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Sophia camminava veloce. Si sentiva leggera, bella. Si era depilata le gambe e il pube: una cosa che avrebbe dovuto spiegare al marito. Il ginecologo, semplice. Avrebbe raccontato del ginecologo.
Sophia era una sincera, bugie ne aveva dette raramente nella vita. In qualche maniera, non ne aveva bisogno. E poi c'era l'educazione... la setta presso la quale era cresciuta: mentire era vietato. Nonostante ciò, ora, sorprendentemente, si rendeva conto di quanto fosse brava a inventarsi delle storie, se il caso lo rendeva necessario. Anche per quel giorno si sarebbe inventata una storia. E sapeva che l'avrebbe raccontata bene, con indifferenza, con l’abilità impalpabile dei bugiardi professionisti.
Lui era lì, alla fine di quella strada: l'aspettava. Benché non ci fosse un accordo preciso, era sicuro che sarebbe arrivata. Sophia guardò il fiume: non era particolarmente alto. Rallentò leggermente il passo, si sporse dal sentiero, deviò di qualche metro e si mise ad osservarlo attentamente. Scorreva con una certa flemma, le sembrò più lento del solito.
Riprese il ritmo. Camminare piano le aveva sempre dato fastidio: le sembrava di non arrivare mai. E quel giorno ancora di più. Doveva andare. Una forza confusa la spingeva da dietro, il cuore zampillava come l'acqua fredda che le fluttuava accanto. Sentì che le girava la testa.
Lui era riccio. Biondo, forse: i colori erano un fatto misterioso negli occhi di Sophia. Li attribuiva a caso, a seconda del ricordo sfumato di una persona. Non sapeva mai se aveva ragione. In realtà non le importava. C'erano alcune cose che lei considerava così, a modo suo: i dettagli e i nomi erano superflui. Era solo giusto e bello che le cose ci fossero. I fiori, per esempio: chi aveva stabilito tutti quei nomi? A chi interessava tutta quella catalogazione? I fiori c'erano: basta. Era sufficiente, era tutto ciò di cui c'era bisogno; e anche loro, non chiedevano altro.
Sophia proseguiva, con la coda dell'occhio spiava l'acqua sotto di sé. Pensò a quante volte era passata di lì, in quegli anni. Quando lavorava all'aeroporto, e tornava distrutta alle tre del pomeriggio: le sembrava di transitare in sogno. Quando andavano al ristorante, tutti e tre, e si dovevano fermare mille volte, perché lui urlava "acca, acca", e voleva mettere i piedini in tutte le pozzanghere.
Qualcuno le avrebbe dato uno scossone, in quel momento. Le avrebbe detto: cosa stai facendo, Sophia? Ma lei sapeva quello che stava facendo, lo sapeva benissimo. Non aveva bisogno di tutte quelle connessioni romantiche, di tutte quelle stupidaggini di cui s'imbratta chi é religioso, o chi non sa vivere. Lei aveva lasciato queste cose dietro di sé, e ci vedeva chiaro. Non aveva dubbi. Sapeva cos'era la vita, ne conosceva la pelle: non le occorrevano rivestimenti.
Sophia camminava, e s'immaginava quel viso, il suo sorriso quando l'avrebbe vista. Avrebbe fatto finta di essere sorpreso, ma solo per un minuto. Lei lo sapeva, le sembrava di avere già capito tutto. La prese un fremito improvviso, le sembrò che le s'infuocasse la faccia: si voltò. Non c'era nessuno. Dall'altra parte si avvicinava la figura innocua di una ragazza in bici: lo sguardo dritto davanti a sé, lo zaino appeso al manubrio. Non avrebbe incontrato nessuno che la conosceva: Sophia ne era sicura. Non credeva al destino, non era superstiziosa, e neanche scaramantica. Non avrebbe incontrato nessuno.
