| "L'odissea africana di Turiddu L." di Peter Patti, 2002 |
Sputò e: "Crepa, Selassiè!" esclamò. Tergendosi la fronte dal sudore, volse lo sguardo al di sopra della distesa di erba elefantina; a oriente la notte si andava rischiarando. Alle sue spalle, Poletti si era seduto per terra e, sfilatosi gli stivali, prendeva ora a massaggiarsi i piedi avvolti in bende. Turiddu ridacchiò: i piedi del suo commilitone erano due affari grossi così. "Come va?" gli chiese. Il veneto non rispose subito. Con una mano sventagliò l'aria, dove già imperversavano le prime mosche. Era un tipo taciturno; ma forse non gli andava solamente di conversare con un 'terùn'... Di sicuro c'è che il Continente Nero aveva su di lui un effetto poco benefico. Più volte, durante quel turno di vigilanza, Turiddu L. lo aveva sentito sussurrare bestemmie nel suo dialetto infarcito di sigmatismi. Adesso, inaspettatamente, nel rimettersi gli stivali Poletti dedicò a Turiddu un bel ghigno. "Be', mi va benon" annunciò. Si rialzò, appoggiandosi al fucile come a un bastone, e aggiunse: "Ho una rabbia!" La sua figura ossuta, dal portamento quasi gallinaceo, si erse su quella piccola e vagamente infantile del siciliano. Turiddu tenne lo sguardo incollato sul volto del commilitone finché non ne ebbe ricavato l'amichevole sorriso di un teschio. Quindi, soddisfatto, tornò a osservare la porzione di cielo dove il giorno nasceva. Tra poco sarebbero venuti a dare loro il cambio. Meno male! Nessuno ha piacere di star di sentinella mentre il flusso solare si precipita sulla terra come la lava di un vulcano. Improvvisamente vi fu il fruscìo di un cespuglio, seguito dal volo di un nero sgorbio. Poletti puntò il fucile e: "Pum!" fece, senza premere il grilletto. Incontrando lo sguardo costernato del meridionale, chiarì: "Un corvo. Hanno un buon sapore, i corvi." Turiddu rise rumorosamente e, con voce acuta, esclamò: "Sì, sparagli, sparagli! E dopo che ci dici al caporale: 'Questo il rancio, è!' Puh!" Di nuovo sputò, l'impersonificazione del disgusto. "Corvo, chi schifu!" proferì, sempre con voce squittante. Proprio lui parlava così! Lui che non sdegnava nemmeno le scatolette di carne che molti altri annusavano e buttavano via! Poletti sembrò voler ribattere qualcosa, ma risolse di tenere la bocca chiusa. E Turiddu L. rispettò il suo silenzio. Si disse che lo spilungone pensava forse ai suoi genitori, alla casetta ombreggiata da un ciliegio, all'innamorata... Ovviamente anche Turiddu aveva nostalgia di casa, degli amici di taverna, delle spiree in fiore... ma soprattutto della sua giovane sposa. Nella prima, magica notte, lei lo aveva piacevolmente sorpreso: così tanta voluttà e, sì, sapienza! Insolito per una vergine. Poi Mussolini (il Diabolico in persona!) lo aveva sbattuto quaggiù a combattere "la canaglia britannica". Grandi parole: la Patria! La Gloria!... Ma quale Patria e quale Gloria: corna infallibili, altroché! Mussolini e quell'altro satanasso, il despota tedesco, si erano accordati nel Berghof per porre fine alla "guerra parallela" e decidere una condotta unica nel bacino del Mediterraneo e sul continente africano. Per questo Turiddu si ritrovava in quell'inferno di sterpaglia e insetti. Il Führer aveva mandato in Africa la Quinta Divisione Motorizzata, affidandola a Rommel. Sull'altro fronte, agli invasori italiani si contrapponevano le truppe etiopiche, sotto il comando del ras Hailè Selassiè I, rientrato apposta dall'esilio londinese. Selassiè era appoggiato dall'Ottava Armata britannica. "Crepa, Selassiè!" Nuovamente, il minuto siciliano si terse la fronte con il dorso della mano. Non faceva che sudare, finanche di notte. L'umidità era pazzesca... Vabbè, pensò; calma e sangue freddo. Altri se la passavano peggio. Da cani. Per esempio: Carella. Carella, siciliano come lui, giaceva da giorni sulla branda, afflitto da paresi spastica motoria: conseguenza della puntura di qualche insetto. Dapprima avevano pensato che simulasse, anche per l'improvvisa difficoltà di parola che non lo aiutava certo a spiegarsi meglio. Il caporale gli aveva pure rifilato un paio di calcioni, urlandogli: "Pelandrone, ma ti muovi?" Poi era intervenuto l'ufficiale medico, consigliando a tutti di lasciare in pace il poveretto. A un altro soldato era venuta la malaria e sembrava che su di lui il chinino non sortisse alcun effetto. Più di recente, lo stesso dottorino uniformato aveva subito un attacco di 'verrucae vulgaris' sul viso e sulle mani, tanto da restare quasi sfigurato. Che allegria! E questo Poletti qui, con i suoi tristissimi occhi blu-ghiaccio, faceva il menagramo. "Corvi" diceva. Corvi, proprio! Almeno lui, Turiddu L., non aveva perso nulla del suo umore. Certo che provava nostalgia per la "mogliera" (che faccia doveva fare se lei lo accoglieva con un pupo in braccio? 