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La settimana della moda è appena finita. Ancora qualche giorno prima che
l'eco delle sfilate e la giungla variopinta e chiassosa che l'accompagna si
dissolva completamente. Giapponesi estranei alla crisi del loro paese riempiono
i marciapiedi vestiti di colori improbabili e con sorrisi stupidi disegnati
sulle labbra. Borse di carta lucida con i loghi di stilisti più o meno famosi
appese alle mani al posto delle macchine fotografiche. Arabi grassi e sudati,
nei loro completi color sabbia, entrano ed escono dalle boutique dove trovano ad
aspettarli commesse, cloni le une delle altre. Seduto ai tavolini di un bar
all'aperto di fronte alle Messag-gerie, sotto un sole sbagliato per il mese
d'ottobre, mangio pistacchi e bevo Perrier. Una fetta di limone che galleggia
sopra il ghiaccio. Mi piacciono, i limoni, perché sono gialli, ma non sono
rotondi. Imperfetti. Il loro sapore è aspro, fastidioso a volte, come la vita.
Ogni tanto guardo l'orologio, poi il cellulare spento appoggiato a fianco del
bicchiere.
Come a simulare l'attesa per qualcuno in ritardo. Non è così, controllo solo
il tempo che passa. Potrebbe essere la scena di un film. C'è anche la musica di
sottofondo. A pochi metri di distanza, appoggiato ad una colonna, un ragazzo con
i capelli lunghi e tre piccoli anelli all'orecchio destro muove le dita su un
sax luccicante. Non riconosco la canzone, ma è bella e un poco triste.
Malinconica. Io non sono triste, nemmeno allegro. Non lo so, come sono. Sospeso,
indeciso fra diversi stati d'animo. Contrapposti e comunque collegati, vagamente
assente. Obliquo. Straniero in una città che conosco. Sicuramente a disagio,
poco partecipe e senza interesse per ciò che mi circonda. Potrei rimanere in
questo stato per un tempo tale da sembrare una cartolina o cambiare
atteggiamento in pochi attimi. Passare da stati d'esaltazione alla depressione
più buia, prima che la lancetta dei minuti abbia completato un solo giro.
Ascolto distrattamente la conversazione che si svolge alla mia destra. Lui ha i
capelli grigi e un abito tre bottoni carta da zucchero. Camicia azzurra e
cravatta gialla. Abbronzato. Barba curata. La donna che gli sta seduta di fronte
mi offre la schiena e le ascelle macchiate. Non riesco a vederla in viso. Rossa,
bei capelli, ma non deve essere giovane. Lo intuisco dalla pelle sottile,
coperta di macchie e solcata da piccole vene violacee, non è liscia. È vestita
di rosso. Accostamento improbabile. Lo stesso colore dei capelli, solamente più
acceso. Non ho seguito il discorso con attenzione, ma stanno parlando di denaro,
investimenti. Lui, ad un certo punto, ha detto qualcosa del tipo "…la
verità, è che nessuno ha più voglia di rischiare."
Non riesco a pensare ad altro che a queste poche parole. Nessuno ha più voglia
di rischiare. La frase potrebbe adattarsi a qualsiasi occasione, applicabile ad
ogni circostanza. Soldi, lavoro, vita…amore. Quasi una rivelazione, di fronte
alla quale, tutto il resto passa in secondo piano. …e ho ventisei anni, da
meno di un mese. Sono tornato a Milano dopo poco più di sei mesi d'esilio
volontario a Barcellona, il ghiaccio si sta sciogliendo lentamente nel bicchiere
e, a parte Marisa, non ho avvisato nessuno del mio ritorno. I miei genitori si
odiano cordialmente da poco meno di vent'anni e io mi sforzo di non provare
alcun sentimento nei loro confronti se non un'improbabile indifferenza. Teoria
che non riesco quasi mai a mettere in pratica. Nemmeno in questo momento. E il
sax, all'improvviso, è diventato muto. In alternativa, le mie orecchie si sono
stancate di prestargli attenzione. Il cameriere si presenta con lo scontrino,
pago e gli dico di tenere il resto. La mia voce, in italiano, ha un suono
strano, un'intonazione diversa.
Non sono più abituato ad ascoltarla. Quasi non la riconosco. Lontana, meno
musicale, ma non ha importanza. Come non l'ha il fatto che si stia alzando un
leggero vento che spettina i capelli e fa volare la cenere della sigaretta sulla
manica della giacca. Dormo poco. Le mani tremano spesso e soffro di mal di testa
ad intervalli regolari. Non mi hanno ancora destinato un posto nella tomba di
famiglia e non sono innamorato. Nemmeno questo mi preoccupa…tanto nessuno ha
più voglia di rischiare
© Ferdinando Pastori 2004 - Tutti i diritti riservati
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