| Da "L'urlo" di Andrea Salieri, Edizioni Clandestine 2002 |
È una delizia non avere niente da dire.
Ci si può permettere di sostenere conversazioni semplicemente annuendo.
Ma bisogna essere bravi.
Bravi e preparati.
Per esempio, a volte capita, durante un colloquio, che l'interlocutore chieda esplicitamente un consenso e che sospinti dall'incalzare si finisca per abbozzare automaticamente un cenno d'intesa.
Bisogna stare attenti.
Certi errori possono costare cari.
Si devono lasciar rimbalzare le parole.
Altrimenti può accadere che l'altro sentendole assorbire avverta, seppur lieve, una dissonanza e prenda a formulare congetture, ad osservare meglio i vostri modi, a insinuare divergenze e a manifestare dubbi.
Bisogna stare bassi, non piegati; bassi, bassi e concentrati, apparire sottili di profilo e poco imponenti a fronte.
Raggiungibili e distanti.
Confidenziali per cortesia ma con moderazione.
Scorrere equidistanti, rassicuranti, successivi.
Distinti e indistinguibili.
Innocui.........
Poniti troppe domande e non saprai mai chi è Dio, gli disse sua nonna pochi istanti prima di morire.
Poniti troppe domande e finirai per strozzarti con la tua stessa lingua.
Non gli aveva dato ascolto, ma ricordava quelle frasi.
In fondo gli erano servite ad affinare un suo metodo di ricerca.
Ci sono quelli che salgono sui treni e quelli che i treni amano vederli passare.
Quelli che contano e quelli che vengono contati.
Tutto lo scibile umano si regge su un sistema binario.
Ciò che staziona all'interno delle verghe sono numeri, infiniti numeri e combinazioni ben più imponderabili delle estremità.
La casualità dell'accostamento li rende determinanti nel definire il destino di ognuno.
Perché dunque i più si rivolgono altrove?
Forse il rifiuto, il timore che cercandosi insistentemente si possa finire per non riconoscersi o al contrario destabilizzarsi per non essersi trovati somiglianti a ciò che ci si aspettava.
Immaginare se stessi creature e creatori induce inevitabilmente a porsi la questione del conflitto di interessi.
Ma non ci hanno forse raffigurato una divinità una e trina?
E se l'indicibile fosse non l'inesprimibile per limitatezza, ma soltanto qualcosa di non detto?
Avete mai visto un bue muschiato?
No?
Eppure nessuno ne nega l'esistenza.
Perché allora negare quella degli uomini? ...............
Le aveva uccise tutte.
Trentotto in sette anni.
Lo aveva fatto con leggerezza e casualità, con gli stessi presupposti con cui si passa una serata a giocare al bingo.
La prima si chiamava Evelyn.
Non era stato facile.
Per niente.
Ammazzare qualcuno comporta innanzitutto un notevole sforzo fisico.
Bisogna essere ben allenati.
Sapete come vanno le cose.
Le vittime si dibattono, generalmente sono riluttanti ad avvicinarsi a questo genere di pratiche, hanno dei pregiudizi, rifiutano a priori.
Per non parlare poi dello stress mentale a cui si è sottoposti.
Supplicano, pregano, fino all'ultimo sperano misericordioso l'ineluttabile.
Non rendono le cose agevoli.
Specialmente quando si è all'inizio e si manca di esperienza si corre il rischio di farsi coinvolgere troppo.
Evelyn piangeva, piangeva di continuo, tanto che mentre la strozzava, aveva dovuto fermarsi e consolarla varie volte.
"Perché... perché..." ripeteva, "...perché?".
Perché no?
"È uscito il tuo numero piccola..." le aveva sussurrato dolcemente, "... è uscito il tuo numero... hai vinto!".......
La prima questione da risolvere per chiunque intenda divenire un ottimo serial killer è senza dubbio di ordine logistico.
Occorre innanzitutto individuare un luogo in cui custodire gli attrezzi del mestiere.
Il buon senso suggerisce di evitare di lasciare materiali in giro per casa, in auto o da amici.
Sarebbe sconveniente dover spiegare ai propri figli cosa ci fate con un trinciapolli nella ventiquattrore o perché nel bagagliaio tenete una falciatrice e magari vi siete sempre guardati bene dal tosare l'erba del prato.
Per esperienza una cassetta di sicurezza in banca va più che a meraviglia.
Gli oggetti, dopo l'uso opportunamente sterilizzati, devono venire a contatto solo con la vittima.
