"Il nome di Marina" di Roselina Salemi, Rizzoli 2005

Ora che sono morto e questa materia disincarnata fluttua senza sapere dove andare tenterò la più difficile delle imprese, degna conclusione, forse, della mia vita ribelle. Scriverò una storia per consegnare a chiunque voglia raccoglierli, pochi frammenti di verità sulle cose accadute in un angolo di mondo che amavo ed è stato sacrificato al dio del presente. Una storia complicata, piena di fatti senza spiegazione e sentimenti fuori moda, uno spettacolo rappresentato per anni davanti ad un pubblico distratto. Vi interessa? Non lo so e non mi importa. Ho preso questa decisione perché non potevo farne a meno. 
Mia nonna diceva che tutte le lacrime non piante diventano un blocco di sale posato sul cuore e soltanto scrivere permette di scioglierlo. Scrivere è come piangere. Allora piango, scrivo e piango. Ho sempre scritto, ma non sapevo di piangere.
Ho mandato lettere ai giornali, ho firmato denunce in cinque procure della Repubblica, ho invocato giudici, ho minacciato scandali. Ho cercato di ottenere il miracolo da una ragazza che vomitava petali di rosa. Ho creduto nella giustizia, nella rabbia, nella curiosità. E’ stato inutile. E non sono sicuro che lasciare altri segni su un quaderno dimenticato possa avere un senso, mentre le dita si sciolgono e il mondo svapora. Basterebbe poco per cancellare ogni cosa e perdere la memoria, basterebbe volerlo e sarei libero dal dolore, ma non è il momento, non ancora. Sono entrato per orgoglio in un labirinto di parole: quando ne uscirò sarà più semplice accettare l’idea di aver attraversato l’ultimo dei confini e staccarmi senza rimpianto da questa illusione di vita. Perdonatemi, la rassegnazione è un traguardo impegnativo, specialmente se obbliga a parlare di se stessi al passato.

