Da "La canzone della luce" di Alberto Sacchetti, Pacini editore, 2005


Lasciai la festa che avevo preparato con tanto amore per andare a scrivere il 'pezzo' per il mio giornale.
Le riflessioni rubarono il tempo. E in un attimo arrivò il giorno del funerale e mi sorprese ancora sconvolto.
Appena parcheggiata l'auto nella piazza circondata dagli aranci incontrai un suo collega che mi disse di aver scritto in una lettera indirizzata a se stesso tutte le sensazioni provate quando aveva saputo della morte di Mario. Insieme, lungo via Dante, percorremmo quel breve tratto di centro storico che ci divideva dalla cattedrale muovendoci tra balconi in ferro battuto e case antiche dai muri spessi, con il giardino sul retro. 
Il sole caldo e pigro del primo pomeriggio ci accarezzava e illuminava la scalinata del duomo forgiata col marmo bianco delle vicine Apuane, giganti bianchi in faccia al mare, che si stava riempiendo di persone di ogni età, di ogni ceto sociale, provenienti da varie parti d'ltalia, con lo sguardo basso, pieno di quella tristezza che in quei momenti di dolore anche un cristiano riesce a stento a dominare.
Un tam tam portato dal vento all'anima aveva riunito una folla eterogenea, fatta anche di tanta gente che non lo aveva conosciuto ma aveva saputo che quel medico era stato un uomo incapace di staccare la cornetta del telefono.
Salimmo uno dopo l'altro tutti i gradini fino alla porta della cattedrale.
Entrati in chiesa, Piero raggiunse la sua famiglia, a fianco di un gruppo di amici e colleghi, io rimasi in fondo, vicino all'acquasantiera di marmo bianco, dopo aver trovato uno spazio dal quale era possibile almeno intravedere l'altare senza restare soffocato dalla folla.
Non potevo mancare a quell'appuntamento.
Dal momento in cui mi avevano comunicato quanto era accaduto e sconvolto mi ero messo al computer ascrivere di lui per il mio giornale avevo iniziato ad interrogarmi sul significato di quello schianto in autostrada che aveva ucciso marito e moglie, quarantenni, morti sotto gli occhi dei due figli più piccoli, rimasti miracolosamente illesi. E mentre scorrevano le varie
fasi del sacro rito la mia mente immaginava la scena dell'incidente ricostruita attraverso i lanci dell'Ansa e le informazioni ottenute telefonicamente da suoi amici.
Fra le lacrime che scendevano intrattenibili mi ero detto e mi dicevo che era stata una morte assurda. Dov'era Dio in quel momento? Come era possibile che permettesse cose del genere? Come aveva potuto lasciar senza genitori e nello sconforto tre creature? Perché Mario e Patrizia in cambio della loro generosità avevano ricevuto la morte?
È questa la Giustizia divina? Valla pena sacrificarsi tanto per questo Dio Buono e Giusto e per il prossimo se poi si deve fare una fine del genere?
Erano andati in quel luogo per parlare della battaglia che combattevano per far trionfare la cultura della vita e avevano trovato la morte. Un paradosso kafkiano: come se un pellegrino giunto a Lourdes per chiedere una guarigione miracolosa fosse caduto dal muretto sul quale si era seduto per riposare e battendo la testa avesse trovato la morte.
E ora i figli che cosa faranno? E i volontari che lavoravano con lui a tanti casi disperati? Che senso ha questa morte? Mentre nel cervello glI Interrogativi s'ntrecciavano e si moltiplicavano la folla cresceva e si stava sempre più stretti perfino in fondo al tempio. Mi spostai in avanti per trovare spazio. Ma solo di un passo perché non volevo allontanarmi troppo dall'acquasantiera. Mi dava un senso di protezione.
La messa iniziò con un canto dolce e melodico. Non il solito della domenica, stereotipato. Era qualcosa di diverso, per una grande occasione. Laggiù a pochi passi dall'altare c'erano uomini e donne vestiti con la divisa della corale tirata a lucido, diretti da un maestro dall'aspetto ieratico che si impegnava come se quella fosse l'esibizione più importante del mondo. Da quel coro si alzava un canto che mi sembrava uscisse direttamente dall'anima. E si spandeva nella chiesa dove, man mano
che la messa andava avanti, spuntavano fazzoletti e occhi arrossati. Qualche lacrima scendeva senza vergogna anche sulle guance di chi mi stava accanto. Allungai lo sguardo e in un gioco di luci e ombre affiorò il sorriso di una figura tra le tante che sprigionava gioia e serenità. Ebbi l'impressione che quel sorriso volasse verso di me.
Mi mossi. Le gambe mi portavano verso l'altare. In quel momento non pensai più all'acquasantiera. Ero immerso in un oceano di sofferenza, circondato da persone che gli erano state vicine, che avevano condiviso con lui gioie e dolori. Tanti giovani, in gruppo, sul lato sinistro si tenevano per mano come se fossero parti di un'unica catena. Sfilavano i volti delle volontarie a
poca distanza da una folta rappresentanza di sacerdoti di ogni età. Uno di loro piangeva come fa un padre quando perde un figlio. Al suo fianco una piccola donna con due occhi neri pregava tenendo stretta, tra le mani, una medaglietta. Su una panca, più avanti, un fratello lasalliano, la cui veste nera faceva a pugni con quella di una donna vistosa con una neonata in braccio, seduta accanto a lui, che ripeteva ad un giovane accompagnatore sottovoce: «È stato un amico, un consigliere
prezioso».
Dietro uomini, donne, bambini con vestiti modesti che in altre occasioni non avrebbero incrociato gli sguardi con quelli davanti.
Arrivato a pochi passi dall'altare mi accorsi che eravamo all'omelia e che il vescovo stava facendo un'autocritica: «La nostra chiesa, da quando io ne faccio parte, non gli è stata così vicina come lui si aspettava. Forse era possibile essergli più vicino». Monsignor Eugenio andò avanti per parecchi minuti. Ma io non riuscivo più a seguirlo.


 

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