"Il tuo destino è la sola
carezza del silenzio lungo la riva" *
Si guardò riflessa nello specchio. Sciolse i capelli, scuotendoli come un'onda nera sulle spalle. Poi con dita leggere fece scendere la cerniera del vestito; questo
scivolò per terra, senza peso.
Sorse nuda nell'ultima luce del giorno: il corpo pieno, il seno piccolo, la morbida linea delle spalle, le gambe forti.
Fuori l'ultimo sole feriva l'orizzonte.
Si versò un altro bicchiere di vino. Era secco, ghiacciato. Lo portò alla bocca; lo sentì come un fremito sulle labbra dischiuse, le
inondò la lingua, le riempì la gola. Un rivolo dorato scese sul mento, scivolò
sul collo, bagnò il capezzolo bruno.
Si passò le dita sul corpo, piano piano, come per riconoscersi.
Stava ancora davanti allo specchio. Sola, sotto il tocco dei suoi polpastrelli. Inesorabilmente sola.
Osservò da vicino il proprio viso. Si morse le labbra, fissò più intensamente i propri occhi. Sarebbe bastato gettare lo sguardo altrove per sfuggire tutta la sofferenza che si
trovò di fronte. Sarebbe bastato guardare al di là della finestra, al di là della strada, al di là di quella faccia stanca che adesso sembrava osservarla come un'entità distinta, sconosciuta, lontana. Ma lei non spostò lo sguardo. Lei continuò a scrutare dentro ai propri occhi, a rispecchiare il proprio destino in quella lastra fredda. Immobile. Nuda. Vulnerabile.
C'era dolore lì dentro, ma il suo destino lo conosceva bene; poteva affrontarlo con coraggio, senza abbassare il mento. E il suo destino era morire ogni mattino, ogni giorno di più, affogando la propria vita nel vino, in quella solitudine muta che le scivolava addosso come una seta nera.
Accostò le dita all'immagine della donna che le stava davanti. La accarezzò con infinita pena. Pianse. Poi avvicinò piano le labbra alle sue labbra e la baciò con infinita tristezza.
Il suo urlo nacque da dentro, da una parte oscura e remota di sé.
Il colpo dal suo pugno chiuso partì con una violenza che le era sconosciuta.
L'immagine nello specchio sembrò aprire ancor di più gli occhi, fissarla con stupore. Poi le si frantumò ai piedi, scricchiolando, gemendo di pena.
Tremò tutta. Restò immobile, ad osservare i mille pezzi di sé stessa scomposti ai suoi piedi: un occhio, la coscia, le labbra, il pube, le ombre di mille lei sgretolate in un mosaico, bagnate dalle gocce del suo sangue.
Corse nel giardino. Fu sola nel buio. E seppe, inesorabilmente seppe, che non esiste paradiso o inferno, che l'unica verità è dentro di noi, attorcigliata come un cancro alla nostra solitudine. Che l'amore può durare solo i lenti attimi di un bacio. Che l'abitava il silenzio. Per sempre.
Fu un momento di immensa luce, di crudele verità, di splendida chiarezza.
Dalla sua bocca sgorgò una saliva luminosa.
Le sue ciglia si coprirono di gelo.
La pioggia le bagnò i piedi, i capelli, la curva dei fianchi, il nido del ventre.
La illuminò la luna e il suo sguardo fece tremare l'erba.
Chiuse gli occhi. Divenne dea di muschi e di licheni, divinità sorta dal dolore, volpe notturna.
Si accovacciò nel fango. Poi abbracciò il suo corpo nel buio. Sempre più forte, sempre di più, fino a fondersi nel bosco, fino a raggiungere le radici più profonde, fino a dissolversi nell'utero più nero della terra.
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* Juana Castro: da "Memoria della Luce"
© Daniela Raimondi
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