Da "Sogni d'emergenza" di Michele Ruele,  Fara Editore 2003


Una quasi-città di provincia come Sanguineto, addossata alla montagna, sedotta dall'illusione di apertura degli orizzonti nella valle in cui l'ha cresciuta un invasore dopo l'altro, dal quale uno dopo l'altro ha creduto di essere indipendente, è come un prigioniero che non sa darsi pace nella gabbia, eppure continua a convincersi di essere migliore di quelli che gli girano intorno guardandolo con meraviglia. Altri, peraltro, che non sono meno prigionieri di lui.
È un luogo feroce, geloso, vendicativo come sanno esserlo le quasi-città, come ce ne sono molte, e la provincia. Chi le ha abbandonate paga in diversi modi il suo tradimento. Chi ci è rimasto, presume di abitare l'ombelico dell'universo.
Se ne legge l'autoritratto nelle pagine quotidiane dei giornali locali. La stanca celebrazione di una piccola popolazione che contempla e appaga sé stessa. Una serie di piccoli notabili che non perdono occasione di mettersi in mostra. Una scena rissosa.
I giornali di provincia. Normalmente, ai giornali si rivolgono le varie forze dell'ordine, i politici e i mitomani, con poche eccezioni. La percezione del mondo elaborata da chi ci lavora può essere molto allontanata dalla vera realtà delle cose: chi descrive la cronaca quotidiana di alcune decine di migliaia di quasi-cittadini di provincia ha a che fare con criminali di piccolo cabotaggio, presidenti di associazioni sportive, gestori di ristoranti, promotori di petizioni sul traffico o sulla valorizzazione delle tradizioni locali (solitamente le più false o fantasiose; le altre resistono da sé, senza bisogno di sostegni pubblici, oppure con naturalezza scompaiono), vari tipi di scontenti cronici, industriali ricchi e invadenti, un petulante sottobosco di piccoli attivisti della politica, assessori prepotenti dal pesante accento paesano. Non è una bella realtà quella che filtra nelle redazioni di provincia, sulle scrivanie stanche di redattori annoiati, moderatamente e nervosamente assillati dal dover riempire tre pagine ogni giorno e dal timore di “bucare” le notizie a favore del giornale locale avversario.
La quasi-città sopravvive, si accontenta di essere viva, non avendo nessun altro scopo, così, se non morire. Eppure è dotata di una bellezza struggente, che esce dai profondi scantinati delle vecchie case del centro, dai cortili nascosti dietro ai portoni serrati, scivola sulle vecchie piazze, inonda le poche facciate delle case sopravvissute alle costruzioni e ristrutturazioni e al naturale pasto del tempo.
Per nulla moderna, la quasi-città non sa fare i conti con il suo passato.
Per me, è un luogo dove tornare – io che non sono capace di fuggire. È l'Itaca che non so lasciare.
Due giornalisti annoiati dalla routine, per sottrarvisi, fecero una serie di servizi sulla vita notturna di Sanguineto. Intervistarono tassisti, guardie giurate e autisti di corriere di linea in servizio alle cinque di mattina. Conclusero che nemmeno di notte succedeva niente a Sanguineto. Questo, la notte che una prostituta ammazzò il suo pappone con un coltello e altri due uomini ubriachi in un locale abbandonato. I tre morti rimasero a putrefare tre mesi prima che li ritrovassero.
Avevo pensato, per qualche tempo, che esistesse chi avesse voglia di partecipare a una sorta di grande seduta di autoanalisi della quasi-città, così mi ero inventato il ruolo di una sorta di testimone dell'identità di Sanguineto, con i miei pezzi in cronaca. Anche con la cronaca nera, per nulla infrequente e comunque estremamente valorizzata dai giornali locali. Ma una quasi-città non è capace di autodefinirsi, né di capirsi. Forse non c'è niente da capire.
A ogni modo, i pochi che avrebbero qualche parola decente da proporre tacciono o si rifugiano nell'ombra, nella quasi-città, dove dominano le parole mal pronunciate.
Via via sempre più deluso, mi sono rifugiato nelle cronache sportive, nei miei articoli impossibili, nei colloqui con i pochi buoni che sopravvivono all'oblio.
Ho creduto di rifugiarmi in questa zona di confine, ho pensato che fosse un atto volontario, ma poi ho constatato, con orrore e lucida consapevolezza, di essere stato spinto gradualmente ai margini del mondo delle parole e della stanca vita quasi-cittadina da una serie di forze potenti e invisibili: opportunismo, avidità, cinismo e moderazione esibita e perfino esasperata, oppure, nel migliore dei casi, una smisurata considerazione di sé e un enorme senso del reale sono le componenti richieste, in vari gradi e sfumature, per rimanere al centro delle quasi-città, che respingono ai margini chi non si adegua, pur, a volte, celebrando le vittime designate con le più ampie attestazioni pubbliche di stima e rispetto.


© 
Michele Ruele - 2003 


 

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