Da "Vorrei navigare nel tuo cuore" di Claudia Pusateri, Edizioni Clandestine 2004


Sedeva davanti a un tavolo a tre gambe, sulla tazzina di porcellana bianca dozzinale spiccava la pubblicità di una nota marca di caffè che non corrispondeva affatto a quello appena bevuto.
Era consapevole di questa incongruenza poiché il sapore dell'uno, pastoso, denso, in assoluto buono, negava l'evidenza di ciò che l'altro solo prometteva. Pensò a quante volte nella vita, le cose provate, assaggiate, sentite, sono diverse da ciò che si è immaginato.
Pensò a quante volte.
Bionda, occhi chiari, statura media era così rappresentato il suo aspetto.
Ma quale aspetto? Chi era veramente lei? Non lo sapeva, né forse sapeva farlo capire agli altri e per la verità neppure faceva niente affinché ciò accadesse. Non per superficialità o inadempienza, ma solo ché quel suo intendere e comunicare, da e verso gli altri, si fermava suo malgrado poco oltre.
Certo non era un soggetto semplice, ma neppure così complessa da giustificare tali presupposti. Contraddittoria forse, ma di questo lei non si faceva alcun problema. In verità queste discrepanze la raffiguravano imprevedibile e fuori dalle regole e questo, alle volte, rischiava di infastidire. Gli altri. Lei, imprevedibile.
Percepiva il cambiamento come arricchimento, una diversità quindi di cui non sentiva necessaria la coerenza e il cambiare idea come l'avvicendarsi di una maglia bianca e colorata. Proprio per queste caratteristiche camaleontiche simili al colore dei suoi occhi che mutavano a mare, come il colore del mare, starle vicino risultava difficile.
Cosa sono le idee? Cose astratte, concrete. Soggetto, predicato e complemento oggetto. Oppure qualcosa similare alle regole a cui bisogna adeguarsi. Il mare velato di pacatezza e inconfondibile nel tinteggiare gli si parava innanzi. Gli occhi ne scorrevano la superficie alla ricerca di un indizio che potesse ricondurre a qualcosa.
Liscio liscio, solcato appena da minute tremule onde come la carta crespata sulle uova di cioccolata di quando era bambina. Quelle piccole e spolverate di zucchero le piacevano particolarmente poiché aprendole si addiveniva ad una sorta di sortilegio: mano a mano che avvicini la bocca alla rotondità questa diviene lucida per la saliva ed ecco che con un morso si stacca un pezzo e questi nasconde una cupoletta nera - dolce e amaro che si mischiano, e lei che presa da un impeto di avidità divora tutto in fretta-. Carta per uova pasquali di ragguardevoli dimensioni, colore argento e oro.
Uova grandi per un uomo eccelso e bellissimo. Lei di allora mirava incantata il regalo fatto a papà (di sicuro da qualcuno da cui non si era fatto pagare il lavoro), e più questi era voluminoso, più lei valutava che egli fosse stato bravo e buono.
Non gli importava né della sorpresa né della sua debita porzione di cioccolata (erano quattro figli) e neppure dell'invitante nastro sfavillante che lo avvolgeva sia di lato che sopra, dove confluiva in un glorioso e rassicurante fiocco. Importava solo che suo papà fosse bello nell'interezza e altrettanto negli occhi, e con mani grandi e forti da cui sentirsi protetta (come quando, tenendola per mano, la portava dalla nonna).
Davanti a quell'immenso mare pensò a quante volte il vecchio era stato per lei fonte reale di salvezza.
Sicurezza.


 

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