All'improvviso l'aria era diventata fredda, freddissima.
Si era alzato un gran vento che rabbioso frustava gli alberi creando vorticosi mulinelli di foglie strappate.
Un brivido mi percorse la schiena ai sordi tuoni e agli accecanti lampi che illuminavano la vegetazione ai lati del sentiero.
Benché si appressasse soltanto un temporale, avevo paura. Lo ammetto.
I racconti e le strane dicerie sugli abitanti della gola ascoltati fin da piccolo, sono nato nella valle vicina, mi ritornavano alla mente. Malgrado fossi abituato alle situazioni angosciose, mi stavo suggestionando: sobbalzai all' inoffensivo grido di un uccello passatomi sopra la testa.
La pioggia cominciò a cadere sferzandomi.
"Accidenti a te!" inveii. "Se non fosse stato per te, già da parecchio tempo sarei nuovamente con i miei amici; invece, sono qui affamato, infreddolito e impaurito."
"Bel compagno!"
"Se non ti fossi azzoppato la cavalcata autunnale avrebbe conservato la sua piacevolezza."
Mi ero smarrito non conoscendo bene quei posti lugubri.
Ero in difficoltà e neppure sapevo da quanto tempo stessi camminando perché anche l'orologio si era fermato, per cui mi rianimai ed esultai intravedendo, tra le ombre della sera, il fioco baluginio di una lucina oltre la svolta.
Quasi correndo giunsi davanti alla villa e fu allora che il cavallo, quieto e docile fino a quel momento, cominciò a nitrire. Appena feci l'atto di volerlo legare alla siepe, s'imbizzarrì dando uno strattone alle briglie, che mi sfuggirono, e scappò.
L'avrei potuto riprendere facilmente ma non m'interessava soprattutto perché ero intirizzito, così gli urlai. "Vai, vai pure e rompiti anche l'osso del collo con questo buio."
Anche se a causa dagli scuri chiusi il villino sembrava abbandonato, quel debole lucore che filtrava da una finestra mi spronò ad avanzare sebbene non vedessi dove mettevo i piedi.
In fretta, salii i gradini.
Poiché il campanello non emetteva alcun suono, bussai.
La mia attesa fu breve e rimasi letteralmente a bocca aperta vedendo la donna bellissima ed elegantissima (pareva pronta per un galà) che venne ad aprirmi.
Superato l'iniziale stupore, riuscii a dire: "Devo telefonare. Devo avvisare che ..." ma interrompendomi: "Mi dispiace, il telefono è inutilizzabile a causa del fortunale. Però, può accomodarsi, almeno le darò degli abiti asciutti di mio marito e mi fece entrare con un gesto cerimonioso.
La seguii mentre accendeva, sul tavolo, un'altra lampada a petrolio. "Anche l'impianto elettrico è stato messo fuori uso dalla violenta tempesta" e aggiunse: "Vado a prenderle qualcosa per cambiarsi. Lei, sgocciola come un ombrello inzuppato d'acqua."
Sussultai, non l'avevo affatto sentito, alla vista del maggiordomo allampanato che scarsamente professionale mi domandò: "Brandy ?"
"No, grazie. Non bevo alcolici; mai, in nessuna circostanza."
Poi, seguitò con una voce cavernosa impensabile in un tipo tanto emaciato: "Un consiglio: non metta in atto il suo proposito.
La signora ha un marito gelosissimo che può arrivare ovunque;" e continuò sarcastico "a lei, signore, e alla sua professione di fotoreporter. "
Sbalordito dalle sue parole, stavo per chiedergli come facesse a sapere tante notizie di me, ma rapido era già arrivato alla porta da cui la donna entrando allegra: "eccomi" disse porgendomi un fagotto. Le saranno larghi, ma perlomeno non sono bagnati."
Come tutto l'ambiente, anche gli indumenti datimi emanavano uno sgradevole odore di chiuso, di stantio ma lo tacqui per non creare imbarazzo.
Spostando un lembo della tenda, dietro cui mi stavo spogliando e indugiando a guardarmi, disse abbozzando un sorrisetto che espresse i suoi maliziosi pensieri: "La prego; mi dia i suoi vestiti. Tra breve, saranno asciutti" (Ero rimasto lì, perché aveva affermato: "Tutte le altre stanze sono delle ghiacciaie!") Poi, prevenendo la domanda che avevo appena pensato: "Nessuno può accompagnarla in paese: il cameriere non guida da anni; mio marito è uscito da poco, eravamo attesi a un ricevimento all'ambasciata, in città, ma io mi sono sentita male e, adesso, non sono proprio in condizione di uscire, sa, le mie vertigini stanno diventando fastidiosamente frequenti.
Domattina il fattore col suo carro l'accompagnerà in paese."
Intanto, mi ero sistemato sul divano accanto a lei che riprese: "Per questa notte, rimarrà qui.
Sono così contenta. Siamo sempre soli; inoltre, è così gradevole la compagnia di un giovane ... aitante" e parlando mi accarezzava il braccio.
Di scatto balzai in piedi gridando: "Di là, di là ho udito un urlo!"
