Da "Mi chiamo Angelo - Storia di un viaggio" di Angelo Petrosino, Edizioni Sonda, 2000

Anche la galleria era fatta di un buio minaccioso. E tuttavia Angelo avrebbe voluto percorrerla fino in fondo per ritrovare la luce all'altra estremità. Ma gliene mancava il coraggio. Tra compagni, qualcuno si vantava di averlo fatto. Come Giacomo, che diceva: "E' lunga più di mezzo chilometro".
"Davvero l'hai percorsa tutta?" , gli chiese Angelo una volta. "Certo. E non è pericoloso. Basta farlo in un orario in cui sei sicuro che non passano treni. Perché non vieni con me un giorno?"
"E' proprio buio dentro?".
"E' nero come l'inchiostro. Ma se cammini sulle traversine, non sbatti il naso da nessuna parte. Allora, ci vieni?".
"No".
"Sei un fifone"
"E tu un bugiardo"
"Prova a ripeterlo e ti do un pugno sul naso. Io non ho paura nemmeno del diavolo.
La paura non la superi se non l'affronti, lo capisci? Guarda, ti do un'altra possibilità. Se ci stai a venire con me, mi porto dietro la torcia".
"Va bene, se porti la pila ci sto", disse Angelo.
" Fra il treno delle due e quello delle quattro abbiamo tutto il tempo che vogliamo", disse Giacomo. "Domani fatti trovare all'imbocco della galleria per le due e un quarto. Io arriverò puntuale".
Angelo non disse niente a sua madre di questa avventura. Era certo che gli avrebbe proibito di andare all'appuntamento con Giacomo e non voleva spaventarla.

Dall'imbocco della galleria usciva un'aria fredda e grassa che faceva gelare. Angelo aveva una maglietta con le maniche corte e rabbrividì dalla testa ai piedi.
"Eccomi qua", disse Giacomo arrivandogli alle spalle.
"Hai portato la torcia?".
"Sì".
"E funziona?".
"Guarda".
Giacomo l'accese e la spense un paio di volte e Angelo gli fece notare che la luce era molto fioca. "E' un po' scarica la pila, ma basterà. Dai, andiamo". Quando Giacomo salì la massicciata e cominciò a camminare tra i binari, Angelo gli si mise al fianco.
Per un po' procedettero in silenzio. La luce del giorno scomparve piano piano, e quando fu davvero buio, Giacomo accese la torcia. La luce era debole e illuminava a malapena una piccola zona davanti ai loro piedi. Il freddo si faceva sempre più intenso, e il silenzio era rotto soltanto dal rumore dei loro passi sulle traversine e sulla ghiaia. "Ci vuole ancora molto?", chiese Angelo quando camminavano da un bel po'.
"Credo che siamo a metà", gli rispose Giacomo.
Angelo aguzzava la vista, ma il buio era ugualmente fitto davanti e dietro le spalle. La luce della torcia si affievoliva a poco a poco, come la fiammella di una candela cui restava solo un briciolo di cera. A un certo punto si spense del tutto, e Angelo piombò in un buio che non aveva mai conosciuto.
"Cos'è successo?", chiese a Giacomo afferrandogli un braccio. "Si è esaurita la pila. Sta tranquillo. Continuiamo a camminare sulle traversine e non ci succederà niente. Su, lasciami il braccio". Angelo lasciò il braccio di Giacomo e affrettò un poco il passo. Adesso gli sembrava di sentire un ronzio nelle orecchie. O forse era solo nel suo cervello? L'aria fredda e pesante gli chiudeva la gola e gli occhi annaspavano inutilmente alla ricerca di un debole chiarore. Ecco che cosa voleva dire essere ciechi, pensava Angelo. E calpestava con più forza la ghiaia, perché il rumore gli facesse compagnia. Ma nello stesso tempo avrebbe voluto che il silenzio fosse assoluto, per udire l'eventuale arrivo di un treno. Era certo che fino alle quattro non ne sarebbero arrivati. Ma quanto tempo era passato da quando erano entrati nella galleria?
"Giacomo, che ora pensi che sia?", chiese sottovoce al compagno. Ma la domanda riecheggiò sulla volta della galleria e non ebbe risposta.
"Giacomo, dove sei?"
Angelo si fermò, mosse le braccia per toccare il compagno, ma le sue mani strinsero il vuoto. "Giacomo, Giacomo, dove sei? Rispondi".
Ma Giacomo sembrava non essere mai entrato nella galleria. E a Angelo venne il dubbio di trovarsi nel mezzo di un incubo. Allora si piegò, toccò i binari e strinse una pietra fino a farsi male. Poi si alzò e cominciò a correre. Corse come non aveva mai corso. Corse con le braccia protese in avanti, e mentre correva aveva l'impressione di essere inseguito da qualcuno. Forse era il treno, che aveva imboccato la galleria e che tra poco lo avrebbe travolto e ucciso. O forse era una bestia che si annidava nel buio e che era stata disturbata dalla sua corsa e dalle sue urla. Angelo pensò a sua madre, che lo aspettava a casa, e a suo padre, che negli ultimi tempi era sempre più nervoso e impaziente con lui. E continuò a correre e a urlare, a correre e a urlare nel buio.
Finalmente, a una svolta, scorse un chiarore. Aveva le gambe molli, ma con un ultimo sforzo uscì dalla galleria e si affacciò alla luce. E rimase stupito nel vedere una cerchia di colline e un orizzonte che non aveva mai visto. Allora gli sembrò di essere morto e poi rinato, o di avere corso tra passato e futuro.
Sfinito e confuso, si accasciò su una pietra e pianse.


© 
Angelo Petrosino, 2000 


 

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