Badate bene, ho detto solo con la vittima.
La scientifica ci va a nozze con i dilettanti.
Quindi non improvvisate, documentatevi bene prima di iniziare e non commettete gesti avventati di cui poi finireste per pentirvi......
Un pensiero ricorrente si soprapponeva a quello di Lara.
Si insinuava irrisolto e amovibile in ogni sua considerazione.
... per non dimenticare...
Aveva sentito pronunciare quelle parole nel giorno della commemorazione delle vittime del genocidio nazista.
E tante altre volte e sempre a significare un punto e un luogo memore di una disfatta della razza umana.
Non era d'accordo.
Non erano quelle giuste.
Contro l'orrore non si innalzano obelischi si smantellano.
Si perpetua un delitto nella misura in cui lo si ricorda.
L'oblio inibisce l'odio.
Lui soltanto.
Perché quindi celebrare anniversari di eccidi e conquiste?
Cantare gli eroi?
Non sono questi i primi a fomentare rivalse?
Non è la rimembranza a contrapporci?
A renderci dissimili gli uni agli altri?
... l'oblio inibisce l'odio...
Lui, non la storia.
Essa giustifica, legittima, attribuisce qualità terapeutiche allo scontro, motiva e come l'ignoranza omette, in egual modo calcifica pregiudizi e rancori.
Dimenticare si deve, perché l'amore non ha bisogno di ricordi, attecchisce, si improvvisa, prolifera ovunque ci sia terra e genti capaci di portarne il peso e più di un cozzare di corpi e lame lega le menti e i cuori con lacci che solo lui stesso può sciogliere.
Di fucine abbisogna, di macchinisti e braccia forti che nell'intrecciarsi naturale si fondano, di questo e nient'altro.
L'odio mutila, dilania, strazia, rende e conserva imbelli intere generazioni.
Portate fiori freschi sulle vostre tombe e ci sarà sempre qualcuno che piange.
L'oblio inibisce l'odio.
... non l'amore.
Questi, misericordioso uccide......................
Come chi ha perso qualcosa compì il percorso a ritroso.
A ogni angolo cercava e neppure il sopraggiungere dell'oscurità pareva distoglierlo.
I fari delle auto invadevano la carreggiata, i marciapiedi, svanita la folla, reagivano alla pressione esercitata dalle suole respingendo il calpestio con forza e pareva la luna più vicina, e nel sobbalzo oscillare come un pendolo.
... come un pendolo...
Proprio così.
Perché non sono le cose è come ci si pone ad esse che muta.
... non sono le cose...
E per quanto a rimirarle ci si accinga a farle proprie in quell'atto è il cambiamento che le fa distanti.
Guardarle.
Guardarle incondivise.
E se fu un Dio a renderle cangianti è lecito pensare ch'egli sia un burlone e che nel gioco, disseminate le sventure, ebbe a disfare ciò che fece gli uomini presenti.
E si diletti nella costruzione, si diletti a spargere universi perché qualcuno innalzi cattedrali nel suo nome.
Tanto che miserandi nei nostri eccessi evochiamo e bestemmiamo il cielo.
Ma lui si cela dentro e non ci ha fatto occhi per vedere.
Son rigirati fuori i soli.
... son rigirati fuori...
E quanto di suo c'è in ciò che ci circonda se è vero che a lui si è conformi?
Ecco.
Sembrava adesso corrergli d'appresso.
Imperituro e denso quel contatto, quasi nello stesso già compresi entrambi e l'uno all'altro ingrati.
Ognuno debitore per intenti.
Per non aver avuto mai lingue ciarliere, circostanze, motivo di essere celati eppure averlo di proposito trasmesso in successione come un qualcosa da temere, posizionato in alto, astratto, contornato da un mistero che altro non è che la vergogna di mostrarsi.
Cacciate Dio dai templi, cacciatelo e del cuore fate scempio!
Allora sarà egli a ritrovarvi.
E sarà giusto e valoroso, lo sarà abbastanza da zittire gli imbecilli che in sua vece hanno preteso la crocifissione.
Non hanno loro i chiodi nella carne ma giare ricolme di preziosi custodite nei seminterrati.
Ma invero è, che del divino condividono la sorte.
Come tutti.
Naso all'insù con l'occhio nel pertugio.
Spiare mosse di mobili uragani.
Consapevoli negando.
Di esser ciechi..................
© Andrea Salieri - 2002