"Il Maestro" di Georg Ruzzene

 

Passavamo le giornate a non fare niente. Niente di niente. Stavamo distesi nei letti ad oziare vergognosamente. Il tragitto più lungo che percorrevamo era dal letto al bagno e ritorno. Ogni tanto, sulla via del rientro, passavamo dal frigorifero o dalla credenza per recuperare alimentari. Ti senti felice? – chiese una voce da sotto le coperte. Non giunse risposta.
Al sesto giorno qualcuno espresse il desiderio di tornare nel mondo esterno.
«Non andare: dobbiamo resistere! Siamo prossimi al Tantra… o al Nirvana…?» disse il più anziano, si girò dall’altra parte e nel giro di pochi istanti si riaddormentò.
Era domenica quando realizzammo di avere finito le scorte dei viveri.
«Ragazzi! Domani si va a fare spesa!» dissi
Pierlazzaro incise quelle parole nell’intonaco della parete sopra al televisore con il suo coltellino svizzero.
Venimmo a sapere dell’arrivo del Maestro nella nostra piccola cittadina leggendo il giornale locale.
I suoi vicini di casa non avevano che occhi per lui e spesso andavano a chiedergli consiglio.
Il Maestro non mancò mai di dare una risposta, una soluzione ai diversi quesiti che gli furono posti, e sempre accompagnando la parola con un sorriso e con un cenno di assenso col capo.
Si diceva che fosse tanto intelligente da riuscire ad imparare persino da quello che scriveva di getto su un fogliaccio di carta.
Un giorno gli chiesero come facesse, «Non lo so», rispose.
Da quella volta gli tolsero il saluto.
Cionondimeno noialtri del “Circolo della Stella Polare 2” eravamo decisi ad incontrare quello straordinario personaggio. E così ci recammo al numero dodici di Via degli Imbastiti. Citofonammo col cuore in gola e trasalimmo quando il portone si aprì con uno scatto elettrico e noi salimmo le scale senza accendere la luce per non procurare disturbo a quello che era – ora che ivi dimorava il Maestro – divenuto un Santuario.
La porta del suo appartamento era spalancata e con un inchino varcammo la soglia seguendo una striscia di moquette verde che ci guidò al suo soggiorno – il luogo abituale dove Egli spendeva le sue giornate in profonde riflessioni e dove accoglieva discepoli, studiosi o semplici questuanti.
Sulla soglia del soggiorno ci accolse una giovane e bella ragazza che indossava una tunica di cotone, quasi trasparente. Venimmo a sapere che si trattava di una studentessa di teologia al primo anno fuori corso. Qualche malalingua andava in giro a dire che fosse la “concubina” del Maestro.
Con un gesto ci impose di fermarci e non varcare la soglia «Il Maestro è a colloquio con il suo dio! Attendete, è questione di pochi attimi!» ci rispose bisbigliando.
Ci inchinammo a quella volontà superiore. Il Maestro teneva il capo riverso sul petto, un osservatore superficiale avrebbe potuto pensare che dormisse, ma noi sapevamo che la sua mente stava vagando nelle alte sfere del soprannaturale.
All’improvviso un tremito lo scosse! Sollevò il capo e aprì gli occhi, ma fu la sua mente a vederci, prima che le sue pupille. Levò una mano e disse, con la semplicità propria degli spiriti superiori, “Avanti!”.
Entrando in quell’ambiente si aveva l’impressione che gli oggetti, tutti ricordi dei suoi viaggi in ogni angolo della terra, raccontassero storie di mistero e magia.
Quasi al centro del locale, sprofondato in una vecchia poltrona anni ’70 stava lui. Sorseggiava rumorosamente latte e Ovomaltina. Fuori pioveva e tirava vento, ed ecco che la sua ancella si era preoccupata di chiudere le finestre e di accendere venti stecchetti di incenso al Patchouli.
«Eterna gratitudine su di te, oh mia prediletta!» le disse il Maestro, poi, rivolto a noi sorrise invitandoci ad esporgli i nostri dubbi.
Essendo il più anziano, presi io la parola. Mi schiarii la voce e dissi «Prima di recarci in questo luogo a noi sacro, ci siamo lungamente consultati osservando il digiuno e meditando. In verità abbiamo una sola domanda da porre alla tua attenzione: qual è il segreto della felicità..?»
«La tua domanda contiene un errore, mio giovane amico! In verità la felicità non ha segreti! Non per me, almeno, hahahaha!»
«Vi prego, Maestro, non ridete di noi, poveri sciocchi!»
«Giammai! Non sia mai, che io abbia a ridere per cagion vostra, miei giovani discepoli! Ridevo di gaiezza, giacché, avendo intrapreso il cammino che conduce alla saggezza, or che so, che conosco, più non mi cruccio! Dunque udite il mio responso!