Lei, serena: "Io non ho sentito niente, comunque, vado a vedere."
Restai solo.
Mi aggirai per il salone notando che due pareti erano occupate da una superba biblioteca.
Immediatamente riponevo i libri che prendevo: contenevano illustrazioni terrificanti poi afferrai un volume che non potei aprire perché era bloccato da una fibbia con serratura, forse era un diario, però l'ingresso di una bambina piagnucolante di sette o otto anni, attirò la mia attenzione.
"Mammina, ho fatto un brutto sogno. Mammina. Dov'è la mia mamma?" mi chiese.
Stavo per risponderle, quando vedendo chi rientrava: "Mammina, rimani con me" e afferrandole la mano la trascinò via.
"Greta, non essere scortese. Non vedi che c'è un ospite?
Mi scusi un attimo. I bambini ... " e mentre uscivano si affacciò il maggiordomo che rivolgendosi a me : "Non dimentichi il mio consiglio."
Di nuovo ero solo nel salone, in preda all' ansia. Si, perché chiaramente intuivo che qualcosa mi stava per succedere trovandomi in uno stadio di particolare lucidità, quello che accompagna l'essere umano nei momenti di tensione.
La porta si aprì piano, piano. Dall'oscurità emerse un 'qualcosa' di enorme, di mostruoso.
Mi pareva un animale gigantesco con le ali, che agitava.
Urlai con tutta tutta la forza che avevo in corpo.
Quando la 'cosa' fu nel cono di luce della lampada, vidi che era la donna.
"Ho semplicemente scherzato con la tua camicia.
Hai i nervi a pezzi, caro ragazzo" mi rimproverò benevola appoggiando la roba sulla poltrona.
Soltanto allora, notai le sue mani rugose.
Nonostante fosse cordiale, gentilmente s'informò sulla mia vita, non riusciva proprio a mettermi a mio agio.
I suoi occhi splendevano, lo notai dato che si era tanto avvicinata al mio viso da poterne cogliere persino l'alito: tutt'altro che amabile.
Le sue dita armeggiavano attorno alla cintura per slacciarmela e le sue labbra ancora non si erano posate sulle mie, che impetuoso entrò un uomo corpulento.
Furioso e ruggendo d'ira intimò alla donna di seguirlo.
Li vidi sparire dietro la porta della sala.
Dapprima alle frasi concitate seguirono i rumori di ceramiche rotte, poi nitido percepii il suono di schiaffi e il lamento di chi ne è colpito.
A quel punto, non esitai.
Subito fui sulla soglia per intervenire ma mi scontrai (quasi) col maggiordomo che: "Rimanga dov'è. Non s'immischi.
Ascoltami, dammi retta."
Vedendo che risoluto volevo andare di là, mi sbarrò il passo e senza toccarmi mi obbligò a indietreggiare.
"Vattene. Sei ancora in tempo" sbottò, sgarbato. E sebbene cavallerescamente replicassi : "No. Quella donna ha bisogno di me"; arretrando arrivai al portone che il padrone di casa aveva lasciato spalancato e che il maggiordomo prontamente mi chiuse in faccia.
Nel frattempo si era spezzata l'uniforme colte di nubi nere e la luna faceva capolino, tuttavia considerando che niente mi era possibile, non mi rimaneva che andare a cerare aiuto.
Come un bolide mi precipitai giù per la scala e arrivato sul viottolo mi avviai a spron battuto verso il paese.
Mi sembrava di girare in tondo, in ogni modo appena raggiunsi un gruppo di abitazioni, disperatamente picchiai fragoroso alla porta di una di esse.
"Sono le due di notte, cosa vuole?" con malagrazia mi apostrofò sonnacchioso l'abitante di quella casa. E mentre a fatica dicevo "Mi ... aiuti. Su alla villa ..." l'uomo si era spostato per utilizzare al meglio il chiarore della lampadina e proruppe gaio:
"Ti riconosco. Sei il figlio del dottor Marchi. Quant'è che non vedo tuo padre. Abitate sempre a Milano?"
"Certo. Ma ..." ero senza fiato, perciò farfugliando dissi "mi aiuti. ... alla villa ... "
Ciarliero, riprese: "Sei sconvolto. Anche tu hai sentito gli spiriti!
Ti hanno chiamato e ti si sono rizzati i capelli. E' vero?
Dopo il fattaccio, di notte la gente pur di non passare davanti alla casa 'indemoniata', preferisce fare un percorso lunghissimo, anche con l'auto.
Pensavo lo sapessi, vista la tua bravata ma dalla tua espressione capisco che non sei a conoscenza di quello che è successo alla villa: l'ultimo proprietario, uno stimato avvocato irreprensibile (così a posto!), ha ucciso la bellissima moglie e il maggiordomo sorpresi in intimità, la piccola figlia poi si è suicidato.
Sei diventato pallido. Sembri un cencio lavato.
Tremi.
Non rimanere attaccato al muro. Siediti.
Adesso, magari, mi svieni. Eh!?"
©
Marco Polverelli
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