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Il modulo Lem posò le zampe sottili sul suolo lunare e un portellone si aprì.
“Scendo prima io” disse Aldrin al compagno. Armstrong si fece avanti e con il suo corpo bloccò l’uscita.
“Che intenzioni hai? Ti sei bevuto il cervello o l’assenza di gravità ti ha dato alla testa?”
“Scendo io per primo” disse di nuovo Armstrong.
“Gli ordini da Houston dicono che il primo devo essere io!” protestò Aldrin.
Il suo compagno non voleva sentire ragioni mentre il terzo, Collins, continuava a girare in orbita sopra la luna.
“Avevamo lanciato la monetina” disse Aldrin “e tu hai scelto la testa e hai vinto. Dovevi decidere tra il ruolo di capitano, la discesa per primo sulla luna oppure rimanere sulla navicella.”
“Lo ricordo bene” rispose Armstrong “ e scelsi di fare il capitano”.
“E allora?!” esclamò Aldrin. “A me tocca scendere per primo!”
Armstrong stava apprestandosi a scendere. “Io ho scelto di fare il capitano, quindi ho assunto il comando di questa missione. In poche parole comando io e se non esegui i miei ordini si tratta di un caso d’insubordinazione...”
Aldrin ci pensò sopra.
"Però non sei corretto. Eravamo tutti d’accordo: tu eri il capo, io scendevo per primo e Collins restava in orbita. Ti credevo un amico”.
“Ero tuo amico ma non sono stupido. Se il capitano non comanda a cosa serve? Potevi scegliere tu di farlo...”
Aldrin guardò negli occhi Neil Armstrong. Sembrava quasi supplicarlo. Da un momento all’altro poteva scoppiare a piangere. Poi Armstrong gli diede un buffetto sulla guancia.
“Mi dispiace ma tu mi hai fregato la fidanzata e in un modo o nell’altro dovevo fartela pagare. Il momento é arrivato...”
Armstrong stava indossando il casco. “Aspetta, aspetta un attimo” disse Aldrin.
“Che c’é?”
“Di che fidanzata parli? Io non ricordo di averti fregato qualche ragazza!”
“Pensaci bene, una bambina dai capelli rossi e vaporosi...”
“Ma... ma eravamo all’asilo, Neil! Eravamo bambini! Non vorrai farmi credere che mi porti rancore da tutti questi anni?”
La voce di Armstrong giunse rotonda, quasi cavernosa, ovattata dal vetro del casco.
“No, non me la sono presa per quello.”
“E allora perché?” esclamò Aldrin.
“Perché quando quella bambina ti ha lasciato e si é messa con un altro e poi con un altro ancora, hai sparso in giro la voce che quella era mia sorella”.
Aldrin arrossì e abbassò lo sguardo. Poi prese un foglietto e lo diede al compagno.
“Avevo preparato due righe per celebrare l’evento, tieni, vedi se possono andare bene”.
Armstrong prese in mano il foglietto e lo lesse:
“E’ un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per l’umanità”. Lo piegò in due e lo mise nella tasca: ”Non c’é male, penso che possa andare bene”.
Gli occhi di Aldrin si illuminarono. “Puoi dire che queste parole sono mie?” supplicò.
“Scordatelo. Ora lasciami andare”.
Aldrin cercò di bloccarlo.
“Ti prego, scendiamo insieme, abbracciati! Aspettami sull’ultimo scalino, il primo passo lo facciamo insieme e poi vai avanti da solo...”
Armstrong era già sceso e arrivato all’ultimo scalino si fermò per dire:
“E’ un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per l’umanità”.
E tutto il mondo, in diretta poté udire queste parole. Non si udirono però quelle di Aldrin, un’unica parola detta prima di scendere e saltellare come un canguro:
“Stronzo!”
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