Invecchiare abbastanza e abbastanza bene da poter guardare indietro e avere ricordi. Guardare indietro e sorridere. Mantenere i ricordi belli e perdere quelli brutti. Ecco questa dovrà essere la vostra ambizione…Mi auguro che il responso abbia portato un qualche lume nelle tenebre che dominano le vostre giovani menti…»
Per alcuni interminabili istanti nessuno di noi osò proferire parola.
«Leggo sbalordimento nei vostri volti, amici miei! Per fugare le nebbie dei dubbi che ottenebrano le vostre menti, vi racconterò – in anteprima mondiale – una simpatica parabola di natura autobiografica… Dunque, udite! Quello su cui conto molto quando rientro alla sera, è trovare il calorifero caldo! E vi dirò di più: mentre la giovane vergine, che mi assiste, s’appresta a preparare il desinare, mi piace starmene in pantofole e sprofondare in abissali meditazioni e le poche cose che ancora mi sono ignote, luminosamente, mi si palesano!
Andate dunque, perché più non mi è dato parlare!» Il vecchio saggio chiuse gli occhi e il capo gli cadde sul petto.
«Venite, ora il Maestro gradisce riposare. Seguitemi!» disse la “giovane vergine” dal corridoio.
Il colloquio con il Maestro era dunque terminato, ma i nostri cuori gioivano dopo aver bevuto avidamente da quella fonte di saggezza, e i nostri spiriti furono corroborati da tanta luce di sapienza che parevaci di volare allorché varcammo la soglia di quel santuario per dirigerci verso la nostra umile dimora.
Con la fine della primavera ricevemmo un invito per recarci in un agriturismo in collina. Il prezzo era buono, così telefonammo per confermare la nostra adesione.
Dopo un viaggio di tre ore giungemmo il 5 giugno per l’ora di cena all’agriturismo “Il Tempio nelle Colline della Meditazione”.
Venne ad accoglierci sulla soglia la giovane vergine che avevamo già conosciuto in occasione del nostro primo incontro con il Maestro.
«Dunque, è stato Lui a chiamarci!» dissi io non riuscendo a tradire una certa emozione.
«Avanti, avanti! Avanti miei cari amici!» disse una voce dalle scale.
Ed ecco apparire nella sua tunica bianca il Maestro. Ci inchinammo all’unisono.
Consumammo una frugale cena e raggiungemmo i nostri alloggi perché il Maestro era uso levarsi di buon’ora.
Così, il giorno dopo all’alba, ci riunimmo sul prato antistante la cascina dell’agriturismo.
Dopo un’ora di vana attesa fummo raggiunti dalla giovane vergine con gli occhi cerchiati e i capelli arruffati.
Sbadigliò rumorosamente «Il Maestro ha meditato tutta notte ed ora è a colloquio con il suo dio…» ci spiegò.
«Andate ad attenderlo sotto gli alberi! Vi raggiungerà colà!»
«Vorremmo rifocillarci…» disse Gianlazzaro.
«Ora non è possibile, sarà il sacro campanello a chiamarvi al desco. Andate ora, il Maestro veglia su di voi!»
Ci inchinammo e ci incamminammo a piedi nudi sull’erba bagnata di rugiada.
Il maestro camminava tranquillamente nel giardino, all'ombra dei melograni, quando gli si accostò un discepolo, uno di noi.
«Maestro - gli disse inchinandosi - come posso giungere alla verità?»
Il sapiente arrestò i suoi passi e, rimirando l'orizzonte, respirò profondamente.
Poi parlò.
«Giacché domandi, ti sia dato responso...vedi la quercia su quell'alta collina? Ecco, là dietro il sole discende perché il giorno dia posto alla notte!»
Il discepolo si inchinò ancora più profondamente.
«Vedi le stelle di notte? Bene! Esse non ti vedono! Questa è la verità!»
Il discepolo, senza alzare lo sguardo e senza girarsi, arretrò e ci raggiunse.
«Dunque, dicci! Che ti disse il maestro?» gli chiedemmo.
«Il maestro mi fece dono di arcane parole...debbo riflettere!»
«Ma parla, dunque! Acciocché anche noi possiamo riflettere!» - lo incalzammo. Ed egli ci riportò esattamente le parole del Maestro senza nulla omettere - ed egli ci parlò della quercia, della collina e delle stelle, ma niuno di noi comprese il significato che celavasi in quelle frasi. Dunque ci accovacciammo sotto il grande albero del pensiero - un cedro del Libano - e colà meditammo all'unisono.
Parecchie ore più tardi passò di lì il Maestro e ci colse ancora tutti assorti in profonde meditazioni.
«Bene! Mi compiaccio! Ecco la via che eleva l’uomo al divino: la meditazione!»
«Maestro! Voi qui?» esclamò Anselmo Manodestra ridestandosi di colpo.
«Non vi ho abbandonati! Abbiate fede in me!» disse il Maestro con voce di tuono.
«Non vedendovi, temevamo per voi, onorevole!» rispose Anselmo stiracchiandosi.
«Sì, è vero, Maestro!» ci affrettammo a confermare tutti ormai ben svegli e desti.
«Alzatevi, giovani amici! Il sole è basso, è giunto il tempo di appressarci al desco!»
«Appressiamoci!» rispondemmo in coro.


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