Mamma! ! ! Mamma! ! Mamma! Al primo giorno di
scuola, ai capricci, la mano nella mano, al grembiulino bianco, la parete era di un bianco sporco e
la signora segretaria mi sollecitò a compenetrare in
un lungo corridoio; la signora segretaria correva
ma io ero troppo timido; la signora segretaria mi
internò in un ufficio e con garbata serietà mi chiese: "Ma questo è il suo primo lavoro?". "Sì!"
risposi mortificato accorgendomi che indossava
lenti da miope. "Mi raccomando la puntualità" mi
sillabò nell'orecchio sinistro. "Questo è il suo ufficio: mi raccomando!". Mentre si allontanava dilagava l'eco dei tacchi e io mi ero dimenticato di
chiederle dov'era il bagno, in questi casi la confusione è tale che si entra sempre in quello femminile. Mi lavai il sudore, mi asciugai con il mio nuovo fazzoletto, sprofondai nella mia larga poltrona
di lucida pelle, mi aggrappai alla scrivania tutta
laccata e puntellando i gomiti mi accorsi della presenza di numerosi sigari. Da bambino esaminavo i
miei genitori fumare, tossivo; nel seno di tutto
quel fumo mi sembrava che la nostra casa fosse
gonfia di strane persone, parlavano, respiravano,
parlavano e a volte si dimenticavano di respirare.
Anch'io non riuscii a respirare quando il mio
Direttore Generale, dopo aver imparato ad accendere molti sigari, mi comunicò che sarei salito al
piano superiore: con abbondante tosse seguii le
calze, da poco pagate, della nuova segretaria:
"Questo è il suo nuovo ufficio: complimenti" mi
disse togliendosi gli occhiali. Mentre si allontanava
mi accorsi che si avvicinava sempre di più il desiderio di sposarmi e il Direttore Generale, vedovo
con una figlia zoppa, mi convinse a osservare dal
grande finestrone degli uccellini su una pianta. E
infatti andava tutto bene, avevo imparato a salutare, a non salutare, a conoscere tutti i colleghi e a
non conoscere tutti i colleghi. Esterina, impiegata
in contabilità e che ogni mattina si lamentava di
non poter aver bambini, invece di arrabbiarsi con i
conti mai riusciti, si consolava mangiando una
mela rossa. Nessuno di noi si consolava con una
mela rossa: al signor Danieletti piaceva molto il tè
e mentre sorseggiava ringraziava con profondi
inchini, imprecava contro la sporcizia e la vandalità dei paesi confinanti. Al caffè tutti usavano,
come il Direttore delle macchine di verniciatura, il
dolcificante. Tutti ridevano, applaudivano e a volte qualcuno osava fiutare la camomilla odiata dal
Capo Tecnico del suono. Il Capo Superiore mi
chiamava "Il suo cappuccino caldo". Mi piaceva
molto la merendina con la marmellata. Ero abbastanza ingrassato e la signora Montini, addetta allo
scarico merci e imballaggio, a volte gentilmente mi
misurava la pressione. In effetti la pressione saliva
un po' a tutti e il signor Cangini, per la paura di arrivare in ritardo e per essere stato abbandonato
dalla moglie, alla mattina divorava un'intera tavoletta di cioccolata. "La cioccolata fa male" lo sgridava il Direttore dell'ufficio interni degli affari
esteri mentre affumicava con la pipa d'oro regalata dai colleghi per il suo settantesimo compleanno
e quello dell'ultimo banco catarrava. A Pasqua ci
volevamo tutti bene: i bambini ammalati, i poveri,
i carcerati, le balene, gli affamati, i diseredati, la
casa in montagna, i diseredati, i barboni, le donne
abbandonate, il panettone, i diseredati, la fame nel
mondo, i diseredati affamati, gli affamati diseredati e ancora di più a Natale. Natale era anche il
nome del collega addetto al reparto alimentare e
zootecnico: il professor Natale Paoletti. Era sempre in camice bianco, rideva raramente, non parlava mai, aveva un ufficio tutto suo, ma senza segretaria, e quando intuiva delle scoperte non lo si
vedeva per intere settimane. Un giorno morì di
dissenteria e noi lo sapemmo dopo un anno.
Sapemmo anche che la signorina Chiaravanti,
direttrice del reparto manutenzione, si sarebbe
sposata con il signor Del Fesso Luigi addetto al
pagamento degli stipendi. Organizzammo una piccola festicciola e alla coppia regalammo un'assicurazione contro l'incendio. L'assicurazione che la
festicciola abbia un calore umano, bottiglie di
Champagne con schiuma alla deriva di lacchè;
enormi bignè con crema impastata da abili menzogne di golosi arrivisti e panna acida di sorrisi cortesi; involtini di pancetta affumicata e profumo
salato di torbida realtà di strette di mano sudate;
abbracci insinuanti alle fragole dolci; baci e dopo
baci; e torte e torte, farcite torte. E io continuavo
a ingrassare, mi allargavo e conquistai l'ultimo piano. La Lilli, detta anche la sciocchina della scrivania accanto, mi accompagnò attraverso i colori,
suoni e addobbi antichi nei miei nuovi possedimenti. Mia madre era mancata da poco.
© Danilo
Reschigna - 2002
|