Da "Nuda" di Michele Rossi,  Pequod Edizioni, 2003


Oltre i vetri opachi, il muezzin canta la preghiera del mattino che si propaga per le strade strette e ancora deserte del Laad Bazar, l'antico mercato arabo nella città vecchia. A tratti gli si sovrappone la voce roca di qualche cane, treni in lontananza, qualche motorisciò e i canti acri e intensi di altri muezzin. A pochi centimetri dalla mia mano che scrive illuminata da una piccola torcia da viaggio, giace morbida la mano di una ragazza che per ora chiameremo con il suo nome vero, Nuda.
Nella camera accanto qualcuno russa con zelo. Nella preghiera di uomini, bestie e motori la città si sta svegliando. E questo il centro.
Di cosa ci nutriamo?, mi chiedo, guardando oggetti. In questo momento mi trovo a Hyderabad, bastione musulmano nel cuore hindu del subcontinente indiano. Sono le cinque del mattino e sto scrivendo, dopo che, piegato da un crampo diarroico, mi sono riversato sulla cloaca e quest'idea mi ha attanagliato la mente.
Emorroide emotiva, se l'immagine funziona. Nessuno comprerebbe mai un libro che si intitola come il mio. Perché un romanzo deve evocare -frugare nell' anima ed estrarre dal corpo -la cosa giusta. Eppure. Scusate, mi presento, mi chiamo Sergej Caputo, e non scrivo da due anni, se non articoli qua e là.
Il mercato editoriale mi fa venire in mente una strada indiana in cui si riversano biciclette, risciò, moto e motorini con sopra due, tre, quattro, cinque persone, spesso una famiglia, rigorosamente senza casco, autobus strapieni, mendicanti, portatori di riso, pietre, rami, venditori di bedee, storpi, bambini, mucche, capre, bufali, branchi di maiali, tutto insieme, senza semafori, a velocità impressionante, sfiorandosi di pochi millimetri, consumando i clacson. Se sei in mezzo, pensi di morire, poi ti abitui. E non muori. Tutto miracolosamente funziona. Solo qualche cartello municipale avverte che il ricovero in ospedale è boring. Il sistema ha convenzioni che gli permettono di funzionare.
Ho lasciato la camera, sono alla stazione dei treni. Me ne sto seduto in sala d'aspetto insieme a qualche centinaio di persone, a leggere, guardarmi intorno, mangiare chapati ancora caldo. Alzo lo sguardo e mi rendo improvvisamente conto di essere veramente in India, dall'altra parte della terra. Mi tocco la tasca della camicia e sento la presenza di qualche bedee rimasto e dell'accendino portato da casa. Qui non si può fumare. Esco. Tiro fuori il rotolino di foglia di betel dal pacchetto di carta e l'accendo inspirando a pieni polmoni. Intorno a me, un universo.
A terra c'è un vecchio seduto. Immobile. La testa china sulla sinistra, il gomito che fa da perno sulla coscia. Dorme. Ha una giacca nera e lisa, aperta sulla schiena. Io me ne sto appoggiato al lato sinistro della colonna scrostata davanti alla quale c'è uno dei rari raccoglitori per l'immondizia. Ha la forma di uno scimpanzé che, chinando la testa, offre un sacco aperto con la scritta Use me. Passa lo spazzino e lancia una buccia di banana e alcuni bicchieri di carta schiacciati sulle rotaie. Noto che ci sono dei mucchietti ordinati a distanza regolare lungo i binari.
Lo spazzino passa la scopa anche intorno al vecchio e alla scimmia, con la medesima attenzione. La testa della bestia cava ha la stessa inclinazione di quella del vecchio, circa quaranta gradi.
Attaccata alla colonna davanti a me, appena dietro al vecchio, c'è una pesante struttura in ghisa alta un paio di metri con la testa sottoforma di oblò in cui gira un carosello luminoso in stile circense. Check your weight, invita. La luce intermittente e roteante delle lampadine colorate si riflette sulla superficie del vecchio {avrà sì e no quarant'anni...) e della scimmia.
In questo preciso istante sento che in me si apre qualcosa. Spengo il bedee sulla colonna, lo getto nella scimmia. Vorrei dare cento rupie al vecchio ma non lo faccio e torno nella sala d'aspetto.
Gli indiani sono morbidi. Si toccano e non si scontrano. Ma le donne, qualche tempio, la pubblicità e le bilance luminose sono le uniche cose colorate dell'India.

© 
Michele Rossi 


 

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