"Pazzi Facinorosi" di Corrado Premuda

 

Nottetempo s’infilarono entrambi nel cimitero di Sant’Anna. Non erano altro che due sbandati, due pazzi facinorosi. Facevano anche un po’ pena a guardarli: uno piccolo e con la pelle scura, l’altro allampanato, esageratamente lungo. Proprio un bel connubio.
“Alex, sbrigati con quella torcia: non si vede niente!”
“Baby, calma. Fa caldo, non riesco a respirare”
Alex rimpianse il fresco artificiale del supermercato dove si erano attardati a bivaccare fino all’orario di chiusura, quando i commessi li avevano fatti gentilmente sloggiare. Per lui avrebbero potuto tranquillamente restare lì a passare la notte, assaporando crackers al sesamo e bevendo birre irlandesi, sereni e lontani dall’afa melmosa che insudiciava l’aria. Invece eccoli tutti e due, lui e il suo debosciato amico triestino, nel sinistro silenzio di un cimitero. A fare cosa per la precisione?
“Che ci sarà mai qui dentro? Eh, Luca?”
“Devo impossessarmi di qualcosa…”, sibilò il piccoletto, che si muoveva strisciando come un folletto zoppo, rasente il terreno.
“Si tratta di un tesoro, spero…”, lo spilungone si rifiutava d’immaginare che dietro a quell’impresa fastidiosa ci fosse altro se non un buon guadagno economico, “Dimmi che tutto questo casino vale davvero la pena!”
Ma Luca era totalmente concentrato a scandagliare le tombe monumentali delle grandi famiglie triestine, allungava il collo e strizzava gli occhi scuri per leggere ogni nome impresso sulle lapidi. Era diretto a una meta precisa, sicuro che avrebbe trovato la sua chimera. Sentiva comunque che l’altro stava scalpitando, così cercò di svagarlo.
“Senti Alex, come sta la tua ragazza?”
“La piccola fiamma, vorrai dire”
“Non so come vi chiamate nell’intimità… La tua ragazza!”, ripeté infastidito il piccoletto mentre lo spilungone gli si trascinava svogliatamente dietro per i viottoli del cimitero.
“E’ una piccola fiamma, niente di più… Vive ancora in Serbia, compie diciotto anni tra sette mesi: poi voglio farla venire qui a stare con me. Studia canto lirico al conservatorio… sai come mi ha soprannominato?”
“No”
“Cavaradossi”
“Sì, il Cavaradossi della steppa! Bella questa!”, rise Luca, distraendosi per un momento dalla sua ricerca nel buio.
“A me piace Cavaradossi, meglio di altre stupide espressioni… E poi la piccola fiamma bacia benissimo…”
“Ah ecco: adesso ti riconosco. E dimmi… com’è che si chiama la cittadina da cui vieni? Qualcosa con la cappa, no?”
“Kikinda”
“Kikinda, giusto! Sembra il nome del paese delle favole”
“Effettivamente è un posto fuori dal tempo… sperduto… limitato e incontaminato…”
Il pazzo sciroccato patito di cimiteri sbuffò, si sedette su una lapide di marmo scuro e cominciò a dare segni di impazienza: “Uffa, non la trovo. Quella maledetta tomba!”
“Quale tomba stai cercando?”
“La tomba di Italo Svevo”, rispose Luca dopo una pausa.
“Chi è?”
“Uno scrittore triestino. Un grande scrittore italiano. Uno molto conosciuto in tutta Europa, mi stupisco che tu non lo conosca”
“Mai sentito”
“Beh, tanto piacere! Fatto sta che non riesco a trovare la sua tomba…”
“Non credo tu voglia portare fiori, allora perché la cerchi, baby?”
Luca s’innervosiva sempre più a causa del caldo. Giravano nei viali simmetrici senza sosta e della tomba di Svevo neanche l’ombra. Alex invece voleva capire che cosa dovessero mai rubare in un posto del genere. Il caldo martoriava anche lui e rimpianse ancora una volta il supermercato che avevano lasciato qualche ora prima.
“Luca, mi rispondi?”, riprese il serbo dopo il silenzio del suo amico.
“Mmh… vedi, io sono un romanziere, scrivo storie d’avventura e vicende psicologiche. Considero Svevo il mio maestro, uno spirito guida”
“Scrivi romanzi? E quanti ne hai scritti?”
“Ventidue già finiti e revisionati”
“E quanti libri hai venduto?”
“Al momento queste storie non sono ancora state pubblicate… ma ciò è secondario. Il libro in fondo è solo un veicolo. Adesso sto lavorando al romanzo La spigolatrice nana: l’idea mi è venuta una notte che ho visto passare per strada un cameriere con un enorme sacco nero di spazzatura sulle spalle, non avevo gli occhiali e al buio mi ha ricordato una spigolatrice piegata dalla fatica…”
