Oltre i vetri opachi, il muezzin canta la preghiera del mattino che si propaga per le strade strette e ancora deserte del
Laad Bazar, l'antico mercato arabo nella città vecchia. A tratti
gli si sovrappone la voce roca di qualche cane, treni in lontananza, qualche motorisciò e i canti acri e intensi di altri
muezzin. A pochi centimetri dalla mia mano che scrive illuminata da una piccola torcia da viaggio, giace morbida la mano
di una ragazza che per ora chiameremo con il suo nome vero,
Nuda.
Nella camera accanto qualcuno russa con zelo. Nella preghiera di uomini, bestie e motori la città si sta svegliando.
E questo il centro.
Di cosa ci nutriamo?, mi chiedo, guardando oggetti.
In questo momento mi trovo a Hyderabad, bastione musulmano nel cuore hindu del subcontinente indiano. Sono le
cinque del mattino e sto scrivendo, dopo che, piegato da un
crampo diarroico, mi sono riversato sulla cloaca e quest'idea
mi ha attanagliato la mente.
Emorroide emotiva, se l'immagine funziona.
Nessuno comprerebbe mai un libro che si intitola come il
mio. Perché un romanzo deve evocare -frugare nell' anima ed
estrarre dal corpo -la cosa giusta. Eppure.
Scusate, mi presento, mi chiamo Sergej Caputo, e non scrivo da due anni, se non articoli qua e là.
Il mercato editoriale mi fa venire in mente una strada indiana in cui si riversano biciclette, risciò, moto e motorini con
sopra due, tre, quattro, cinque persone, spesso una famiglia,
rigorosamente senza casco, autobus strapieni, mendicanti,
portatori di riso, pietre, rami, venditori di bedee, storpi, bambini, mucche, capre, bufali, branchi di maiali, tutto insieme,
senza semafori, a velocità impressionante, sfiorandosi di pochi millimetri, consumando i clacson. Se sei in mezzo, pensi
di morire, poi ti abitui. E non muori. Tutto miracolosamente
funziona. Solo qualche cartello municipale avverte che il ricovero in ospedale è boring. Il sistema ha convenzioni che gli
permettono di funzionare.
Ho lasciato la camera, sono alla stazione dei treni.
Me ne sto seduto in sala d'aspetto insieme a qualche centinaio di persone, a leggere, guardarmi intorno, mangiare chapati
ancora caldo. Alzo lo sguardo e mi rendo improvvisamente
conto di essere veramente in India, dall'altra parte della terra.
Mi tocco la tasca della camicia e sento la presenza di qualche
bedee rimasto e dell'accendino portato da casa. Qui non si
può fumare. Esco. Tiro fuori il rotolino di foglia di betel dal
pacchetto di carta e l'accendo inspirando a pieni polmoni.
Intorno a me, un universo.
A terra c'è un vecchio seduto. Immobile. La testa china
sulla sinistra, il gomito che fa da perno sulla coscia. Dorme.
Ha una giacca nera e lisa, aperta sulla schiena. Io me ne sto
appoggiato al lato sinistro della colonna scrostata davanti alla
quale c'è uno dei rari raccoglitori per l'immondizia. Ha la forma di uno scimpanzé che, chinando la testa, offre un sacco
aperto con la scritta Use me. Passa lo spazzino e lancia una
buccia di banana e alcuni bicchieri di carta schiacciati sulle
rotaie. Noto che ci sono dei mucchietti ordinati a distanza
regolare lungo i binari.
Lo spazzino passa la scopa anche intorno al vecchio e alla
scimmia, con la medesima attenzione. La testa della bestia cava
ha la stessa inclinazione di quella del vecchio, circa quaranta
gradi.
Attaccata alla colonna davanti a me, appena dietro al vecchio, c'è una pesante struttura in ghisa alta un paio di metri
con la testa sottoforma di oblò in cui gira un carosello luminoso in stile circense. Check your weight, invita. La luce
intermittente e roteante delle lampadine colorate si riflette sulla
superficie del vecchio {avrà sì e no quarant'anni...) e della
scimmia.
In questo preciso istante sento che in me si apre qualcosa.
Spengo il bedee sulla colonna, lo getto nella scimmia. Vorrei dare cento rupie al vecchio ma non lo faccio e torno nella
sala d'aspetto.
Gli indiani sono morbidi. Si toccano e non si scontrano.
Ma le donne, qualche tempio, la pubblicità e le bilance luminose sono le uniche cose colorate dell'India.
©
Michele Rossi
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