'Pater semper incertus'...); certo che ricordava spesso, più con preoccupazione che con gioia, il corpo di lei febbricitante di voglia (come se una fattucchiera le avesse sciolto della mosca cantaride nel vino); e certo che avrebbe dato chissà che cosa per un boccale d'acidrezza. D'altronde, però: chi, se non Turiddu, era sempre propenso a uno scherzo? Chi, se non lui, sciorinava battute su quei rappresentanti della negritudine cui era stata imposta la tenuta coloniale con le parole: "Da questo momento in poi combatterete per il Regno d'Italia"? E non era stato lui a suscitare di proposito l'ilarità generale quando il plotone, capitato in un cimitero musulmano - sepolcri molto "artistici" - era stato assalito da imbarazzo collettivo o meglio - diciamolo pure! - da paura inconsulta? Toccandosi i gingilli in un gesto scaramantico, quella volta Turiddu aveva rotto il silenzio carico di tensione prorompendo: "Matruzza mia! Scappiamocene, va'!" L'anno era il 1941 e il luogo la Cirenaica. Gli inglesi, coadiuvati da truppe australiane, riuscirono a liberare Bengasi e a cacciare via dalla zona i militi italiani e tedeschi. Questi ultimi - come a voler sottolineare la loro appartenenza a una "razza superiore" - si mostrarono bravissimi nel tagliare la corda, facendo mangiare la polvere finanche ai soldati del Belpaese. Nel '42, l'Afrika Korps (il nome delle due divisioni tedesche) sferrò un contrattacco, arrivando fino a El Alamein. Ma a El Alamein la conformazione del terreno era tale da consentire ai britannici di potersi difendere e mantenere la loro posizione. Rommel, che soffriva di fegato, dovette tornare in Germania per farsi curare. Montgomery puntò allora sulla vittoria definitiva delle forze dell'Empire. "Monty", "il Generale di Ferro", possedeva la saldezza e lo spirito necessari per caricare moralmente le sue truppe. C'è da dire inoltre che l'Ottava Armata era di gran lunga meglio equipaggiata delle truppe italo-germaniche. Così, quando Rommel tornò sullo scenario del contenzioso, la battaglia era già virtualmente persa. Con orrore, Turiddu dovette stare a guardare come Poletti, il suo diseguale "gemello", veniva spazzato via da un'innaffiata di pallottole che a lui sfiorò appena un braccio. Rommel chiese a Berlino: "Dobbiamo ritirarci?" Ritirarsi? Mai! In un radiogramma, Adolf Hitler ordinò, lapidario come sempre: "O vittoria o morte!" Non era la prima volta che la Volpe del Deserto aveva dei dissapori con i comandi supremi. Hitler, al sicuro nel suo bunker in Prussia, a tremila chilometri di distanza, non poté o non volle rendersi conto di quanto fosse disperata la situazione. Il Feldmarschall insisteva: "Chiedo il permesso di ritirarci." Quando finalmente il permesso giunse, era troppo tardi. Il ripiegamento delle forze dell'Asse avvenne in maniera selvaggia. Mentre i tedeschi scappavano a rotta di collo sui mezzi motorizzati, la maggior parte degli italiani dovette affidarsi al cavallo di San Francesco. "Matri mia!" mormorava Turiddu. Ormai i suoi stivali non avevano più la suola. Intanto il Duce rifaceva il verso a Hitler, blaterando di "resistenza all'infinito", e neppure Turiddu aveva più la forza di ridere. Fino alla fine del '43 fu tutta una fuga, a conclusione della quale i soldati italiani si rivelarono più valorosi di quelli del Reich. Costretto ad arroccarsi in una piccola penisola della Tunisia, questo scalcinato esercito rifiutò orgogliosamente la resa incondizionata. Cosa che gli valse il rispetto e l'ammirazione degli inglesi. Turiddu L. fu fatto prigioniero insieme a circa duecentocinquantamila connazionali. Con stupore e gratitudine, lui lasciò che i vincitori d'Africa gli curassero i graffi, i buchi, le abrasioni e che lo rimpinzassero per benino. Sentì, o credette di sentire, che c'era stato l'Armistizio, che il re aveva badato a salvare la propria pellaccia... Lui, il soldato semplice Turiddu L., riacquistò il sorriso e divenne addirittura una specie di mascotte degli ufficiali britannici. Lo facevano giocare al pallone insieme a loro... Ogni tanto si appartava e gettava uno sguardo verso nord. Come ben sapeva, appena oltre quel braccio di mare si trovava la Sicilia, isola natìa. Pregustava già il momento in cui la mogliettina lo avrebbe riabbracciato; con o senza pupo. © Peter Patti - 2002 |