“Cos’è una spigolatrice? Beh, non importa: non m’interessa granché. Vorrei capire piuttosto cosa c’entra questo discorso con il cimitero. Perché mi hai portato qui, baby?”, lo spilungone spense la torcia così l’altro fu obbligato a fermarsi, “Allora?”
“Voglio prendere lo stemma familiare che sta sulla tomba di Svevo”, rispose infine Luca con distratto fastidio mentre una sirena risuonava lontana, un uccello volava nel buio e il caldo non dava tregua.
Alex lo fissò per un attimo incerto: “Vuoi rubare lo stemma perché vale tanto? Quanto può valere?”
“Non è possibile: certo che voi slavi pensate solo a rubare!”
“Senti, senti, piccolo triestino fuori di testa, io sto perdendo il mio tempo qui con te e voglio capire che guadagno me ne viene!”
“Lo stemma non ha particolare valore, lo voglio avere perché così l’essenza di Svevo mi apparterrà e m’infonderà ispirazione nuova, quella forza che mi serve per scrivere il mio capolavoro…”, Luca si rese conto subito di non essere stato convincente. Il suo amico non subiva come lui il fascino morboso della letteratura.
“Miseria! Vuoi scrivere ancora un altro romanzo che nessuno leggerà? E magari il protagonista sarà uno sfigato come te… Cosa mi tocca sentire… Tu sei completamente pazzo. E pazzo io che ti vengo dietro”, lo spilungone era sconcertato. Non sopportava di venir preso in giro e l’atteggiamento, come le parole, dell’amico sembravano proprio essere uno scherzo, o un incubo.
“Dai, Alex, aiutami a trovare questa tomba e poi ce ne andiamo a bere da qualche parte…”, il piccoletto tentava di convincere l’altro con la promessa di una bevuta.
“E dove potremmo andare adesso che è tutto chiuso?”
“Andiamo a casa mia, non è un problema”
“Baby, tu non hai niente di buono da bere, ti conosco”, il serbo prese a calci un sasso, “E io sto solo perdendo tempo, miseria!”
Continuando a lanciarsi botta e risposta, come una stanca coppia d’avanspettacolo, avevano ormai girato tutto il cimitero. Risultato: spossati, assetati e nervosi si ritrovarono al cancello d’entrata.
“Mi sembra incredibile: della tomba non c’è traccia!”
“Meriti che ti obbligo io adesso a cercare qualcosa”, sentenziò velenoso Alex.
“E cosa potrebbe valere la pena per te, a parte ricchezze e tesori improbabili?”, gli fece eco Luca, sarcastico.
“Beh… l’elisir di lunga vita, ad esempio… pensa che colpaccio sarebbe riuscire a impossessarsene… o la pietra filosofale! La scoperta più sensazionale in assoluto…”
“Sei un idealista, ma pensa: chi l’avrebbe mai detto? Io inseguo miti di carta… scelta discutibile, va bene… ma tu con la fantasia non ti risparmi mica!”
“Se solo riesco ad avere un po’ di soldi…”
“Che figura romantica… diventerai protagonista del mio prossimo romanzo… Mercante in fiera potrei intitolarlo…”
“Baby, ho bisogno di denaro”
“Mercante in fiera suona benissimo, è geniale!”
“Voglio far venire qui la piccola fiamma. E per farlo ho bisogno di soldi. E perciò ho bisogno di lavorare”
“Ma come? Fino a poco fa non volevi rubare gli stemmi nobiliari di valore?”
“Dai, idiota: non sto scherzando”
“Ti trovo io un lavoro. Potresti tradurre in serbo i miei romanzi, ad esempio…”
“E mi paghi tu?”
“Aspettiamo che un editore si decida a pubblicarmi e poi il gioco è fatto”
“A quel tempo ci saranno state altre tre guerre nei Balcani, probabilmente sarò più che morto…”
“Oh che nefasto che mi diventi adesso! Su andiamo a bere qualcosa da me… tanto la tomba di Svevo qui non viene fuori. E prometto di aiutarti a trovare un lavoro: domani stesso cominceremo a muoverci. Quando hai detto che vorresti portare qui la tua ragazza?”
“All’inizio del prossimo anno, appena diventa maggiorenne. Andrò a prenderla a Kikinda così comprerò qualche bottiglia di slivovica per te”
“Anche qui l’abbiamo, la fanno in Slovenia”
“Non è la stessa cosa”
“E c’è anche quella croata”
“Non parlarmi di sciroppi croati, miseria!”
Le loro voci risuonarono ancora qualche istante nell’aria ferma e bollente, all’esterno del cancello principale del cimitero che avevano nel frattempo scavalcato. Nello spiazzo bianco illuminato dalla luna passarono l’ombra allungata e l’ombra tozza, risultando bizzarre, oltremodo insolite e male assortite. Ma la cornice urbana non mostrava disagio, accettava tutto, anche loro: si trattava del classico cimitero di una città insolita come Trieste.


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