Maggio ad Ayemenem è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe e
umide. Il fiume si ritira e corvi neri si rimpinzano di manghi lucidi sugli
alberi verdepolvere, immobili. Maturano le banane rosse. Si spaccano i frutti
dell'albero del pane. Mosconi viziosi ronzano vacui nell'aria fruttata. Poi si
schiantano contro i vetri delle finestre e muoiono, goffamente inermi sotto il
sole.
Le notti sono limpide, ma soffuse di un'attesa fosca e pigra.
Con l'inizio di giugno, però, arriva il monsone da sudovest, portando tre mesi
di vento e pioggia, con brevi incantesimi di sole aspro e brillante che i
bambini elettrizzati rubano per i loro giochi. La campagna diventa di un verde
sfrontato. I confini sfumano man mano che i filari di tapioca mettono radici e
fioriscono. I muri di mattoni diventano verdemuschio. I viticci del pepe nero
serpeggiano su per i pali della luce. I rampicanti selvatici traboccano dagli
argini di laterite e si riversano nelle strade allagate. Le barche riforniscono
i bazar. E nelle pozzanghere che riempiono le buche lasciate per le strade dal
Dipartimento dei Lavori Pubblici compare qualche pesciolino.
Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem. Argentee funi frustavano la terra
sfatta, arandola a colpi di cannone. La vecchia casa sulla collina portava il
ripido tetto a due spioventi calcato sulle orecchie come un cappello. I muri,
striati di muschio, si erano ammorbiditi e leggermente gonfiati per l'umidità
che filtrava dal terreno. Il giardino incolto e straripante era pieno del
sussurro e del trapestio di piccole vite. Nel sottobosco un serpente si
strofinava contro una pietra lucente. Gialle ranetoro perlustravano speranzose
lo stagno melmoso in cerca di un compagno. Una mangusta fradicia sfrecciò per
il viale d'accesso cosparso di foglie.
La casa sembrava vuota. Porte e finestre serrate. La veranda anteriore nuda.
Senza mobili. Ma la Plymouth azzurrocielo con gli alettoni cromati era ancora
parcheggiata lì fuori e, dentro casa, Baby Kochamma era ancora viva.
Era la baby-prozia di Rahel, la sorella più giovane di suo nonno. Il suo vero
nome era Navomi, Navomi Ipe, ma tutti la chiamavano Baby. Diventò Baby Kochamma
quando fu grande abbastanza per essere zia. Rahel non era tornata a trovare lei,
però. Né la nipote, né la prozia si facevano illusioni al riguardo. Rahel era
venuta per vedere suo fratello, Estha. Erano gemelli nati da due ovuli diversi.
"Dizigotici", dicevano i dottori. Nati da ovuli separati, ma fecondati
contemporaneamente. Estha - Esthappen - era più vecchio di diciotto minuti.
Non si erano mai assomigliati in modo particolare, Estha e Rahel, e nemmeno
quando erano bimbetti dalle braccia magroline, il petto piatto e i ciuffi alla
Elvis Presley,... c'erano mai stati i classici "Chi è Rahel?" e
"Qual è Estha?" da parte di parenti tutti sorrisi o dei vescovi
siriano-ortodossi che visitavano spesso la casa di Ayemenem per le offerte.
La confusione stava in un posto più profondo, più segreto.
In quei primi anni amorfi, in cui la memoria cominciava appena a esistere, in
cui la vita era piena di Inizi e non conosceva Fine, e Tutto era Per Sempre,
Esthappen e Rahel pensavano a loro due insieme come Io, e separati,
individualmente, come Noi. Quasi fossero una rara specie di gemelli siamesi,
separati nel corpo ma con identità fuse insieme.
Ancora adesso, dopo tutti questi anni, Rahel ricorda di essersi svegliata una
notte ridendo per un sogno buffo fatto da Estha.
Rahel ricorda anche altre cose che non ha il diritto di ricordare.
Per esempio, ricorda (anche se non era presente) che cosa fece a Estha l'Uomo
delle Aranciate e delle Limonate, quella volta al Cinema Abilash. Ricorda il
sapore dei sandwich al pomodoro - i sandwich di Estha, quelli che Estha
stava mangiando - sul postale per Madras.
E queste sono solo le piccole cose.
Ad ogni modo, lei adesso pensa a Estha e Rahel come Loro, perché
separatamente loro due non sono più quello che Loro sono stati o quello
che Loro pensavano sarebbero stati.
No.
Le loro vite hanno forma e dimensione, adesso. Estha ha la sua e Rahel pure.
Margini, Bordi, Orli, Confini, Frontiere e Limiti sono comparsi ai loro
orizzonti separati come una banda di folletti maligni. Creature piccole dalle
lunghe ombre, che pattugliano un Limitare Sfocato. Sotto i loro occhi sono sorte
delicate mezzelune e hanno la stessa età di Ammu quando morì. Trentuno.
Non vecchi.
Non giovani.
Ma vitalmente morituri.
©
Arundhati Roy
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