Una domanda tornava a tratti, s'insinuava tra i flutti agitati del suo cervello, e cercava di aggrapparla a sé: lui, lo sapeva? Se ne era davvero accorto, o era stata solo una sua impressione? Un'impressione folle, un'assurdità. Un'ingenuità, come le capitava a volte. O forse no: forse lui aveva davvero capito tutto, magari aveva capito anche di più, e quello che stava per accadere era già successo mille volte nella sua mente, era già sofferto, era già finito. La cosa certa é che non era uno stupido, ed era più vecchio di lei. La cosa certa é che ne aveva fatte di tutti i colori, lui, in tutti quegli anni prima di conoscerla, e anche dopo averla conosciuta. Lei non avrebbe mai avuto rimorsi. Lui non glieli avrebbe mai chiesti. Lei lo sapeva, e questo le piaceva. La rendeva serena, la faceva sentire a posto.
Chissà cosa sarebbe successo, di lì a poco. Non voleva pensarci, non ce n'era bisogno. Si sarebbe lasciata andare. Ne aveva tutto il diritto, ne aveva tutta la voglia. Strano: se glielo avessero raccontato quando aveva vent'anni, ed era una moralista, non ci avrebbe mai creduto. Sophia che correva a tradire il marito. Sophia che non pensava a nulla. Sophia che non aveva paura. Sarebbe stato come con lui all'inizio: questo sapeva, e questo le bastava. Una vampata sul viso, una capriola maldestra, il cuore che impazziva, il fischio nelle orecchie, e la testa che si annullava, che dimenticava di esistere. Poi... basta. Poi si sarebbe alzata, appagata, sconvolta; si sarebbe vestita velocemente, e tutto sarebbe stato passato: finito, dimenticato per sempre. Ma ora... ora lo voleva, oh sì che lo voleva, se lo sentiva già dentro, moriva dalla voglia di essere alla fine di quella strada, di essere in mezzo a lui, in quella convulsione stremata che non vuole saperne di finire, che nega il tempo e il pensiero, che attacca alle narici una nausea eterna.
Incredibile, se glielo avessero raccontato quando aveva vent’anni: di quel cameriere non le interessava nulla, era uno come tanti, era uno come tante facce sulle quali Sophia aveva lasciato i propri pensieri, le proprie fantasie. Lui la prendeva, la guardava in quella maniera, danzava, ammiccava, le diceva: "quanto ti voglio saltare addosso" e lei capiva, e lei si vedeva con lui, a sudare fra le sue braccia. E le piaceva. Più di una volta si era sentita rimbambire, così, al tavolo vicino al marito. Si era comportata come se non le importasse nulla, come se volesse che anche lui partecipasse a quel dialogo, che dicesse a lui: va bene, te lo concedo una volta, e a lei: non posso dirti nulla, non posso che capire, non farmi sapere niente.
Era un'idea pazza, più lei ci rifletteva, più le sembrava un'idea pazza: in tutta probabilità lui non sapeva niente, e se l'avesse capito avrebbe pianto, come lo aveva già visto fare diverse volte, quando lei aveva desiderato raccoglierlo sul palmo e chiuderlo dentro di sé.
Si voltò un'altra volta verso l'acqua, si accorse di aver rallentato il passo. Come adorava quel fiume, quel sentiero. Li aveva amati dal primo giorno. Erano diventati parte di lei. Nessuno sapeva quello che pensava quando era lì. Si lasciava confondere dal frastuono dell'acqua, dall'abbaiare dei cani, dal mugugno della città intorno; d'autunno era un mare di foglie e lei le calpestava con dedizione appassionata. L'ultima volta era stata lì con il passeggino, se lo ricordava perché c'era quel tronco spezzato, e suo figlio l'aveva indicato col ditino, con sguardo interrogativo, con lo stupore magnifico dei suoi pochi anni. Erano momenti incantati, quelli. Sembrava il classico quadretto: "la famiglia"; ma loro erano felici davvero. Sophia guardava sempre il fiume, quando era lì. Non era in grado di dire perché: non avrebbe saputo indicare le sfumature di quell’immagine, e non era importante. Ma guardava, e sentiva di conoscere quello che vedeva, e sentiva che le piaceva.
Il 27 febbraio di quell'anno bisestile, alle quattordici e cinquantanove, quando il sole cominciava a calare, Sophia Wolle si voltò e tornò indietro. Le parve che le orecchie le si aprissero in quell’istante. Si tolse la giacca dell’uniforme, e si mise a correre: a una decina di metri un uomo e un bambino si arrestavano sorridendo.
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