"L'uomo che non deve chiedere mai" di Mauro Righi

 

Forse sono alcolizzato, o magari capita anche ad altri di svegliarsi a mezzogiorno e farsi una birra. Una colazione ideale, la colazione dei campioni, per i fegati che non devono chiedere mai. Se fossi nato in America sarebbe ancora meglio; Beck’s e Marlboro, Los Angeles o un qualsiasi altra grande città piena di ponti di Brooklyn Gustolungo e grattacieli di vetro.
Peccato che nel mio frigorifero sia rimasta solo una Peroni e sul mio comodino un pacchetto mezzo vuoto di Diana Blu, le sigarette preferite dai muratori, per il manovale che non deve chiedere mai. Peccato anche che fuori dalla finestra non ci sono grattacieli di vetro ma palazzoni di cemento con l’armonia architettonica di una scatola di scarpe.
Mi sveglio a mezzogiorno e giro in mutande e canottiera e barba di tre giorni e occhiaie modello Sansonite, se prendo un aereo devo farle passare sotto il metal detector. Guardo la mia faccia nello specchio del cesso, sembra un quadro di Picasso e mentre mi scaccolo il naso penso alla mia vita. Alla mia Peroni, al pacchetto di Diana Blu e mi vengono in mente le pubblicità delle merendine.
Il papà non mi somiglia per niente, è un manager in carriera dotato di rara bellezza, moro occhiazzurri, sorriso da principe. La mamma è una fotomodella appena maggiorenne che cerca di nascondere due tette da urlo dietro una camicetta di seta. E’ bionda ma non troppo, ha la faccia da porca ma non troppo. Anche i figli sono l’immagine della perfezione, sono bellissimi, educati e guardano con ammirazione la mamma che dispone tazze e bicchieri sul tavolo.
Tutta la famiglia siede intorno ad una tavola che sembra imbandita per il cenone di capodanno ma per loro è solo la prima colazione di un giorno qualsiasi in cui tutti si ingozzano di latte Parmalat parzialmente scremato e biscotti Mulino Bianco. Mangiano, sorridono e si scambiano battute e gesti d’affetto, e subito dopo essersi strafogati di biscotti, brioche e merendine escono di casa felici e contenti. Il regista li inquadra da dietro, mentre tenendosi per mano vanno incontro ai loro felici destini. Sullo sfondo la Fattoria del Casaro. Il vicino di casa è Diego Abatantuono che ogni sera cena con amici simpaticissimi e strafiche da urlo, sono tutti felici e sorridenti senza neanche l’ausilio di droghe sintetiche, si ingozzano di pesce e zuppe già pronti, poi sparecchiano, lavano i piatti con Nelsen Piatti Gusto Limone e per lo sporco più impossibile chiamano Mastro Lindo che arriva sempre con la fronte corrucciata perché è concentrato. Le case sono state arredate da Giugiaro in persona ed hanno stili architettonici a metà fra il post-moderno e il pre-barocco-neoclassico con una strizzata d’occhio alla Pop art.
Intorno a mezzogiorno invece mi sveglio io, sono incazzato come Hitler e per prima cosa mi gratto soddisfatto i coglioni. La mia casa è un esempio di come recuperando mobili un po’ qua e un po’ la si possa creare un piacevole effetto sfollato, o anche terremotato se vogliamo. Scosto le lenzuola stirandomi nel letto ululando come un lupo siberiano e siccome ho la pelle corta mi partono subito tre scorregge in rapida sequenza. Non cerco nemmeno di nasconderle con un finto colpo di tosse e mi accendo subito una Diana Blu. Bestemmio perché la sigaretta mi gratta in gola e perché odio tutti, nessuno escluso e con la sigaretta appesa al labbro inferiore trascino i piedi fino in cucina. Afferro la mia Peroni e scoreggio ancora un paio di volte mentre butto giù una sorsata di birra.
E’ a questo punto che la mamma bionda del Mulino Bianco, infastidita dal mio problema di aerofagia mi propone il No Gas Giuliani.
Io mi incazzo di brutto.
Prendo la mamma per i capelli e gli sbatto la faccia sul tavolo. Il papà cerca di fare l’eroe e mi si lancia contro ma io lo afferro per la camicia Giustocollo e lo scaglio fuori dalla finestra. Lui va a sbattere contro il veterinario dell’amaro Montenegro intento a salvare un cavallo caduto nella tazza del cesso di Abatantuono.
La mamma è tramortita. Le esce un po’ di sangue dal nasino da fotomodella.
Mi guarda. Dice: “Ti prego non farci del male”
Il plurale mi fa ricordare che ci sono anche i bambini. Li afferro entrambi per i capelli, li sollevo di peso, li trascino in camera e ce li chiudo dentro.
Torno indietro, la stronza del Mulino Bianco è tutta per me.
Lei è sempre più spaventata, continua a ripetere: “Ti prego non farmi del male”
E adesso vorrei dire una qualche battuta brillante e divertente da spot pubblicitario ma non mi viene in mente niente. Allora sto zitto e sfoggio uno sguardo incazzato e tenebroso, alla Al Pacino per intenderci.
“Ti prego non farmi del male” ripete.
Anche lei non è molto originale, le mollo un bello schiaffone a mano aperta e se sei si calmasse e la smettesse di piangere potrei anche spiegarle che non voglio farle del male ma solo liberarla da tutto questo orrore. Da tutta questa felicità. Voglio farla diventare mia moglie, portarla a vivere nel mio monolocale in periferia, dove la trasformerò dalla puttanella viziata che è adesso in una donna vera. Grassa, spettinata, senza trucco. Le darò qualche schiaffo e qualche bacio, poi la farò incazzare perché non mi cambio le mutande. Litigheremo un sacco, ci lanceremo piatti e bicchieri. Faremo un mucchio di discussioni su chi deve portar fuori la spazzatura. Le farò fare quattro o cinque figli che le urleranno intorno tutto il giorno, che perderanno il moccio dal naso e si sbucceranno le ginocchia cadendo dalla bicicletta. Le dirò: “Tuo figlio non capisce un cazzo” quando prende un brutto voto e “mio figlio da grande sarà un campione” quando segna un gol.
La porterò con me, lei cucinerà come si deve mentre io mi piazzerò davanti alla televisione con una birra e mi incazzerò e parlerò male del governo e la farò vergognare con le amiche per come sono maleducato e volgare. E lei cercherà di insegnarmi le buone maniere, ma io farò ridere i nostri figli ruttando e lei mi dirà che sono un porco, ma non smetterà mai di occuparsi di me, rammenderà i miei calzini e stirerà le mie camice e l’estate, per quindici giorni, la porterò a Cattolica alla pensione Miramare così si riposa un po’.
La porterò via da qui e la farò diventare mia moglie, e sono certo che un giorno mi ringrazierà.


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