Una
quasi-città di provincia come Sanguineto, addossata alla montagna,
sedotta dall'illusione di apertura degli orizzonti nella valle in cui
l'ha cresciuta un invasore dopo l'altro, dal quale uno dopo l'altro ha
creduto di essere indipendente, è come un prigioniero che non sa darsi
pace nella gabbia, eppure continua a convincersi di essere migliore di
quelli che gli girano intorno guardandolo con meraviglia. Altri,
peraltro, che non sono meno prigionieri di lui.
È un luogo feroce, geloso, vendicativo come sanno esserlo le quasi-città,
come ce ne sono molte, e la provincia. Chi le ha abbandonate paga in
diversi modi il suo tradimento. Chi ci è rimasto, presume di abitare
l'ombelico dell'universo.
Se ne legge l'autoritratto nelle pagine quotidiane dei giornali locali.
La stanca celebrazione di una piccola popolazione che contempla e appaga
sé stessa. Una serie di piccoli notabili che non perdono occasione di
mettersi in mostra. Una scena rissosa.
I giornali di provincia. Normalmente, ai giornali si rivolgono le varie
forze dell'ordine, i politici e i mitomani, con poche eccezioni. La
percezione del mondo elaborata da chi ci lavora può essere molto
allontanata dalla vera realtà delle cose: chi descrive la cronaca
quotidiana di alcune decine di migliaia di quasi-cittadini di provincia
ha a che fare con criminali di piccolo cabotaggio, presidenti di
associazioni sportive, gestori di ristoranti, promotori di petizioni sul
traffico o sulla valorizzazione delle tradizioni locali (solitamente le
più false o fantasiose; le altre resistono da sé, senza bisogno di
sostegni pubblici, oppure con naturalezza scompaiono), vari tipi di
scontenti cronici, industriali ricchi e invadenti, un petulante
sottobosco di piccoli attivisti della politica, assessori prepotenti dal
pesante accento paesano. Non è una bella realtà quella che filtra
nelle redazioni di provincia, sulle scrivanie stanche di redattori
annoiati, moderatamente e nervosamente assillati dal dover riempire tre
pagine ogni giorno e dal timore di “bucare” le notizie a favore del
giornale locale avversario.
La quasi-città sopravvive, si accontenta di essere viva, non avendo
nessun altro scopo, così, se non morire. Eppure è dotata di una
bellezza struggente, che esce dai profondi scantinati delle vecchie case
del centro, dai cortili nascosti dietro ai portoni serrati, scivola
sulle vecchie piazze, inonda le poche facciate delle case sopravvissute
alle costruzioni e ristrutturazioni e al naturale pasto del tempo.
Per nulla moderna, la quasi-città non sa fare i conti con il suo
passato.
Per me, è un luogo dove tornare – io che non sono capace di fuggire.
È l'Itaca che non so lasciare.
Due giornalisti annoiati dalla routine, per sottrarvisi, fecero una
serie di servizi sulla vita notturna di Sanguineto. Intervistarono
tassisti, guardie giurate e autisti di corriere di linea in servizio
alle cinque di mattina. Conclusero che nemmeno di notte succedeva niente
a Sanguineto. Questo, la notte che una prostituta ammazzò il suo
pappone con un coltello e altri due uomini ubriachi in un locale
abbandonato. I tre morti rimasero a putrefare tre mesi prima che li
ritrovassero.
Avevo pensato, per qualche tempo, che esistesse chi avesse voglia di
partecipare a una sorta di grande seduta di autoanalisi della quasi-città,
così mi ero inventato il ruolo di una sorta di testimone dell'identità
di Sanguineto, con i miei pezzi in cronaca. Anche con la cronaca nera,
per nulla infrequente e comunque estremamente valorizzata dai giornali
locali. Ma una quasi-città non è capace di autodefinirsi, né di
capirsi. Forse non c'è niente da capire.
A ogni modo, i pochi che avrebbero qualche parola decente da proporre
tacciono o si rifugiano nell'ombra, nella quasi-città, dove dominano le
parole mal pronunciate.
Via via sempre più deluso, mi sono rifugiato nelle cronache sportive,
nei miei articoli impossibili, nei colloqui con i pochi buoni che
sopravvivono all'oblio.
Ho creduto di rifugiarmi in questa zona di confine, ho pensato che fosse
un atto volontario, ma poi ho constatato, con orrore e lucida
consapevolezza, di essere stato spinto gradualmente ai margini del mondo
delle parole e della stanca vita quasi-cittadina da una serie di forze
potenti e invisibili: opportunismo, avidità, cinismo e moderazione
esibita e perfino esasperata, oppure, nel migliore dei casi, una
smisurata considerazione di sé e un enorme senso del reale sono le
componenti richieste, in vari gradi e sfumature, per rimanere al centro
delle quasi-città, che respingono ai margini chi non si adegua, pur, a
volte, celebrando le vittime designate con le più ampie attestazioni
pubbliche di stima e rispetto.
© Michele Ruele
- 2003
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