Da "Con / Fusioni" di Danilo Reschigna, Edizioni Ibis, 2002


Mamma! ! ! Mamma! ! Mamma! Al primo giorno di scuola, ai capricci, la mano nella mano, al grembiulino bianco, la parete era di un bianco sporco e la signora segretaria mi sollecitò a compenetrare in un lungo corridoio; la signora segretaria correva ma io ero troppo timido; la signora segretaria mi internò in un ufficio e con garbata serietà mi chiese: "Ma questo è il suo primo lavoro?". "Sì!" risposi mortificato accorgendomi che indossava lenti da miope. "Mi raccomando la puntualità" mi sillabò nell'orecchio sinistro. "Questo è il suo ufficio: mi raccomando!". Mentre si allontanava dilagava l'eco dei tacchi e io mi ero dimenticato di chiederle dov'era il bagno, in questi casi la confusione è tale che si entra sempre in quello femminile. Mi lavai il sudore, mi asciugai con il mio nuovo fazzoletto, sprofondai nella mia larga poltrona di lucida pelle, mi aggrappai alla scrivania tutta laccata e puntellando i gomiti mi accorsi della presenza di numerosi sigari. Da bambino esaminavo i miei genitori fumare, tossivo; nel seno di tutto quel fumo mi sembrava che la nostra casa fosse gonfia di strane persone, parlavano, respiravano, parlavano e a volte si dimenticavano di respirare. Anch'io non riuscii a respirare quando il mio Direttore Generale, dopo aver imparato ad accendere molti sigari, mi comunicò che sarei salito al piano superiore: con abbondante tosse seguii le calze, da poco pagate, della nuova segretaria: "Questo è il suo nuovo ufficio: complimenti" mi disse togliendosi gli occhiali. Mentre si allontanava mi accorsi che si avvicinava sempre di più il desiderio di sposarmi e il Direttore Generale, vedovo con una figlia zoppa, mi convinse a osservare dal grande finestrone degli uccellini su una pianta. E infatti andava tutto bene, avevo imparato a salutare, a non salutare, a conoscere tutti i colleghi e a non conoscere tutti i colleghi. Esterina, impiegata in contabilità e che ogni mattina si lamentava di non poter aver bambini, invece di arrabbiarsi con i conti mai riusciti, si consolava mangiando una mela rossa. Nessuno di noi si consolava con una mela rossa: al signor Danieletti piaceva molto il tè e mentre sorseggiava ringraziava con profondi inchini, imprecava contro la sporcizia e la vandalità dei paesi confinanti. Al caffè tutti usavano, come il Direttore delle macchine di verniciatura, il dolcificante. Tutti ridevano, applaudivano e a volte qualcuno osava fiutare la camomilla odiata dal Capo Tecnico del suono. Il Capo Superiore mi chiamava "Il suo cappuccino caldo". Mi piaceva molto la merendina con la marmellata. Ero abbastanza ingrassato e la signora Montini, addetta allo scarico merci e imballaggio, a volte gentilmente mi misurava la pressione. In effetti la pressione saliva un po' a tutti e il signor Cangini, per la paura di arrivare in ritardo e per essere stato abbandonato dalla moglie, alla mattina divorava un'intera tavoletta di cioccolata. "La cioccolata fa male" lo sgridava il Direttore dell'ufficio interni degli affari esteri mentre affumicava con la pipa d'oro regalata dai colleghi per il suo settantesimo compleanno e quello dell'ultimo banco catarrava. A Pasqua ci volevamo tutti bene: i bambini ammalati, i poveri, i carcerati, le balene, gli affamati, i diseredati, la casa in montagna, i diseredati, i barboni, le donne abbandonate, il panettone, i diseredati, la fame nel mondo, i diseredati affamati, gli affamati diseredati e ancora di più a Natale. Natale era anche il nome del collega addetto al reparto alimentare e zootecnico: il professor Natale Paoletti. Era sempre in camice bianco, rideva raramente, non parlava mai, aveva un ufficio tutto suo, ma senza segretaria, e quando intuiva delle scoperte non lo si vedeva per intere settimane. Un giorno morì di dissenteria e noi lo sapemmo dopo un anno. Sapemmo anche che la signorina Chiaravanti, direttrice del reparto manutenzione, si sarebbe sposata con il signor Del Fesso Luigi addetto al pagamento degli stipendi. Organizzammo una piccola festicciola e alla coppia regalammo un'assicurazione contro l'incendio. L'assicurazione che la festicciola abbia un calore umano, bottiglie di Champagne con schiuma alla deriva di lacchè; enormi bignè con crema impastata da abili menzogne di golosi arrivisti e panna acida di sorrisi cortesi; involtini di pancetta affumicata e profumo salato di torbida realtà di strette di mano sudate; abbracci insinuanti alle fragole dolci; baci e dopo baci; e torte e torte, farcite torte. E io continuavo a ingrassare, mi allargavo e conquistai l'ultimo piano. La Lilli, detta anche la sciocchina della scrivania accanto, mi accompagnò attraverso i colori, suoni e addobbi antichi nei miei nuovi possedimenti. Mia madre era mancata da poco.


© 
Danilo Reschigna - 2002 


 

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