"Su Consuelo Martinez, personaggio magico" di Albano Ricci

Consuelo Martinez è una strega ed è sempre vestita di nero. Abita da sola con tanti gatti in un posto dimenticato da Dio, tra le montagne che separano la Bolivia dal Cile, in una casa di mattoni. Ha un bellissimo giardino, con piante d'ogni tipo e un roseto che sembra un quadro. Incantagioni, tarocchi, pozioni….e una specialità: i filtri d'amore. Non ha età e nessuno dice di averla vista bambina e nessuno riesce a indovinare un capello bianco tra la sua chioma corvina sempre ben pettinata e profumata di cedro. Si muove lenta per le stanze e se indossa un abito lungo sembra procedere sospesa. Quando l'ho vista per la prima volta aveva un elegante abito con le spalline impercettibili. Baciarla sulle spalle e sul collo era un'attrazione impellente. E' chiara di carnagione e le labbra sono carnose e rosse: baciarla sulla bocca è una stregoneria senza antidoto.
A quel tempo amavo Irina ma lei non aveva attenzioni per me.
Consuelo mi spiegò con una voce molto suadente e molto grattata, che non mi voleva aiutare perché è sempre molto sbagliato innamorarsi della donna del proprio padrino, anche se questa è giovane e bella. Se avessi voluto, mi avrebbe fatto incontrare con una ragazza molto somigliante, che veniva dal sud. Mi consegnò un intruglio di erbe selvatiche. Bastavano due gocce dopo un bel bagno.
Io pagai la consulenza ed essendo stato con una donna solo al bordello di Santiago dalla nave scuola Jasmina, tornai a casa fiducioso. Se era uguale il mio cuore non poteva certo faticare ad innamorarsi, anzi a trasportare l'amore da un nome all'altro.
Quando tornai dalla maga erano passati tre anni ed ero padre. Veniva da Rio Negro la madre: Inès, tale e quale ad Irina ma più giovane e più formosa. Ci siamo sposati, è nato Julio. Sono salito fino alla casa di Consuelo per lui. Non faceva che piangere e deperire.
Lei non era cambiata. Una lunga treccia le ricadeva sul seno morbidamente pieno. Si ricordava di me e mi faceva un sacco di domande sulla mia storia d'amore. La vedevo fiera della sua perfetta predizione, ma anche incuriosita, quasi senza discrezione. Ascoltava beata come se vivesse nei miei racconti, tanto che l'ho vista prendere fuoco quando ha voluto che le dicessi qualcosa di piccante del nostro rapporto a letto. Io le raccontavo tutto perché mi ispirava fiducia, perché avrei voluto nel mio inconscio succhiare quei seni di pesca, perché mi sembrava così innocentemente comprensiva. In più quel vino di montagna fruttato, che mi presentava subito all'arrivo, mi lasciava sereno. Nascondevo il naso per camuffare la puzza di gatto che assediava la casa. Siamo passati al lavoro. Consuelo, subito seria e distaccata, ma sempre con movimenti rilassanti, mi ha detto di provare con latte di capra e di abbandonare l'allattamento materno.
"Quanto sono più grosse di queste?…Dai tocca" mi ha chiesto.
Sudando ho palpato, lei ha sorriso.
"Il doppio o il triplo o quattro volte…"
"Nemmeno il doppio."
"Confermo il mio consiglio."
La terza volta che ci sono stato era per mia moglie Inès, tre anni dopo. Aveva scatti d'ira improvvisa tutti i giorni e non riusciva a dormire. Aveva smesso di cucinare, di pulire, di fare la moglie insomma.
