.
E con un cenno perentorio della mano mostrò ipotetica una cifra di conforto a mitigare il lutto.
"…tardivo non deterge le coscienze e si avverte quel denaro immeritato, caro mio…" disse solenne. "…poiché del tempo siamo prigionieri…"
Di quale?
Di quello che intercorre tra due opposti o di quello progressivo?
Perché nell'uno ci si pone terzi, l'altro lo si vive.
Ed era in quello che Livia mi era assente.
"…naturalmente, sempre che non sia accertata una sua qualche responsabilità nell'accaduto."
Placare quello strazio con il sangue avrei dovuto.
Cucire quelle bocche con il fuoco e prima ancora divellère le lingue e farne scempio.
Non è tenuto in conto di quanto un cuore nell'addio di cose care sia deforme, e quanto imbelle dentro appaia e fraudolenta l'umana convinzione di scansare la paura legalizzando la nostra finitezza.
E quel sentirsi traditi da se stessi e dai propri intendimenti e la vergogna dentro di non fare, di non aver potuto niente, di non stare.
Ma poi d'istinto la sopravvivenza.
Quel ricondursi immotivato a logiche dimentiche di rabbia che fanno gli arti ancora collegati a un tronco.
E irresistibile un bisogno primordiale, uno qualsiasi, magari lo stimolo del bere, magari di urinare.
"…d'accordo." Seppi solo dire. "…d'accordo."
In breve, transitavo tra il risarcimento danni, l'omicidio e viceversa.
Tra la galera e i buoni sconto per la spesa.
E Livia rottamata, sarebbe valsa un tanto in relazione ipotetica all'usura.
Ma io ne fui privato, non l'ho resa.

Si dice che il risveglio sia premonitore.
O perlomeno, se intuitivo chi lo legge, riveli dettagli quantomeno sconcertanti riguardo a ciò che è prossimo a venire.
Forse è per questo che oscuro le finestre.
Odio, del mattino, ciò che rende attiguo l'umore al clima fuori e a prevenire possibili ingerenze nell'essere anzitempo uniformato a una qualche variazione, metto persino i tappi nelle orecchie quando dormo.
Si è malfidenti con le perturbazioni.
L'aspetto ne risente.
Se in procinto si ha timore.
Ci si confonde nel valutare aspetti, si assume un tono contenzioso ed irritante come se la colpa di ogni successivo accadimento non fosse un'astrazione che ci portiamo dentro ma ciò che di imprevisto ci giunge dall'esterno.
Reputo la libertà un valore per difetto.
Qualcosa indefinito che integro alla nascita scema nell'interazione e solo allora prende nome, nella mancanza.
E anche se è vero che svilisce nel contatto a preservarla non migliora.
Pensate a quanto peso hanno le parole.
Servono forse per comunicare?
Se così fosse saremmo nati silenziosi.
E molto meno infranti.



© 
Andrea Salieri, 2003 


 

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