Sono stato giovane, ho cantato, ho sognato, ho diviso le guerre e le passioni con migliaia d’altri come me, ho vinto e ho perso, ho fatto politica, sono stato deputato dell’Uomo Qualunque, ho dato uno schiaffo a Togliatti, ho venduto forni per panifici. Ho creduto in Questo e in Quello, Dio, patria e famiglia, dovere e democrazia, per arrivare alla conclusione di una favola araba: ognuno di noi riceve alla nascita un mazzo di chiavi, ma il numero di porte è infinito. Passiamo la vita a provare serrature sconosciute e ad esserne delusi. Poi, ogni tanto, una cede, entriamo nella luce perduta e siamo felici. Non esiste conquista, né merito, soltanto il caso che ci piace chiamare fortuna o destino.
Conterò le porte che sono riuscito ad aprire e prometto di raccontare la verità, nient’altro che la verità, come se gli occhi di chi legge fossero il mio tribunale. 
Ho studiato poco, i miei non avevano soldi, ma ho divorato centinaia di libri, anche se non è lo stesso. Speravo che i libri mi aiutassero a trovare risposte, invece ho collezionato domande che ora sono chiuse con me nel bagagliaio della vecchia Alfa Romeo verde dove mi troveranno legato mani e piedi, incaprettato si dice dalle mie parti, nella desolazione di una strada sterrata, quasi nascosto dall’erba alta e dalle canne. Una cosa mi sorprende: che l’amore per Lina e la voglia di spaccare il mondo, il desiderio impossibile di far rinascere un paese e l’orgoglio della giustizia possano occupare uno spazio tanto piccolo. Davvero, mi sentivo molto più grande. Ma non è di me che voglio parlare. Non mi spinge la vendetta, né il desiderio di punire gli assassini, se ci tenete vi dirò i loro nomi, alla fine. Due ragazzi. Hanno preso mezzo milione a testa per fermare il respiro di un vecchio che ha la sola colpa di aver vissuto a lungo e di avere perciò troppi ricordi. 
Non è stato facile come pensavano. 
A ottantaquattro anni ci sono uomini che aspettano di morire e basta. Io invece stavo benissimo. Mai una febbre, un raffreddore. Se avessi avvertito la loro presenza (devono aver girato parecchio intorno alla casa) li avrei accolti con una fucilata. Mi sono difeso, ho dato calci e ne ho presi, ho visto il cielo liquefarsi nella mia bocca piena di sangue, ho ascoltato il rumore della vita che fugge. L’abbraccio finale della garrotta ha spalancato le porte del silenzio. 
Li ho guardati, quei due. Trascinavano il mio corpo dentro l’Alfa, accanto al secchio e agli ami per la pesca. Li ho sentiti, quei due. Chiudevano il bagagliaio con un colpo secco e ridevano. Ridevano e correvano alla fontana a lavarsi le mani. Spenderanno i soldi in due giorni, senza rimorso, e so già che si puniranno da soli. No, non ha senso parlare di loro. Vi parlerò invece del paese che non c’è più e che mi ha preso in ostaggio: Marina di Melilli. Onde e spiagge silenziose, voci di bambini, canzoni, lagune e polvere d’ambra. Ville romane e fenicotteri rosa, file di oleandri e relitti fantastici. Dune punteggiate da minuscoli fiori blu che chiamavamo «occhi d’angelo». Era così quarant’anni fa, quando il mare era uno specchio intatto, le conchiglie non odoravano di ammoniaca e il paese di cui il mio corpo è il penultimo abitante era popolato da un migliaio di persone. C’era la chiesa, costruita con i nostri soldi, l’asilo e là in fondo, dove la strada polverosa costeggiava un pezzo di scogliera c’erano le ville dei ricchi, con le terrazze per le feste da ballo all’aperto e le tettoie sommerse dai rampicanti. C’erano aiuole e fontane. Gelsomino, pitosforo e gardenia, datura, garofano e camelia, una litania di fiori primaverili mi torna sulle labbra, insieme con il nettare delle campanule che succhiavo, sdraiato sull’erba. Posso contare i muri scalati per vedere una donna nuda e le spine di rosa conficcate nelle mani per entrare in un giardino proibito... 
Ma se qualcuno di voi, spinto dalla curiosità o dai miei vaneggiamenti, verrà a Marina, farà fatica a vedere con i miei occhi. Non ci sono dune, naturalmente, e neanche fiori. Al posto delle ville troverete un bel pezzo di asfalto rinforzato per far passare i camion, i resti dei pavimenti dipinti a mano sono stati coperti dalla sabbia. Ogni tanto, quando soffia il grecale, appare magicamente un tappeto di piastrelle azzurre o verde acqua e fa l’effetto di una scoperta archeologica, come se il tempo passato fosse più lungo della vita di un uomo, più lungo della mia vita. I lavori per la costruzione delle piattaforme petrolifere hanno cancellato tutto: la casa del mago, il viale, la scogliera delle sirene. Eppure qui c’era un paese che respirava il mare, un mare che quasi ti ondeggiava sotto i piedi al punto da procurarti infinite nausee, da ricordarti che la terra è provvisoria, ma l’acqua è eterna. 
Anch’io fatico a ricordare com’era. Niente è più effimero della memoria, forse soltanto l’amore, così non so più dire chi e perché aveva piantato una fila di lillà, non so quando è scomparso il sentiero che si fermava a Punta Magnisi, davanti alla pozza schiumosa dove una nave romana aveva trovato il suo destino sparpagliando sul fondale sabbioso le monete d’oro sigillate nelle anfore di Chio. Era il nostro segreto, la nostra cassaforte fatata. Quando avevamo bisogno di soldi, mi tuffavo e portavo su una moneta per volta, pensando che quella ricchezza fosse senza fine. Così abbiamo vissuto nell'agonia di Marina, quando ci hanno tolto l’acqua per bere, le licenze per lavorare, il mare per pescare. Anni fa ho speso l’ultima moneta, poi non ho più avuto la forza di tuffarmi e cercare la salvezza nell’avidità di un centurione romano in fuga da chissà quale guerra. Forse ci sono altre monete cementate nel limo fangoso che è diventato quella divina sabbia, incorporate nella scogliera, sotto croste di rifiuti, conchiglie deformi e carcasse d’auto. Ogni tanto un sub tira fuori pezzi di anfora, un remo, una corda pietrificata e gira come un avvoltoio attorno al relitto di un relitto. Anche lui, come noi, cerca un tesoro già speso.
Terra incantevole, toccata dalla grazia, era la nostra. Persino le case abusive, le villette dalle forme più bizzarre, quelle stile inglese, quelle con i finti marmi e i cani di pietra, avevano un’armonia speciale, forse erano i salici marini, forse gli alberi di jacaranda dal profumo piccante a rendere tutto più bello, ma c’erano ragazze inespugnabili che davanti a quel mare sbiadito come una vecchia perla si arrendevano alla perdita dell’onore, sentivamo i loro respiri ansiosi sotto le barche capovolte, singhiozzi acquatici, profumo intenso di sale e ci chiedevamo quando sarebbe nato il figlio di quella notte, figlio del mare sbiadito e degli alberi di jacaranda, figlio della sabbia felice e del mare pieno di occhi, di pesci, di sirene, di annegati che spiavano le nostre illusioni d’amore.
Ma così non racconto niente. Invece devo cominciare.


 

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