La fata era sempre uguale. Forse più bella. Con gli occhi sempre bene aperti e un fare conciliante ma austero riusciva a rilassarmi e ad irretirmi ogni volta. Scomparivano tutte le preoccupazioni ed era tutto più chiaro. Mi guardava sempre negli occhi quando conversavamo. Voltava brevemente lo sguardo alla finestra solo se doveva trovare l'idea giusta. Tornava a fissarmi con più slancio e propensione di prima: i suoi occhi, giuro, toccavano i miei, anche se tenevamo sempre un buon metro l'uno dall'altra. Mi ha chiesto tutto di Inès: vestiti, discorsi, piaceri, occupazioni. No, ora che mi ricordo non mi ha chiesto niente. Mi elencava avanti avanti le notizie e io dovevo dire di sì o di no. Tutti sì. Conosce benissimo le donne. Eravamo come sempre seduti uno di fronte all'altra davanti ad un focolare minuscolo, con in mano un bicchiere del solito vino profumato. Come sempre un'asticella d'incenso fumava inebriando le stanze. La casa era ordinatissima, anche se io avevo visto solo questo suo studio col camino, pieno di libri e oggetti strani e una cucina enorme con tante pentole sempre in ebollizione. Intrugli, marmellate, sughi, filtri…Da dove è tornata con una bottiglietta verde.
"Senti, dalle questo filtro di responsabilità e togli tutti gli specchi da casa fino a quando non avrà perso dieci chili. Falla lavorare con te in falegnameria. Saprà farsi pagare meglio di te. Le donne conoscono più degli uomini il mestiere degli affari"
E per la prima volta aggiunse una cosa ai suoi saluti…"Tornami a trovare più spesso, anche senza un problema"
Forse le ero simpatico, forse non le bastavano i mille gatti intorno…
Soltanto ieri sono tornato da lei, ma non è sta l'ultima volta che l'ho vista. Mia moglie gestisce una bottega con 4 falegnami e cinque garzoni. Julio studia nella capitale, io per un problema alle mani non posso più lavorare e non sto bene con me. Sono un povero vecchio. Ho faticato non poco per arrivare da lei, per addentrarmi nell'unico sentiero erboso e frondoso, per contenere l'affanno e il sudore e presentarmi accettabile. Quando mi ha visto si è intristita.
"Il tempo passa cara mia, tranne che per te."
Mi ha sorriso come un tramonto.
Le ho spiegato tutto, che sono stanco, che i polmoni iniziano ad odiare le cicche, che non mastico più coca sennò mi brucia come l'inferno per pisciare, che sono solo venuto a trovarla, ne sentivo il bisogno non perché avessi problemi, anzi... mia moglie sta anche troppo bene.
"Ha perso i dieci chili e poi altri dieci e la sera, a volte, ha riunioni della società commercianti e fino a tardi non torna…. Ti ho portato un gatto in legno che ho scolpito con queste mani bastarde."
I suoi occhi scintillanti e verdi hanno perso una lacrima.
"Conosco la soluzione. Però ha un prezzo altissimo."
"Sentiamo."
"Devi barattare la tua fedeltà con la mia solitudine"
"Ma mia moglie…"
"Corriamo un rischio identico: io perdo poteri e giovinezza…tu una moglie."
"Io in fondo non la amo neanche più…ma tu cosa ci guadagni?"
Ma non era una domanda.
"Invecchiare con te"
Dio se era una risposta.
Aveva negli occhi, ancora più spalancati, una determinazione che mi ha impressionato. Ho scoperto che aveva paura e mi ha commosso. Tutta quella solitudine magica si è macchiata di disperazione. Rischiava di non avere più tempo per il rischio di un amore: la morte mi stava mangiando a piccoli morsi. Il tempo è un male anche per chi non invecchia. Un male più grande, che ti prende alle spalle come un nemico vigliacco con le rughe di chi ti sta intorno. Il tempo l'ha stretta al muro, l'ha schiacciata con la sua faccia e il suo seno al muro. Ecco perché si è lasciata diventare donna.
Non le chiederò mai perché e lei non mi chiederà mai nient'altro. Oggi andremo a cogliere erbe aromatiche. Io lo sapevo che non era una strega come tutti dicevano e che sotto quei vestiti neri aveva corpetto e mutande bianche. Anche un capello, bianco, le ho indovinato sul far del giorno ma lei ancora dormiva e l'ho strappato via con tutta la delicatezza delle mie mani instabili, senza che se ne accorgesse.


© 
Albano Ricci - 2002
 


 

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