Da "L'urlo del destino" di Matteo Pegoraro, Delos Books, 2004


Diario, sabato 14 settembre 2002 (sala computer):

È veramente difficile raccontarvi la mia storia. È difficile perché parlare di certe cose ti imbarazza, ti ferisce, ti fa sentire escluso e quasi dimenticato dal resto del mondo. 
Mi chiamo Andrea Siloce, vi sto scrivendo dalla sala computer del riformatorio "Luigi Pollini" di Perugia. Mi danno il permesso di venire qui due volte la settimana, il lunedì e il sabato dalle due alle quattro. Controllo la posta, chatto con i parenti o i pochi amici, leggo e posso fare praticamente quello che voglio, i secondini mica ci badano a quello che fai. 
Ho diciassette anni e mezzo e sono chiuso qui da circa un anno: ne ho le palle piene, e se vi dico come ci trattano sono sicuro giurereste sulla vostra testa che non fareste mai nulla per meritarvi questo schifo.
Ma cominciamo dall'inizio, da come sono andate le cose,da chi ero prima di capitare qui.

Un venerdì di fine aprile dell'anno scorso ero andato a Porto Recanti con Giulia Santinelli, la ragazza di Mirco Pellizzari, mio compagno di classe al liceo. Il tipo per cui mi trovo rinchiuso qui.
Ero uscito con lei perché quel cretino le aveva dato buca all'ultimo momento, come al solito, lei se n'era stancata e aveva proposto a me di accompagnarla. 
Eravamo andati a vedere una partita di basket, nonostante non me ne fregasse nulla dello sport; l'unica cosa che mi importava era lei. Mi piaceva da sempre e, manovrato dalla speranza quasi utopica di poterla conquistare, le avevo detto sì, ti ci porto io.
Quel giorno era così bella… Indossava una camicetta bianca, di quelle fini, e una minigonna che lasciava intravedere delle gambe praticamente perfette. 
Se solo penso che è da un anno e quattro mesi che non ci vediamo, e che qui dentro sono tutti maschi, mi sparerei…
Finita la partita la portai a mangiare qualcosa al McDonald's di fronte al palazzetto - non c'era altro di più romantico nei paraggi - e parlammo tutto il tempo di scuola, amici, CD preferiti, impedibili film con attori e attrici meravigliosi. Insomma le solite banalità che si dicono tra ragazzi tanto per passare il tempo. O quando si ha paura di entrare troppo nel personale. Ovviamente avevo offerto io; lei mi aveva ringraziato con un sorriso che andava da un orecchio all'altro e uno sguardo a dir poco provocante, ma la cosa era finita lì.
Era stata una semplice, divertente capatina al palazzetto per ammazzare il tempo, tutto qui, a sentir lei. Ma le donne sanno essere le peggiori bugiarde che esistano al mondo, e stai sicuro che, se una ragazza ti chiede occasionalmente di uscire per farle un po' di compagnia, le piaci da morire.
Del resto, poco dopo, terminato di mangiare quelle schifezze al McDonald's, andammo a passeggiare sul lungomare; lei cominciò a guardarsi attorno e - me lo ricorderò per sempre - mi disse: 
- Ehi, lo sai, sei proprio diverso dagli altri ragazzi. Non avrei mai immaginato che fossi così simpatico.
- Se lo sono è solo merito tuo. - Come vedete cercava di provarci, e io collaboravo, in un certo senso. 
A quello che avevo detto lei non rispose. Si limitò ad abbozzare un sorrisetto affettuoso che, fatto da una come lei, ti fa sentire uno sfigato di prima categoria e ti fa rimangiare quello che hai appena detto. 
Demmo un'occhiata alle vetrine dei negozi in centro, poi andammo a stenderci tra i sassi, vicino alla riva del mare. Faceva fresco per essere aprile ed entrambi avevamo le guance arrossate per via del vento. Guardavamo le centinaia di stelle che pullulavano in cielo e sentivamo il fruscio delle onde accompagnare quel sogno tramutatosi in realtà.
- Sei veramente carina… - attaccai.
- Grazie… - rispose lei, arrossendo un po'.
- E pensare che mi stavi antipatica.
- Senti chi parla, l'Andrea tutto montato che andava in giro a rompere a chiunque con la sua irrefrenabile voglia di stressare la gente. - E scoppiò a ridere.
Com'era bella, con quel sorriso, quegli occhi verdi carichi di lucentezza…
- La sai una cosa? Mi spiace aver avuto modo di conoscerti solo ora.
- Meglio tardi che mai. Forse è stato meglio così, mesi fa avevo la testa tra le nuvole, pensavo solo a Mirco… - esitò un attimo. - Ora, non so perché, mi sembra che il nostro rapporto stia andando in fumo. 
- Mi spiace - mentii spudoratamente. Qualcosa di strano mi stava catturando. Qualcosa mai incontrato prima. Confuso, cercai di captare quel segnale che mi veniva inviato da non so quale parte della mia mente, ma finii col dire: - Giulia, mi piaci.
Ormai avevo perso il controllo, completamente ipnotizzato dalla bellezza di quella ragazza, dal suo fascino, dal suo profumo… Posai i miei occhi sui suoi, catturato dal magico bagliore dell'innamoramento. Lei, ancora una volta, non disse nulla, ma mi guardò con una tale dolcezza che anche un cieco sarebbe riuscito a capire ciò che stava per succedere. Il cuore si mise
a battere insistentemente, un fremito percorse d'improvviso il mio corpo. Mi avvicinai a lei e un attimo dopo sentii le sue morbide labbra posarsi sulle mie. 
Ci baciammo per tutta la sera, rimanendo in silenzio, lasciando che fossero i nostri cuori a parlare. Era così strano, una settimana prima ci conoscevamo a stento e adesso eccoci lì, innamorati l'uno dell'altra. Complici dei nostri sentimenti, delle nostre passioni, dei nostri desideri. 
Vennero in un lampo le undici e tre quarti, e dovendo entrambi rientrare a casa entro mezzanotte ci salutammo e prendemmo il rispettivo autobus per tornare. Ricordo che mentre salivo e mostravo la tessera al conduttore mi gridò un: - Ti amo. - pieno di sentimento come non avevo mai sentito dire da una ragazza.
Quando tornai a casa mi misi subito a pensare a noi due, se ci saremmo sposati, se avremmo avuto dei figli… Tutte stupide fantasie che si fanno grazie al primo amore. La cosa che meno mi preoccupava in quel momento - forse la più importante - era come l'avrebbe presa quel montato di Mirco. 
Salii in camera mia, al secondo piano, e vidi che Pellizzari non era ancora tornato. Sì, avete capito. Io e il moroso di Giulia stavamo in appartamento insieme. L'avevano preso in affitto mio padre e i suoi genitori mesi fa, ma dato che lui stava a Milano per lavoro e i suoi si erano trasferiti a Napoli, l'avevano lasciato a noi due.
Mi tolsi i vestiti e mi sdraiai sul letto, ancora perfettamente fatto, a pensare a cos'era l'amore. Il vero amore, quello per cui tutti i maschi - io compreso - prendevano in giro le compagne di classe, così patetiche con le loro fantasie affettive. Forse dovevo ricredermi, constatare che un intero liceo, quello che frequentavo io, era pieno di sfigati che non avevano mai avuto una ragazza in vita loro.
Alla fine mi addormentai pensando a lei, a quell'immagine che ancora oggi è stampata sul mio cuore e che di lì a poco non avrei più rivisto.


 

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